Continua il viaggio nella fotografia
articolo di Marino Olivieri
A chi non è capitato di guardare una fotografia scattata nel passato e non ricordare esattamente il momento catturato, oppure peggio ancora, confondersi con le date?
I lettori più giovani o quelli più tecnologicamente attenti si chiederanno il perché di questa domanda, visto che la galleria fotografica del proprio smartphone oppure la app di foto installata sul pc sono perfettamente in grado di mostrare data e ora dello scatto, e volendo anche l’indirizzo esatto della posizione da cui il fotografo ha scattato la fotografia.

Siamo comodamente abituati ai ricordi che periodicamente il cellulare ci propone, magari con la nostra vacanza al mare; evitiamo se possibile le tavole imbandite e le raccolte che ci ritraggono negli anni; in quest’ultimo caso le nuove tecnologie di A.I. dovrebbero fare qualcosa per evitare di riproporre il costante e inesorabile passare del tempo senza applicare filtri di eterna giovinezza, evitando semplicemente di aggregare le immagini usando come filtro il nostro ritratto e come variabile il tempo.
Ma non è sempre stato così comodo ricordare dove e quando quell’immagine è stata fissata per sempre dall’apparecchio fotografico.
Oggi si fa un gran parlare di ritorno alla lentezza e alla preparazione dello scatto analogico verso quello bulimico proprio della fotografia digitale, i seguaci del sistema zonale proposto negli anni ’30 dello scorso secolo da Ansel Adams sostengono di ricordare perfettamente data e luogo di ogni singola fotografia oltre ovviamente ai dati di scatto, ivi compresi i valori espositrici di alte e basse luci e successivo loro posizionamento in una delle dieci zone previste dal Sistema Zonale. Personalmente non ho mai avuto buona memoria, di conseguenza utilizzo un piccolo taccuino nel quale scrivo i dati necessari allo sviluppo in camera oscura del negativo impressionato e, a giudicare dalle offerte disponibili sul mercato divise tra app, moduli prestampati e soluzioni fatte in casa, come me, moltissimi altri hanno scelto di non affidarsi alla memoria e compilano i dati di scatto su un supporto diverso dalla pellicola fotografica. Tutto molto bello e allineato al carattere romantico della lentezza, se vi siete ricordati di contrassegnare le successive pellicole alla prima scattata, altrimenti sono guai.
Dunque è solo grazie alle tecnologie digitali che possiamo conoscere dove e quando è stata scattata una qualsiasi delle nostre fotografie?
La risposta è no.
Il passato come sempre ci stupisce, proponendoci soluzioni semplici e geniali che in alcuni casi come quello che stiamo analizzando erano così all’avanguardia da essere state loro stesse la causa dell’abbandono dell’utilizzo. Nel panorama della nascente fotografia di inizio novecento, chi altri se non il geniale George Eastmann, fondatore della Kodak poteva tirare fuori dal cilindro una soluzione al problema?
Infatti, nel 1914 fu messo in commercio il sistema Autographic, che utilizzava speciali pellicole a rullo nel formato 120, questo sistema consentiva al fotografo di ‘scrivere’ le informazioni di scatto direttamente sulla pellicola appena dopo ever eseguito l’esposizione. George Eastmann che non era nuovo a trovate commerciali atte a garantire alla sua Kodak, una penetrazione sempre più massiccia del succulento mercato della fotografia amatoriale del periodo, (vi invito a leggere l’articolo sulla Brownie qui: https://civico20-news.it/cultura-e-spettacolo/lincantesimo-dei-brownies-la-ricetta-magica-del-click-della-fotografia/28/01/2026/) nel 1912 rilevò il brevetto da un inventore prolifico che tra le altre cose aveva brevettato il rasoio di sicurezza, tal Henry Gaisman.

