L’eventualità che Donald Trump voglia sostenere Viktor Orbán per la carica di segretario generale delle Nazioni Unite apre uno scenario di notevole rilievo diplomatico, se confermata, l’iniziativa indicherebbe la volontà di Washington di intervenire direttamente nella scelta della futura guida dell’organizzazione internazionale, cercando una figura in grado di raccogliere consensi anche al di fuori del tradizionale perimetro occidentale.
Il dato politicamente più significativo sarebbe il possibile coinvolgimento di Russia e Cina, un’intesa, anche soltanto preliminare, fra Stati Uniti, Mosca e Pechino su un candidato comune costituirebbe un elemento rilevante nelle relazioni internazionali.
Le tre potenze hanno interessi divergenti su numerose questioni strategiche, dalla guerra in Ucraina alla sicurezza europea, dal commercio internazionale agli equilibri nell’Indo-Pacifico, un eventuale accordo sulla successione alla guida dell’ONU non cancellerebbe queste divergenze, ma potrebbe rappresentare un terreno circoscritto di convergenza diplomatica.
Orbán dispone di una lunga esperienza di governo e di relazioni consolidate con diversi interlocutori internazionali, nel corso della sua permanenza alla guida dell’Ungheria ha sviluppato una linea politica caratterizzata dalla difesa della sovranità nazionale, da un rapporto privilegiato con Trump e da canali di dialogo con Vladimir Putin. Questi elementi aiutano a spiegare perché il suo nome possa essere preso in considerazione in un contesto nel quale la scelta del segretario generale non riguarda soltanto le competenze diplomatiche, ma anche gli equilibri fra le principali potenze.
La questione decisiva, tuttavia, rimane istituzionale, il segretario generale non viene scelto direttamente da un singolo Stato né da un accordo bilaterale o trilaterale, a nomina richiede la raccomandazione del Consiglio di Sicurezza e la successiva approvazione dell’Assemblea generale.
Il diritto di veto dei cinque membri permanenti — Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito — rende indispensabile un confronto che coinvolga tutti i principali attori dotati di questo potere.
È proprio qui che l’eventuale candidatura di Orbán incontrerebbe la prova più importante, un sostegno americano, russo e cinese non sarebbe sufficiente qualora uno degli altri membri permanenti decidesse di opporsi, la posizione di Parigi e Londra, insieme a quella degli altri membri del Consiglio, diventerebbe quindi determinante per trasformare un’ipotesi politica in una candidatura concretamente percorribile.
Resta inoltre da chiarire se esista una decisione formale dell’amministrazione statunitense, se Orbán abbia accettato di candidarsi e quale sia l’effettiva posizione di Mosca e Pechino, la distinzione fra contatti diplomatici, disponibilità preliminari e sostegno ufficiale è essenziale per valutare la portata dell’iniziativa.
Se il progetto dovesse concretizzarsi, la partita per la successione alla guida dell’ONU diventerebbe un banco di prova dei rapporti fra le grandi potenze e della capacità del Consiglio di Sicurezza di raggiungere un accordo su una figura condivisa. Più che una semplice scelta di persona, sarebbe una trattativa sugli equilibri della diplomazia internazionale e sul ruolo che le Nazioni Unite dovranno svolgere in una fase di crescente competizione geopolitica.
Per ora, il punto centrale non è considerare acquisita la candidatura di Orbán, ma verificare se l’ipotesi riferita dalle fonti giornalistiche si tradurrà in un’iniziativa ufficiale e, soprattutto, se sarà possibile costruire il consenso necessario per portarla fino al voto.
