La società invecchia, la solitudine logora. 40 anni di paralisi: un’esperienza da suggerire per il tempo che verrà
La storia del mondo sta vivendo un periodo buio. L’umanità sta barattando la parte migliore di sé con un clima conflittuale che infetta gli animi. Guerra, degrado del pianeta, dispute geopolitiche e scontri di piazza sono figli di un unico male che non ha bisogno di propaganda. Provvede da sé.
E così, svaniscono dalla mente l’umanesimo, la carità, la pazienza e il senso di appartenenza. Al loro posto: un vortice di paura e confusione che genera rabbia e violenza.
Il momento impone riflessione. Ognuno di noi è un mondo, e in quanto tale, ricco di risorse quanto di necessità.
Energici giovani in corteo, miscelati in gruppo, esigono una vita migliore, temono un futuro che sfugge come acqua tra le dita. Qualcuno programma la jihad. Per dare un senso alla vita, vi sono strade diverse dagli slogan politici, dagli aneddoti sulle mamme dei poliziotti, da un selfie, dalle spaccate in città.
Paralizzato da quarant’anni provo invidia per quella sana gioventù. La mia è una vita molto dura, la sto affrontando con dignità. Una vita in trincea, ogni giorno una battaglia per resistere, protagonista della vita, mentre il tempo passa e scandisce gli anni dell’età.
Tuttavia ho prodotto cose d’arte e spettacolo, oggetti di design, e ancora lavoro nonostante un handicap esigente. Non avrei potuto fare tutto ciò senza l’aiuto di tanta brava gente.
Gente concreta, umile, attenta alle cose del mondo, riflessiva e intelligente come tanta ce n’è, forse chiusa in sé, pigiata in un mondo distratto, edonista e inaridito che rotola sempre più disumanizzato, reclamando diritti, ignorando i doveri. Qualcuno non sa neppure cosa siano.
Mentre la rabbia e la paura offuscano la mente di troppe genti, io rammento le migliori cose vissute e spartite con persone di valori profondi e di reciprocità che sono i pilastri dell’umanesimo.
Torinese di nascita, dopo l’esigente incidente che mi ha devastato, e dopo un periodo di riabilitazione in Francia, presso una clinica gestita in modo molto umano, sono tornato in Italia, cozzando con storie brutte che non voglio ricordare.
Fuggitivo dal peggio delle persone sono sbarcato in quel di Alba, città ricca e generosa, ben gestita da amministrazioni comunali di prima qualità.
È lì che ho raggiunto l’apice degli scambi umani tra il paralitico a rotelle e gente organizzata che mi ha aiutato a risorgere nella parte migliore. Non sono stato l’unico.
Alba è una città che funziona forse perché memore e credente. Funzionano i servizi essenziali e quelli spontanei, nati dalla necessità e dalla consapevolezza che uniti si arriva lontano.
Dunque, qui voglio ricordare il CVA, centro formato da chi non si tira indietro e che intende il volontariato per quello che veramente è: tempo, spinta emotiva, piacere di spartire se stesso con un gesto di aiuto.
Per sette anni non mi hanno mai fatto mancare un momento di presenza, per farmi da autista, aiutarmi a scendere o salire dal letto, presentare libri o partecipare a convegni e dibattiti. Occasioni che hanno permesso alle mie residue capacità il meglio della presenza nella società attiva e produttiva, spianando ogni barriera mentale.
La popolazione invecchia, la solitudine corrode il tessuto sociale, disagi e malattie spesso confluiscono in varie associazioni che risolvono poco o nulla. Serve un’impennata di consapevolezza e di appartenenza a livello civico e sociale che sappia guardare lontano.
Ogni Comune e ogni circoscrizione dovrebbero compattare le associazioni e le “banche del tempo”, e impostare un servizio di volontariato che potremmo definire con l’acronimo CVC, Centro Volontari Civici. L’obiettivo: aiutare il prossimo per la gioia di farlo. Un giorno qualcuno vi restituirà il favore, anche solo per andare a comperare il pane.
Questo è un grido di solidarietà concreta, affinché ogni amministrazione comunale si faccia carico di un progetto semplice, laddove esiste la volontà di farlo, perché la gente non manca. L’organizzazione richiede una sede, un direttivo, un minimo di rimborso spese e poi….
Per dare il buon esempio, il mio furgone attrezzato per trasporto disabili, praticamente perfetto, una volta che “non mi servirà più” per questioni di trapasso (non lontane), verrà lasciato al Centro Volontari Civici di questa città. Ammesso che ci sia. A disposizione per questa ed altre iniziative, lancio il messaggio alla gente di buona volontà.
SI PUÒ FARE! Direbbe Frankenstein Junior. E pure io, “per Dio!”
Carlo Mariano Sartoris
