Antiche usanze piemontesi, misteriose processioni e un sentiero, raccontano il nostro rapporto con la morte.
Ci sono pietre, sulle montagne della Val di Susa, che un tempo avevano una funzione piuttosto singolare: servivano ad appoggiare le bare.
Sulle alture di Condove esiste ancora un antico percorso chiamato Sentiero dei Morti. Collegava alcune borgate al cimitero di Mocchie e, prima che venisse realizzato quello di Laietto nel 1829, era utilizzato per accompagnare i defunti alla sepoltura. Il trasporto avveniva a spalla, lungo mulattiere tutt’altro che agevoli. Per riposarsi, i portatori deponevano temporaneamente il feretro su alcune grosse pietre opportunamente sistemate lungo il cammino. Alcune sono ancora riconoscibili. Ma in quelle stesse montagne e nel resto del Piemonte, i morti non percorrevano le strade soltanto nel giorno del funerale. Secondo una credenza popolare, una notte all’anno potevano addirittura tornare a casa.
La sera del primo novembre, in molte famiglie piemontesi, si lasciava la tavola apparecchiata. Talvolta veniva aggiunto un coperto, destinato a qualcuno che non avrebbe certamente bussato alla porta. Si credeva infatti che, durante la notte, le anime dei defunti tornassero a visitare le abitazioni nelle quali avevano vissuto. Sulla tavola potevano rimanere castagne, vino e altri alimenti. In certe località, dopo cena, gli abitanti lasciavano temporaneamente la casa, proprio per permettere ai loro cari scomparsi di rifocillarsi indisturbati.
Erano credenze diffuse con varianti diverse, nelle quali il timore dell’ignoto conviveva con una sorprendente familiarità nei confronti della morte.
Nelle borgate intorno a Condove sopravviveva anche un’altra usanza. A Laietto, la sera del primo novembre, i campanari organizzavano una veglia. Accendevano un fuoco alla base del campanile e preparavano caldarroste. Chiunque si presentasse riceveva castagne e un bicchiere di vino, ma soprattutto poteva suonare un rintocco di campana in memoria dei propri defunti. Un gesto semplice, un messaggio affidato al suono.
Il folklore locale conserva però anche racconti assai meno rassicuranti. Si narrava che, nelle notti senza luna, i morti uscissero incappucciati dal cimitero di Laietto, percorrendo lentamente i sentieri circostanti. Secondo la leggenda, illuminavano il cammino con un particolare davvero insolito: il dito mignolo acceso, come fosse una piccola torcia. La processione avrebbe raggiunto la cappella cimiteriale di San Bernardo, dove un misterioso sacerdote celebrava una messa riservata ai defunti. Guai, naturalmente, a chi avesse tentato di assistervi.
Non sono fatti storici, ma racconti popolari, attraverso i quali le comunità cercavano di dare forma a ciò che non potevano conoscere. E forse servivano anche a suggerire ai più giovani di non avventurarsi nei cimiteri durante la notte.
La commemorazione cristiana dei defunti possiede invece una storia ben documentata. Nel 998 Odilone, abate di Cluny, stabilì che il 2 novembre fosse dedicato, nei monasteri soggetti alla sua autorità, alla memoria e alla preghiera per tutti i fedeli defunti. La consuetudine si diffuse progressivamente in Occidente, sovrapponendosi a tradizioni locali che avevano già attribuito a questo periodo dell’anno un particolare significato.
Oggi non prepariamo più abitualmente cene per ospiti invisibili e difficilmente immaginiamo processioni di anime lungo le strade. Continuiamo però a visitare i cimiteri, a portare fiori e a sostare davanti a nomi incisi nella pietra.
E forse proprio quelle antiche pietre del Sentiero dei Morti suggeriscono una riflessione. Un tempo permettevano ai portatori di fermarsi qualche istante durante l’ultimo viaggio di una persona. Oggi la commemorazione del 2 novembre offre a noi qualcosa di simile: la possibilità di interrompere il cammino quotidiano, almeno per un momento, e dedicare un pensiero a chi lo ha percorso prima di noi.
Progetto divulgativo: https://www.sergiosalomone.eu/
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