Perchè il potere è materia di intelligence
C’è una categoria particolare di strateghi: quelli che, quando arriva la guerra, scoprono di averla prevista. E poi c’è Roberto Vannacci, che a Mosca sembra aver fatto qualcosa di ancora più originale: aver previsto che non sarebbe arrivata.
Secondo il racconto reso pubblico dall’ex attaché militare britannico John Foreman, alla vigilia dell’invasione dell’Ucraina Vannacci avrebbe manifestato la convinzione che Putin non avrebbe attaccato. Un episodio che, riletto oggi, ha quasi il sapore della commedia.
Naturalmente si tratta della ricostruzione di un interlocutore diretto, non di una verità giudiziariamente accertata. Ma è una ricostruzione sufficientemente significativa da porre una domanda sulla qualità dell’analisi che allora veniva fatta a Mosca.
Secondo quanto riferito da Foreman, nella lettura di Vannacci della Russia emergevano inoltre posizioni che apparivano vicine ad alcuni argomenti della narrativa del Cremlino: l’Ucraina come Stato dalla sovranità discutibile, Mosca non realmente interessata a una guerra e la Russia come potenziale partner dell’Occidente.
Poi Putin, con il suo consueto rispetto per le previsioni degli analisti occidentali, invase l’Ucraina. A quel punto sarebbe stato naturale fermarsi, ammettere l’errore e chiedersi perché l’analisi fosse stata così clamorosamente sbagliata. Ma Vannacci non sembra particolarmente affezionato alle domande scomode.
È diventato politico.
Ed è proprio qui che la mia esperienza professionale mi porta a guardare questa vicenda da una prospettiva diversa. Per anni ho svolto incarichi di addetto militare, lavorando direttamente con istituzioni, vertici militari e politici di Paesi nei quali comprendere il potere non era un esercizio teorico, ma una necessità quotidiana.
In Angola ho avuto una conoscenza diretta del presidente João Lourenço e dei vertici politici e militari del Paese. In Congo ho incontrato Joseph Kabila. Non si è trattato soltanto di incontri protocollari: erano rapporti costruiti nel tempo, attraverso colloqui, interlocuzioni istituzionali e presenza sul terreno.
Questa esperienza è confluita nel mio memoir Nsango ya Afrika. Messaggi dall’Africa, nel quale ho raccontato persone e situazioni conosciute direttamente. E proprio il contatto con quegli uomini di potere mi ha insegnato una regola fondamentale: più sei vicino al potere, più devi conservare la distanza necessaria per giudicarlo.
Perché il potere è materia di intelligence.
Non basta sapere che cosa dice un presidente. Bisogna capire perché lo dice, quali interessi rappresenta, quali equilibri lo condizionano, quali capacità possiede e, soprattutto, quali decisioni è realmente disposto a prendere.
Il modo in cui parla, ciò che evita, gli uomini che lo circondano, le contraddizioni del suo discorso e persino ciò che non viene detto possono diventare elementi di valutazione.
Ma quei frammenti devono essere messi insieme. È lì che l’informazione diventa analisi. Ed è lì che la conoscenza diretta può diventare uno strumento straordinariamente potente oppure un pericoloso inganno.
Puoi conquistare la fiducia di un presidente e, nello stesso tempo, analizzarne le intenzioni. Puoi ascoltare la sua versione dei fatti e cercare proprio ciò che quella versione non dice. Puoi costruire un rapporto personale senza confondere la relazione con il giudizio. Entrare nella stanza del potere serve a vedere meglio. Non a vedere come vede il potente.
È questa la lezione che ho imparato in Africa.
Ed è proprio per questo che la ricostruzione di Foreman sull’esperienza di Vannacci a Mosca solleva una questione che va oltre la polemica politica sul suo presunto filorusso.
Se ciò che Foreman riferisce corrisponde a quanto effettivamente avvenne, il problema non sarebbe semplicemente aver sbagliato una previsione. Sarebbe aver letto il potere russo senza cogliere la possibilità che le parole del Cremlino potessero trasformarsi in azione militare.
