È veramente incredibile come la sinistra sia capace sempre di trovare i temi sbagliati per la sua propaganda politica: immigrazionismo, buonismo, mondialismo, collettivismo, statalismo, europeismo, ecologismo e altro ancora.
Stavolta però ha superato se stessa con la proposta della tassa patrimoniale: una bufala che però non fa sorridere per la sua ingenuità, ma spaventa per la sua cattiva e pericolosa radice ideologica.
Quella di far piangere i ricchi è un’antica aspirazione dell’ambiente bellaciao, legata a un mondo ottocentesco di proletari e capitalisti, di sfruttati e sfruttatori, di miserabili e padroni del vapore. Un mondo un po’ reale e un po’ letterario che, ovviamente, non è del tutto scomparso dal momento che l’ineguaglianza sociale permane ostinatamente anche oggi, ma con forme profondamente diverse.
Intanto non esiste quasi più un proletariato operaio, assorbito in gran parte da una classe media ormai estesa che certo non naviga nell’oro, ma che, pur in mezzo a tante difficoltà, riesce comunque a sopravvivere, se si escludono alcune frange di immigrati e di autoctoni emarginati.
E i “ricchi”? Chi sono costoro? Dove abitano? Che fanno?
Partiamo da qui, da questa classe sociale senza nome e senza faccia. Qual è la soglia di proprietà oltre la quale si può aspirare alla qualifica di “ricco”? E poi che cosa si intende per ricchezza: il reddito? Il patrimonio immobiliare? Il patrimonio finanziario? Le alchemiche costruzioni della finanza derivata? I futures, le options, gli swaps?
E di tutta questa variegata base imponibile quali attività sono concretamente determinabili, rintracciabili, tassabili?
Probabilmente solo il patrimonio immobiliare, anche se i più ricchi -e dunque i più accorti, quelli che possono permettersi super consulenti legali e tributari- sanno bene come occultarlo tramite conferimenti societari, false intestazioni, creazione di ipotetici vincoli reali a favore di soggetti compiacenti.
Cadono invece nella trappola i medi proprietari, impossibilitati, o anche solo incapaci, di ricorrere a questa raffinata strumentazione elusiva o, in molti casi, decisamente evasiva. E qui si evidenzia un’ulteriore ingiustizia rispetto a quella originaria dipinta dalle sinistre: anche fra i “ricchi” si genera sperequazione…
Che dire poi della ricchezza finanziaria a cui accennavamo più sopra? In un mondo globalizzato, in cui i grandi patrimoni si trovano perfettamente a loro agio e si muovono con brillante disinvoltura da una piazza finanziaria all’altra, tracciare questi flussi -o addirittura afferrarli, controllarli e magari tassarli- diviene un’impresa fantascientifica, cosa dimostrata dalla povera Tobin Tax che qualche anno fa sembrava una soluzione praticabile ma è poi caduta rovinosamente nel dimenticatoio. Ricordiamolo, il capitale finanziario ha gambe di coniglio e memoria di elefante: rapidissimo a fuggire al minimo odore di pericolo e sempre memore dei torti subiti in passato da qualche parte, dove non tornerà più.
Fortunatamente la patrimoniale è ancora e solo il sogno confuso che popola i sonni agitati di Schlein, Conte, Bonelli, Fratoianni, Salis, Prodi; ma non appena minacciasse di concretizzarsi, magari dopo un ipotetico e disastroso rivolgimento elettorale nel 2027, non c’è dubbio che il panorama economico italiano verrebbe profondamente alterato da una massiccia fuga di capitali, e forse anche di capitalisti.
La confraternita tassaiola di sinistra sarebbe in grado di recuperare i primi nel mare magnum della finanza internazionale, magari mandando la Guardia di Finanza negli uffici di Blackrock, Vanguard o State Street, e i secondi dalle ville californiane?
Quanti sono i veri grandi ricchi italiani? Certo non tantissimi, e quindi costituiscono una base imponibile molto ristretta che non si capisce quanto gettito fiscale potrebbero fornire alle casse dello stato; un gettito che, come abbiamo detto, si ridurrebbe ulteriormente non appena quell’ipotesi di tassazione minacciasse di concretizzarsi. Insomma, un gioco che non vale la candela: puro esercizio ideologico-acrobatico per rianimare la base elettorale di sinistra che, come è noto, non brilla per senso della realtà.
E poi, perché tassare solo i patrimoni personali, come sembra emergere dalle confuse esternazioni provenienti dalla sinistra, e non anche quelli delle imprese? Sappiamo che si tratta di un’ipotesi assurda in quanto si andrebbe a toccare e compromettere il capitale produttivo della nazione, ma si sa che la fame vien mangiando e la tentazione di aggredire gli extra-profitti delle banche, delle assicurazioni e delle società energetiche era già comparsa qualche tempo fa nel dibattito politico.
Inutile dire che imposte sul patrimonio esistono già da tempo nel nostro ordinamento tributario: dall’IMU alle imposte di successione, dalle imposte di registro a quelle automobilistiche; inventarne un’altra sui patrimoni “grandi” sarebbe più inutile che assurdo.
Tutt’al più, se proprio si volesse intervenire in qualche modo sulle grandi fortune nella sua componente reddituale, si potrebbe rimodulare la progressività dell’IRPEF, con molta attenzione e buon senso, cosa peraltro già fatta diverse volte in passato; non va dimenticato infatti come il patrimonio sia in realtà, molto spesso, la stratificazione e il consolidamento dei redditi percepiti nel corso degli anni. Ma forse è meglio non dare troppe idee a chi non aspetta altro che -come si suol dire- mettere le mani nelle tasche degli italiani, soprattutto se colpevoli di ricchezza dolosa e reiterata.
Oppure ancora si potrebbe ripescare il “metodo Amato” e, di notte, varare retroattivamente un’imposta (scusate: “prelievo forzoso”) sui conti correnti, come nel 1992.
Ma anche qui, meglio non mettere idee strane in circolo, non solo perché qualcuno potrebbe raccoglierle, ma soprattutto perché non vorremmo essere messi sotto indagine per istigazione a delinquere.
