Discutibili programmi tivù e falsi spot “dissuasivi” istigano al gioco e alla ludopatia, che arricchisce (assai) le bet company e (pochissimo) le esangui casse fiscali dello Stato, ma manda in rovina le famiglie
Soleggiati od ombreggiati, col cervellino in vacanza o in presenza cosciente, l’abbiam visto. Un famosissimo, rassicurante e familiare personaggio dello spettacolo (per non far nomi – bensì cognomi – Banfi “nonno Libero”), curiosamente abbigliato da croupier, ammonisce con piglio bacchettone–vernacolare a badare che lo sfizio non si tramuti in vizio.
Poi, tra repliche di repliche di repliche (Totò de Curtis è il principe della comicità e l’imperatore di agosto, cioè Augusto), ecco sbucare un ironico quanto rigoroso Abatantuono che, col suo tipico accento lombardo, amabilmente minaccia Luca Toni (“Tonino”): “Guarda che ti buco il pallone, usa il melone!”.
Che simpaticoni! (C’è poco da ridere, però.)
Sono solo un paio di esempi clamorosi dei tanti tentanti spot promozionali camuffati da accorati appelli informativi di sensibilizzazione, che le bet (bed) company (cattive compagnie!) rivolgono ipocritamente allo spettatore, potenziale cliente, invitandolo – ossimoro – a giocare “responsabilmente”. Invitandolo a giocare! Invogliandolo a giocare!… Vere e proprie pubblicità mascherate (nemmen troppo!), che stanno inondando l’internautica rete webete, gli asociali social e la cara vecchia tivù, sommandosi alle innumerevoli sponsorizzazioni di eventi sportivi, con giganteschi cartelloni negli stadi, nonché magliette, pantaloncini e calzini, bus, veicoli e ammennicoli brandizzati in ognidove…
Per non parlare dei gratta-e-vinci perdenti, dello smorfioso lotto e superenalotto o dei “pacchi”, con ricchi premi e cotillon, di Stefano Di Martino (il preferito dell’italica sorellina Arianna, succeduto al trono di Amadeus) su Mamma Rai!… Addirittura “il” Piersilvio (cioè la concorrenza) ha poco elegantemente sollevato dubbi in merito, stigmatizzando il discutibile programma, nonostante in certi trash reality di Mediaset sia recentemente apparso chi (Adinolfi) si vanta di guadagnare assai con l’antica professione di pokerista.
Simili mistificate istigazioni all’azzardo ovviamente intendono indurre alla dipendenza, giusto il contrario del dichiarato nobile obbiettivo (abbietto, invece, nelle oscure mire degli autori) di dissuadere o mitigare l’attrazione fatale verso il rischio di sfidare la sorte: la ludopatia derivante, dilagante, che rimpingua scarsamente le vampiresche ed esangui casse fiscali dello Stato del Belpaesello dello Stivaletto nostro (circa 10 miliardi di euro in tasse su 160 svagatamente gettati dai cittadini nell’abissale gorgo del gambling, il 7% del pil, nel 2024), riempie invece a dismisura i già stracolmi forzieri degli operatori/lucratori del settore, nazionali e multinazionali, i cui lobbisti – guarda caso (è il caso, o casinò, di dire!) – sovente solcano in crociera il Transatlantico luccicante di Montecitorio, mentre le vittime di tale malattia si riducono sul lastrico, rovinando insieme i loro congiunti; il costo umano, psicologico, medico-sanitario ed economico per la collettività risulta incalcolabile, considerando il sempre maggiore coinvolgimento di giovani e giovanissimi, spesso “arruolati” online (territorio-di-nessuno, con filtri e protezioni al limite del grottesco), e dei ceti poveri e disgraziati del popolino bovino vaccinato. Secondo il proverbio, la bendata dea Fortuna è cieca, ma la scalogna ha l’occhio d’aquila.
Scommettiamo?
Il fenomeno non deve stupire, se pensiamo che i “grandi player” (anglicismo azzeccato), tipo Trumputin e Xi, affrontano a mo’ di incalliti bluffatori e lanciatori di dadi argomenti di vitale rilevanza planetaria, quali dazi onerosi o cruenti conflitti sullo scacchiere geostrategico globale, sacrificando come pedine insignificanti noi semplici mortali.
“Tutto al meglio nel peggiore dei mondi possibili”, scriverebbe Dino Campana a madama la marchesa.
E rien ne va plus, alla roulette russa.
Dipartita finale.

