La magia del biscottino fotografico
Articolo e fotografie di Marino Olivieri
Ogni anno nel mese di febbraio un gruppo sempre più numeroso di appassionati fotografi di tutto il mondo, si aggira silenzioso e furtivo alla ricerca di un numero massimo di cinque inquadrature, impugnando una Brownie, una semplice fotocamera in cartone rivestita in similpelle e dotata di un porta pellicola in legno, il cui nome ci ricorda i dolcetti alle nocciole e cacao americani.
La Kodak Brownie fu immessa per la prima volta sul mercato proprio nel mese di febbraio, esattamente l’otto febbraio 1900; sono quindi trascorsi da allora 126 lunghi anni nei quali milioni di queste scatolette inizialmente marroni e poi sempre più colorate hanno accompagnato bambini, futuri grandi fotografi, militari e addirittura re e zar durante le loro gite fuori porta. Nel 1912, una giovane passeggera della nave Carpathia, aveva scattato alcune fotografie ai sopravvissuti del Titanic e dell’iceberg che lo affondò, proprio con una Brownie. Uno scaltro giornalista di un’agenzia fotografica di New York si offrì di sviluppare, stampare e restituire le fotografie insieme alla somma di 1 dollaro, ottenendo per una cifra irrisoria uno scoop fotografico senza precedenti. La ragazzina si chiamava Bernice Palmer, nel 1986 ha donato allo Smithsonian Institute la sua fotocamera, le fotografie e altro materiale legato alla vicenda.

L’incantesimo del biscottino fotografico non si ferma qui. Ansel Adams, famoso paesaggista e teorico della fotografia in grande formato fece i primi passi fotografici proprio con una Brownie n°1, e come Adams, anche Henry Cartier-Bresson, celebre fotografo di strada, iniziò a fotografare da bimbo con una Brownie. L’elenco sarebbe molto lungo ma vale la pena ricordare alcuni selfie’s allo specchio che ritraggono la famiglia Romanov, a proposito di selfies chissà se anche in queste fotografie c’è lo zampino della Contessa di Castiglione, se ancora non lo avete fatto vi invito a leggere un articolo dedicato a lei (Selfie a corte). E visto che parliamo di bellezza, anche una diva come Marilyn Monroe possedeva una Brownie, da lei considerata un dolce ricordo del suo passato.
Vi è dunque qualcosa di magico nel maneggiare una Brownie? Chiedetelo a Stanley Kubrik che iniziò a sperimentare la composizione fotografica proprio con una di queste macchinette. O forse no, è una semplice casualità dovuta alla grandissima diffusione di un apparecchio fotografico che ha come suo unico punto di forza l’estrema semplicità di utilizzo e il basso costo. Questo è quanto affermava un famoso fotoreporter che negli anni ’50 realizzò un servizio fotografico professionale proprio con una Brownie, allo scopo di dimostrare che non era necessario utilizzare una apparecchiatura costosa per realizzare una buona fotografia. In quegli anni l’industria fotografica tedesca si stava riprendendo dalle ferite lasciate dal secondo conflitto mondiale e aziende come Leica e Rollei spingevano sull’acceleratore sfornando modelli sempre più sofisticati e performanti, Victor Hasselblad aveva da poco presentato la capostipite di quella che sarebbe diventata la fotocamera utilizzata dagli astronauti della Apollo 11 e il Giappone, uscito ancora più malconcio dalla guerra stava lentamente convertendo le sue aziende migliori al promettente mercato della fotografia.
Oggetto discusso, da alcuni mitizzato, strumento perfetto per le nuove generazioni di hipster che annoiati da fotocamere con decine di milioni di pixel e dalla resa iperrealista, la scelgono per il look anni ’50, dopo oltre un secolo rivive una seconda giovinezza tanto da spingere addirittura un foto-riparatore di New York a specializzarsi proprio nel restauro e riparazione di queste piccole fotocamere. Eh sì, perché nel corso degli anni Kodak ha prodotto oltre un centinaio di modelli da quello squadrato e austero iniziale passando per le versioni Art Déco in bachelite sino a quelle più vicine a noi, come l’ultima della serie uscita nel 1986 in plastica stampata, che utilizza pellicole a cartuccia 110, modello non più prodotto da Kodak ma che fortunatamente è disponibile nel vasto catalogo Lomography dedicato al vintage fotografico.