L’idea è semplice quanto geniale, un sottile foglio di carta copiativa inserita tra la pellicola e la banda di protezione permette al fotografo di imprimere il testo scritto con una apposita penna direttamente sulla pellicola stessa e più precisamente nello spazio tra un fotogramma e l’altro.
La procedura è semplice: si scatta la fotografia, si apre uno sportellino sul retro della fotocamera e con lo stilo in dotazione si scrive il testo, al termine si espone la finestrella alla luce per un tempo compreso tra alcuni secondi e qualche decina, seguendo le istruzioni descritte sul manuale. Al termine si richiude lo sportellino, e riposta la pennetta si passa allo scatto successivo.
Il negativo così ottenuto poteva essere archiviato assieme ai dati di scatto a memoria futura.
Kodak all’epoca forniva dorsi retrofit per convertire le fotocamere già in commercio all’utilizzo della pellicola autografa A120.
Eh sì, attraverso il brevetto, Kodak era l’unica a produrre quel tipo di pellicola, che offriva l’opzione autografa allo stesso prezzo della pellicola normale, un modo scaltro per aumentare le vendite. Purtroppo i costi di produzione e l’avvento di materiale fotografico maggiormente performante costrinse Kodak ad abbandonare quel tipo di pellicola nel 1932.
Bisogna attendere gli anni ’70 dello scorso secolo con l’introduzione sempre più massiva della microelettronica nelle fotocamere, anche quelle professionali per vedere la nascita dei primi data back, dorsi speciali da adattare a fotocamere come la Canon F-1 o la Nikon F2 in grado di imprimere direttamente sul negativo varie informazioni tipo tempi/diaframmi, data/ora, sensibilità pellicola età. I primi erano oggetti molto complicati e ingombranti, nell’ultimo ventennio divennero sempre più semplici e performanti tanto da aggiungere funzionalità tipiche da digitale moderna, tipo time-lapse e timer per lunghe esposizioni fino ad essere una funzionalità normalmente offerta di serie come nel caso delle fotocamere compatte della generazione Olympus mju che sta diventando un oggetto cult nelle nuove generazioni di fotografi analogici.

Sull’onda della automazione, nel 1983 vide la luce il codice DX, un gruppo di 6 quadratini disposti sul fianco del rullino 35mm in grado di comunicare alla fotocamera la sensibilità nominale e il numero di fotogrammi presenti nella pellicola. Queste informazioni venivano perse all’atto dello sviluppo e non potevano essere integrate con i dati di stampa.
Bisogna attendere il 1995 con l’introduzione dello sfortunato sistema APS che offriva una serie di opzioni interessanti a partire dalla scelta di formati tra normale e panoramico, la possibilità di estrarre la pellicola anche se parzialmente esposta e una banda magnetica in grado di memorizzare tutti i principali dati di scatto oltre data, ora e informazioni sulla esposizione. La fotocamera scriveva tutto questo su un supporto dedicato e diverso dalla pellicola… erano nati i metadati. Purtroppo il sistema ebbe vita breve, fu dismesso nel 2011 ma le soluzioni di flessibilità del formato hanno ispirato generazioni di fotocamere digitali che ancora oggi montano un sensore di formato APS-C le cui dimensioni sono praticamente le stesse della pellicola APS.

Nello stesso periodo venne formalizzato uno standard in grado di inserire i metadati direttamente nel file che contiene l’immagine in formato jpeg e TIFF, lo standard che tutti conosciamo con il nome di EXIF. Questo modello si è evoluto di pari passo alle fotocamere e oggi come abbiamo detto in apertura, quando scattiamo una fotografia fruiamo associate ad essa di tutte quelle informazioni che un tempo dovevamo appuntarci a mano.
La carta carbone utilizzata nelle vecchie pellicole Kodak per memorizzare i dati era un gesto d’amore manuale, un’annotazione calligrafica che rendeva la fotografia un oggetto unico e narrativo. Al contrario, gli EXIF sono un diario invisibile e automatico, una sequenza numerica che sacrifica il fascino della grafia per un’efficienza d’archivio senza precedenti. Entrambi, però, ci ricordano che una fotografia non è solo un esercizio estetico, ma un frammento di tempo che ha bisogno di un contesto per non andare perduto.
Immagine di copertina Thistle33 CC, immagini dell’articolo di Marino Olivieri Ph
