Immagine realizzata da Fabio Mandaglio
Dopo il referendum sulla giustizia
I magistrati, come fosse una vittoria propria, hanno festeggiato il risultato del recente referendum sulla giustizia con manifestazioni di giubilo tracimate oltre la compostezza dovuta per il rango sociale di appartenenza, dimentichi della propria irreprensibilità che, prima di essere constatata, deve essere percepita, perché non venga intaccato il comune sentire d’una giustizia giusta, nello spirito della indipendenza del giudice, sancita dalla Costituzione.
Il popolo sovrano, per i NO espressi in democratica maggioranza, non ha ricevuto alcuna coppa, alcuna medaglia. In premio, rifiutato il progetto di riforma della giustizia proposto dal Governo, ha ottenuto la invarianza dell‘ordinamento giudiziario, di cui ha confermato l’assetto, cui si potrà comunque rimettere mano in un futuro, certo non prossimo, magari avendo prima trovato il modo di superare le strettoie imposte dalla modifica di norme costituzionali. Resta invariato anche il funzionamento concreto dei processi, coi loro problemi strutturali e operativi.
Per la validità dei suoi principi, applicabili anche nella politica, oltre che negli affari, nella economia, nel management, dopo più di 2.500 anni continua ancora ad essere studiato e analizzato il manuale del generale cinese Sun Tzu, di cui L’arte della guerra non insegna solo come vincere, ma anche come gestire la vittoria.
Per consolidare il risultato della vittoria occorre innanzitutto mantenere integre, con le risorse proprie, anche quelle del nemico. Occorre poi astenersi dalla protervia arroganza, non spingere i vinti alla disperazione totale e sapersi adattare rapidamente ai cambiamenti poiché le circostanze mutano rapidamente e quelle politiche sono particolarmente esposte agli sbalzi umorali che, in certi momenti, più caratterizzano il vivere comune nel contesto socioeconomico globale.
Il popolo sovrano, democraticamente e in maggioranza, ha respinto coi propri NO le proposte del Governo di modificare alcune norme della Costituzione. La vittoria, sentita dalla magistratura anche o forse solo come propria, è una vittoria, però, che non può essere letta, unicamente, né come argine di difesa dell’assetto costituzionale vigente, né come vittoria di una fazione politica; quindi, nell’ambito di un processo di riforma del sistema giustizia, deve essere ora gestita con equilibrio tanto sul piano istituzionale quanto su quello politico.
Sul piano politico, l’esito costringe il Governo a ricomporre gli sfilacciamenti creati dalla campagna del referendum, vissuta coi clamori spesso deprecabili d’una campagna elettorale astiosa verso la maggioranza al potere. Ha bloccato la riforma costituzionale proposta, ma non ha fermato ogni altra riforma. Spinge quindi implicitamente il Governo a: rilanciare il processo riformatore senza più le modifiche costituzionali proposte e respinte; provvedere alle esigenze della comunità, d’intesa con le opposizioni, considerato anche quanto sia apparso eterogeneo il fronte politico della platea che ha votato NO; rispondere alle sentite esigenze di giustizia dei cittadini colmando le carenze strutturali e organizzative del sistema.
Sul piano istituzionale, l’esito del referendum impone però anche alla magistratura di soffermarsi a ragionare sui molti problemi della giustizia, che restano aperti e irrisolti, e a mettere a fuoco le necessità di una propria autoriforma, per la accettazione di ogni giudicato nella preventiva e concomitante percezione di un corretto operare.
Il Presidente della Associazione nazionale magistrati (ANM) ha presentato le proprie dimissioni appena dopo lo spoglio delle schede del referendum e non c’è da dubitare sulla verità delle ragioni di Cesare Parodi, motivate con le gravi condizioni di salute di un suo famigliare. Fino a quel momento, per il ruolo ricoperto, aveva catalizzato non poco le manifeste avversioni di tanti magistrati per le paventate limitazioni di loro poteri nel caso di accoglimento delle modifiche costituzionali proposte e, addirittura, per timore di una soggezione dei pubblici ministeri alle direttive del Governo.
Sopiti però i toni della consultazione che ha in qualche modo distratto i votanti dall’apprezzamento giuridico dei quesiti e li ha coartati all’apprezzamento politico di chi li aveva proposti, l’ex Presidente ANM ha detto cose degne di considerazione, che fino a poco tempo fa sarebbe stato difficile ipotizzare. Riporta Nello Rossi, direttore di Questione Giustizia, sul sito internet di Magistratura Democratica, corrente di ispirazione progressista e di sinistra interna all’ANM, come Parodi abbia riconosciuto che: certe critiche mosse nei confronti della magistratura sono giuste e meritano di essere analizzate; occorre maggiore trasparenza nei criteri di nomina dei vertici degli uffici giudiziari; serve un miglioramento complessivo dell’efficienza del sistema giustizia.
Due piani diversi, quello dei magistrati e quello dei governanti, diversamente inclinati, però, verso il medesimo bacino di raccolta costituzionale di una giustizia giusta nella forma, nella sostanza, nella comune percezione.
Si vales, vàleo.