La Brownie è nata dalla mente fervida di George Eastman, imprenditore e produttore di pellicole che due anni prima, nel 1898 aveva immesso sul mercato la Kodak n°1, apparecchio semplice e portatile precaricato con un rullo da 100 pose e famoso per il suo slogan: voi premete il pulsante al resto pensiamo noi. La n°1 fu un vero successo, ma aveva un paio di problemi che ne avrebbero ostacolato una diffusione in grande stile, i 25 dollari del prezzo di acquisto non la ponevano alla portata di tutte le tasche e una volta terminate le 100 foto bisognava spedire l’intera macchina per far sviluppare, stampare le foto e ricaricarla con un nuovo rullo. Da qui l’idea: una macchina ancora più semplice con un rullino estraibile e ricaricabile direttamente sul campo dal fotografo, era nata la Brownie, costava 1 dollaro e si spendeva la stessa cifra per l’acquisto di una pellicola, il suo sviluppo e la stampa.

Il progetto era pronto, il pubblico potenziale anche, in particolare quella enorme massa di popolazione non esperta che non era in grado di permettersi un apparecchio grande e costoso, oppure i più piccoli che sarebbero diventati dei grandi consumatori di pellicole. Un fine stratega del marketing come Eastman non poteva sottovalutare il nome da attribuire al nuovo apparecchio fotografico che doveva essere chiaramente identificabile, scelse quindi Brownie, il nome di buffe creature simili a fate e folletti, che appaiono nella notte e combinano guai, raccontate e disegnate da Palmer Cox, un disegnatore scozzese che aveva inventato questi personaggi basandosi sulle storie che gli venivano raccontate dalla nonna quando era bambino.
I cartoni di Palmer Cox erano molto amati dai bambini americani di inizio secolo che li leggevano sui periodici ad essi dedicati o sulle strisce che apparivano sui giornali come in uso all’epoca. Walt Disney e il suo Topolino sarebbero arrivati venti anni dopo, nel 1923.
Ed ecco che la nostra storia incrocia il mito, piccoli folletti dispettosi si insinuano nella fotocamera e determinano il carattere a volte bizzarro degli scatti eseguiti con un apparecchio privo di ogni genere di automatismo, ma scavando più a fondo oltre la licenza poetica di Palmer, si scopre che nella tradizione scozzese, i Brownies erano chiamati così perché avevano i capelli marroni, cosa non comune in un paese dove il rosso è il colore tipico delle capigliature autoctone, in più erano ometti che apparivano solo la notte e solo a persone selezionate che avevano il privilegio di poterli vedere, per compiere azioni buone e utili e alcune volte fare degli scherzi.
I Brownies sono ghiotti di dolcetti per cui gli abitanti di quei luoghi lasciavano sul tavolo delle dolci provviste farcite di cacao e nocciole che sono ancora oggi gli ingredienti base dei famosi biscottini. Ma ancora più indietro, leggiamo in alcune cronache che: “È lecito supporre che i Brownies si divertissero con i loro scherzi notturni, o saltassero l’erica rugiadosa per aiutare i contadini meritevoli, ancor prima che il danese dai capelli rossi attraversasse il confine per diventare l’ospite sgradito della Caledonia. Chi cerca informazioni sull’origine dei Brownies troverà difficile raccoglierle. Potrebbe visitare le più grandi biblioteche del paese e sfogliare vecchi volumi trascurati da secoli, senza riuscire a trovare altro.”

Dunque chi siano e quale sia la loro origine non ci è dato sapere, quella che però è certa è l’eredità culturale che hanno lasciato i piccoli Brownies, nascosti come da loro abitudine al buio non più delle caverne ma più comodamente nelle camere oscure dei milioni di apparecchi prodotti, i quali nella maggior parte dei casi continuano a funzionare e regalarci istantanee del mondo verso cui rivolgono lo sguardo della loro piccola lente frontale.
Cosa aspettate? Frugate in casa o dalle nonne alla ricerca di una Brownie, magari un po’ malconcia o seminascosta in mezzo a cianfrusaglie inutilizzate da tempo, spolveratela, inserite un rullino fotografico e per tutto il mese di febbraio uscite a fotografare. Però mi raccomando, non dimenticatevi i dolcetti!
