Un doveroso ricordo dell’intellettuale scomodo a cinquant’anni dal brutale assassino
Contrariamente all’oblio che ha avvolto altri personaggi, nei giorni scorsi sui media si è diffusamente parlato del cinquantesimo anniversario dall’assassinio di Pier paolo Pasolini. Speriamo che in sedi appropriate seguono analisi più circostanziate per porre in evidenza la sua vision profetica, con il senno di quel che è successo di oscuro e misterioso in questo Paese negli ultimi cinquant’anni
Pier Paolo Pasolini fu uno degli intellettuali più controversi e incisivi del XX secolo italiano. Nato il 5 marzo del 1922 a Bologna, attraversò il dopoguerra con lo sguardo inquieto di chi non accetta compromessi. Poeta, romanziere, regista e pensatore, scelse sempre di posizionarsi ai margini, raccontando ciò che la società preferiva ignorare.
La vita nelle borgate, i corpi desideranti, le voci degli esclusi, a questo si dedicavano i suoi film, da Accattone a Il Vangelo secondo Matteo, da Mamma Roma fino al disturbante Salò o le 120 giornate di Sodoma. I suoi libri poi, come Ragazzi di vita, smascheravano con forza le ipocrisie del potere.
La sua omosessualità invece, vissuta apertamente in anni ostili, contribuì a isolarlo e renderlo bersaglio di critiche feroci, ma Il suo rapporto con la propria omosessualità fu al centro del suo personaggio pubblico.
Morì assassinato nel 1975, il 2 novembre a Roma, ma la sua eredità è viva. Pasolini continua a essere una coscienza scomoda, capace ancora oggi di smuovere domande e inquietudini nel cuore del nostro tempo.
Attento osservatore dei cambiamenti della società italiana dal secondo dopoguerra sino alla metà degli anni settanta, nonché figura a tratti controversa, suscitò spesso forti polemiche e accesi dibattiti per la radicalità dei suoi giudizi, assai critici nei riguardi delle abitudini borghesi e della società dei consumi allora nascente in Italia (in tal senso definì i membri della borghesia italiana “bruti stupidi automi adoratori di feticci”), così come anche nei confronti del Sessantotto e dei suoi protagonisti (definì questi ultimi “figli di papà” e il Sessantotto un evidente episodio di “sacro teppismo di eletta tradizione risorgimentale”). Chissà quanti anatemi avrebbe lanciato verso l’affermarsi dell’intelligenza artificiale e le lotte titaniche per il predominio del potenziale distruttivo di certe tecnologie?
La notte tra il primo e il 2 novembre viene massacrato all’Idroscalo di Ostia, luogo storico, ma ormai degradato, fatto di baracche e fango. Era lì con Pino Pelosi, un diciassettenne che sarà arrestato poco dopo dai carabinieri sul lungomare. La polizia scopre il cadavere di Pasolini e dato che Pino stava guidando l’auto del poeta, non gli resta che confessare. Condannato, quando esce di prigione rivela di non essere lui l’autore dell’omicidio e dice di essere stato minacciato da altre persone che erano presenti quella notte.
Chi erano? È stato ucciso perché era un intellettuale scomodo? Si è trattato di un omicidio politico? C’entra Petrolio, il libro che stava scrivendo? Aveva scoperto trame oscure legate alla strategia della tensione? Era sotto ricatto per farsi consegnare le pellicole rubate del suo ultimo film? O c’è un altro motivo?
Sono tante le domande senza risposta, ma tutte riconducono a un unico interrogativo: cosa era andato a fare Pasolini all’Idroscalo di Ostia quella notte?
il mistero che avvolge la sua tragica fine continua da anni a tormentare studiosi, giornalisti e appassionati.
In tutte le librerie dal 3 ottobre 2025,” Pasolini: Ordine Eseguito” si propone come l’inchiesta definitiva sui responsabili e di conseguenza i moventi, del più atroce crimine italiano. Forse, proprio grazie a questo nuovo libro che promette di gettare nuova luce su uno degli eventi più controversi della cultura italiana, si potrà finalmente arrivare al cuore della vicenda.
Il pensiero di Pasolini è un mix complesso di marxismo, critica del consumismo e un profondo senso del sacro e della cultura popolare, spesso caratterizzato da posizioni contraddittorie. Ha criticato l’omologazione culturale causata dalla società consumistica capitalista, e la sua visione era fortemente influenzata da una nostalgia per le culture contadine preindustriali, che riteneva minacciate.
Pur rimanendo fedele a un’impostazione marxista, era in contrasto con il Partito Comunista Italiano e le sue linee culturali. Analizzava i conflitti sociali in termini di lotta di classe.
Criticava il “neo-capitalismo” e la sua conseguenza, ovvero l’omologazione culturale prodotta dal consumismo, che portava alla perdita delle culture popolari. Vedeva la televisione e la scuola dell’obbligo come strumenti che diffondevano modelli consumistici, proponendone l’abolizione.
Nonostante fosse ateo, si sentiva permeato dal cristianesimo e dalla sua cultura, che vedeva come una parte inalienabile del suo patrimonio culturale. Per lui, tutto era sacro, e la santificazione poteva trovarsi anche nel peccato. Considerava la Chiesa come un’istituzione di potere che doveva abbandonare il potere per potersi elevare.
Credeva nella necessità di mettersi costantemente in discussione, abbandonare le certezze comode e affrontare il dubbio per raggiungere la felicità e la crescita culturale. La vera rivoluzione era per lui quella di rimanere liberi interiormente, mantenendo la capacità di dire “io” in un mondo che tende all’uniformità.
Si poneva criticamente di fronte all’intellettuale “morale” e all’idea che un moralista dica “no” agli altri, mentre l’uomo morale dice “no” solo a sé stesso. La sua capacità di analizzare la società italiana e prevedere le conseguenze del consumismo e dei mass media è stata considerata profetica, specialmente per la critica all’omologazione culturale che ha portato a una “cultura di massa”.
La sua eredità intellettuale è complessa e attraente, proprio a causa delle sue contraddizioni, che lo rendono difficile da “incasellare” in una singola categoria ideologica.
A cinquant’anni dalla sua morte, Roberto Chiesi, responsabile del Centro Studi Archivio Pasolini della Cineteca di Bologna, avverte un rischio: “Ridurre Pasolini a un santino”. Dopo un decennio di ostilità, “è diventato una sorta di padre della patria, con tutte le conseguenze negative che questo può avere”. Tuttavia, conclude, “anche la mistificazione può servire: se un giovane, incuriosito, prende in mano un libro o guarda un film, trova il Pasolini autentico”. L’importante è non dimenticarlo: “Nell’oblio non c’è nulla di positivo. Nella conoscenza, invece, continua a vivere un dialogo ancora aperto tra l’uomo e il sacro”.

Civico20News
Francesco Rossa
Editorialista
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