Schillaci: «Io sono uno che crede nella scienza. E quindi anche ai vaccini»
Orazio Schillaci rivendica la propria fiducia nella scienza e nei vaccini e si dice contrario al reintegro dei medici radiati, una posizione legittima, certo, ma la legittimità di una posizione non la rende automaticamente giusta, né sottrae chi la sostiene al dovere di confrontarsi con le conseguenze delle proprie scelte.
Il problema del ministro non è credere nella scienza, è pensare che dichiararlo basti a chiudere una discussione che, invece, riguarda il rapporto tra potere pubblico, libertà professionale e responsabilità individuale.
Durante l’emergenza Covid sono state adottate misure straordinarie, accompagnate da sanzioni e restrizioni che hanno inciso profondamente sulla vita lavorativa e personale di molti cittadini. A distanza di anni, discutere della sorte dei medici colpiti da provvedimenti disciplinari dovrebbe essere un’occasione per interrogarsi sulla proporzionalità delle conseguenze, non un’occasione per ribadire, come fosse una parola d’ordine, la propria fede in una determinata linea sanitaria.
Schillaci, invece, sceglie di marcare la distanza da chi nella sua stessa maggioranza sostiene il reintegro, può farlo, naturalmente, ma non basta richiamarsi alla scienza per conferire alla propria posizione una superiorità morale automatica.
La scienza studia i fenomeni, valuta le prove e corregge le proprie conclusioni quando necessario, le decisioni sulle sanzioni professionali, invece, sono anche questioni giuridiche, amministrative e politiche, confondere questi piani non rafforza il dibattito: lo impoverisce.
Un ministro della Salute dovrebbe essere in grado di affrontare questa complessità senza trasformare le proprie convinzioni scientifiche in una linea di confine tra interlocutori rispettabili e interlocutori da tenere a distanza, la fiducia nella scienza non conferisce un lasciapassare politico, così come il dissenso da una decisione pubblica non costituisce, da solo, una prova di incompetenza o malafede.
Il ministro ha tutto il diritto di dichiararsi contrario al reintegro, ma non dovrebbe confondere la fermezza con l’infallibilità, né pretendere che il richiamo alla scienza sostituisca il confronto sulle conseguenze delle decisioni politiche.
Perché la scienza non è un partito, non è un programma di governo e non è uno strumento per chiudere le controversie, e un ministro non è chiamato semplicemente a testimoniare le proprie convinzioni, è chiamato a governare una società in cui esistono diritti, dissensi e responsabilità da valutare senza pregiudizi.
Il punto non è chiedere a Schillaci di cambiare idea, è ricordargli che il suo ruolo non gli conferisce il monopolio della ragione.