A Mosca c’erano parole, rassicurazioni e rapporti personali. Ma c’erano anche forze militari ammassate intorno all’Ucraina, una crescente aggressività della leadership russa e una storia recente, dalla Crimea al Donbass, che dimostrava già la disponibilità del Cremlino a usare la forza.
L’intelligence doveva mettere insieme questi elementi. Non scegliere quelli più rassicuranti. Perché Putin non doveva essere valutato soltanto per ciò che diceva di voler fare. Doveva essere valutato per ciò che aveva già fatto, per ciò che poteva fare e per ciò che aveva interesse a fare.
Questa è la differenza tra diplomazia e intelligence. La diplomazia costruisce il rapporto. L’intelligence deve essere capace di mettere in discussione il rapporto. La diplomazia ascolta. L’intelligence interpreta. E quando le due funzioni convivono nella stessa persona, serve una qualità ancora più importante: la distanza critica.
Io potevo parlare con Lourenço, incontrare Kabila, conoscere i loro uomini e muovermi nei loro ambienti. Ma proprio quella vicinanza mi imponeva di non diventare prigioniero della loro narrazione. La fiducia era uno strumento del mio lavoro; non poteva diventare il risultato della mia analisi.
Questa è, a mio avviso, la vera differenza tra frequentare il potere e saperlo leggere. Ed è anche la domanda che torna inevitabilmente a Mosca.
Vannacci aveva una missione. Putin aveva un progetto. Il compito di chi rappresentava l’Italia era capire quel progetto prima che diventasse realtà. Secondo la ricostruzione oggi resa pubblica, quella lettura non avrebbe funzionato.
Il 24 febbraio 2022 la realtà presentò il conto.
Gli analisti possono sbagliare. I diplomatici possono sbagliare. I militari possono sbagliare. Ma quando la realtà smentisce una valutazione, il vero professionista non difende la previsione: analizza l’errore.
E qui la domanda diventa inevitabile: come può chi aveva il compito di osservare da vicino il potere russo non vedere arrivare ciò che quel potere stava preparando?
Non abbiamo elementi per sostenere che Vannacci fosse un agente russo. Sarebbe un’accusa enorme e non dimostrata. Ma non serve essere un agente straniero per commettere un errore strategico.
È sufficiente perdere quella distanza critica che dovrebbe essere la prima difesa di chi osserva il potere. La mia esperienza africana mi ha insegnato proprio questo. La conoscenza diretta non è un lasciapassare per fidarsi.
È una responsabilità in più. Puoi conoscere un presidente. Puoi entrare nella sua stanza. Puoi conquistare la sua fiducia. Ma quando chiudi quella porta devi tornare a fare il tuo mestiere: separare l’uomo dalla sua narrazione, le parole dalle intenzioni, la relazione dall’interesse nazionale.
Per questo ho raccontato quei rapporti in Messaggi dall’Africa: non per dire semplicemente “io li conosco”, ma per mostrare cosa significa osservare il potere da vicino senza lasciarsi assorbire dal suo racconto.
È la stessa distanza che avrebbe dovuto consentire di leggere Mosca. Perché la vera autorevolezza non consiste nell’avere accesso al potente. Consiste nel poterlo ascoltare senza diventare il suo interprete. La diplomazia senza lucidità diventa complicità. L’analisi senza distanza diventa propaganda.
E quando a sbagliare è la lettura delle intenzioni di una potenza, l’errore può smettere di essere soltanto un errore. Può diventare una guerra. La satira, a questo punto, viene quasi da sola.È come nominare meteorologo l’uomo che, davanti a un cielo nero, aveva consigliato di uscire senza ombrello perché “non pioverà”.
Il problema non è aver sbagliato previsione. Il problema è che oggi quell’uomo pretende di spiegarci come prepararci alla tempesta. Così il generale che, secondo questa ricostruzione, non vide arrivare la guerra oggi ci spiega come dovremmo preparare la pace.
Una strategia perfetta.
Peccato che, a Mosca, quella volta, abbia funzionato soltanto per Putin.
Alberto Scafella
