Tra Parigi e l’Inferno. La scultura che ha cambiato la modernità
Articolo di Katia Bernacci
La Porta dell’Inferno di Auguste Rodin è sicuramente uno dei lavori artistici più ambiziosi e inquieti della scultura moderna, un’opera che ha accompagnato l’artista per oltre trent’anni, trasformandosi da semplice commissione a ossessione creativa.
Proprio in questi giorni il canale Arté sta trasmettendo un documentario, Rodin e Michelangelo, il canto delle statue, che racconta nei particolari questo enorme e bellissimo progetto.
Nel 1880 il governo francese affidò a Rodin la realizzazione di una grande porta decorativa per l’ingresso del futuro Musée des Arts Décoratifs di Parigi, avrebbe dovuto essere completata in pochi anni, ma Rodin la trasformò in un cantiere perpetuo, un laboratorio in cui sperimentare forme, corpi, tensioni, fino a farla diventare un universo autonomo. La porta, alta più di sei metri e popolata da circa 180 figure, è una visione simbolista della condizione umana, un vortice di desiderio, caduta, dolore e movimento. Rodin studiò a lungo Dante, Michelangelo e Ghiberti, perché voleva creare un’opera totale, capace di contenere tutte le sue ricerche plastiche.

Per questo lavorò così a lungo, ogni figura era un pretesto per nuove variazioni, e molte delle sue sculture più celebri nacquero proprio come frammenti della Porta. Il Pensatore era inizialmente un Dante meditabondo posto al centro del timpano; Il Bacio derivava dal gruppo di Paolo e Francesca; Le Tre Ombre dominavano la sommità come un monito circolare. La porta era un organismo vivente, che Rodin smontava e ricomponeva di continuo, spostando figure come un regista che riorganizza la scena. L’arte di Rodin era da sempre “pensata”, l’artista, quando aveva un’idea, realizzava bozzetti in argilla e non di rado le opere venivano lasciate da parte per errori minimi, che evidentemente per l’uomo non erano concepibili.
Rodin, nato a Parigi nel 1840, fu un artista fuori dalle accademie, venne rifiutato due volte all’École des Beaux-Arts, e si formò come artigiano e modellatore, sviluppando un linguaggio personale basato sulla vitalità della superficie, sulla tensione muscolare, sulla resa drammatica della carne. Considerato il “Michelangelo moderno”, fu uno dei primi scultori a rompere con l’idealizzazione classica per restituire la complessità psicologica dei corpi. La Porta dell’Inferno rappresenta il cuore della sua produzione, un’opera-matrice da cui tutto nasce e a cui tutto ritorna, un’impresa unica, che racchiude l’arte e l’artista stesso e forse tutta la fatica e il tentativo di ascesa dell’essere umano.
Il modello in gesso originale è oggi conservato al Musée d’Orsay di Parigi, mentre una delle fusioni in bronzo si trova al Musée Rodin, sempre nella capitale francese. Altre fusioni, realizzate postume secondo le autorizzazioni ufficiali, sono esposte in musei internazionali, rendendo la Porta una delle opere più diffuse e riconoscibili della scultura moderna.
Tra le curiosità più affascinanti c’è il fatto che la porta non fu mai installata nell’edificio per cui era stata pensata, poiché il progetto museale cambiò e l’opera rimase senza destinazione, diventando un monumento autonomo.
Rodin la considerava un’impresa che doveva raggiungere la perfezione. Aggiungeva, toglieva, ricominciava, come se la materia non fosse mai definitiva. La relazione con Camille Claudel influenzò profondamente alcune figure femminili, soprattutto quelle più tormentate e dinamiche. E, soprattutto, Rodin non vide mai la porta fusa in bronzo, durante la sua vita esistette solo in gesso, come un’opera sempre in divenire, sospesa tra idea e forma. È forse questa incompiutezza a renderla così potente, una soglia che non conduce solo all’Inferno dantesco, ma al cuore stesso della creazione artistica.
Immagine di copertina: particolare de “La porta dell’inferno”. CC Marilulula
