Immagine creata da Fabio Mandaglio
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Gli Italiani, chiamati tra un mese al referendum sulla riforma costituzionale della Giustizia, dovranno solo rispondere SI o NO. Se prevarranno i NO, nulla cambierà dell’attuale sistema giuridico. La prevalenza dei SI comporterà invece la modifica degli artt. 87 decimo comma, 102 primo comma, 104, 105, 106 terzo comma, 107 primo comma e 110 della Costituzione. Questa modifica è stata proposta con recente legge costituzionale, non approvata dalla maggioranza dei due terzi dei componenti in ciascuna Camera del nostro Parlamento. In questa ipotesi, come prevede la Costituzione, la decisione verrà dunque dal referendum del 22/23 marzo prossimo, che non comporta modifiche al testo della riforma. Il risultato sarà determinato esclusivamente dalla maggioranza dei voti validamente espressi giacché questo è un referendum costituzionale e non prevede alcun quorum di elettori.
La maggioranza dei SI comporterà la separazione delle carriere tra magistrati inquirenti e magistrati giudicanti, i quali avranno pertanto percorsi lavorativi distinti sin dall’accesso alle loro funzioni e non potranno più passare dall’una all’altra, come avviene ora. Ci sarò anche lo sdoppiamento dell’attuale Consiglio Superiore della Magistratura e sarà istituita una Alta Corte Disciplinare, che erediterà i poteri disciplinari amministrati adesso dall’attuale unico Consiglio Superiore della Magistratura, il quale gestisce al momento in modo unitario anche carriere, trasferimenti, nomine.
I membri di questi nuovi istituti saranno in minor parte professori universitari ordinari in materie giuridiche e avvocati e in prevalenza per altra parte magistrati ordinari appartenenti alle rispettive categorie, estratti a sorteggio.
I cittadini, che hanno diritto di voto, sono chiamati dal referendum ad esprimere democraticamente la propria volontà. Se non intendono accettare queste modifiche voteranno NO. Se intendono invece accettarle voteranno SI, ma queste norme di modifica della Costituzione non entreranno immediatamente in vigore perché dovranno essere emanate le relative leggi che ne stabiliranno le modalità pratiche di attuazione.
Il SI, secondo gli intendimenti di chi ha proposto le modifiche, porrà accusa e difesa, in ogni causa giudiziaria, su un piano di effettiva parità, secondo il principio del giusto processo sancito dall’art. 111 della Costituzione. Pubblico ministero (magistrato requirente) e giudice (magistrato giudicante), che in contiguità di fatto svolgono oggi funzioni diverse, saranno inquadrati in carriere distinte con distinti Consigli Superiori della Magistratura, organi autonomi di autogoverno per tutto ciò che riguarda percorsi professionali, trasferimenti, autorizzazioni, valutazioni di professionalità, incompatibilità e quanto altro. Questi nuovi Consigli Superiori, che si concentreranno sul governo delle carriere, non avranno poteri disciplinari, i quali saranno conferiti ad una Alta Corte Disciplinare, che assicurerà la terzietà di giudizio, oggi compromessa per il fatto che questi poteri competono all’unico Consiglio superiore della Magistratura, cui fanno riferimento tanto i magistrati requirenti (pubblico ministero) quanto i giudici (magistrato giudicante).
Queste sono le questioni che più alimentano sui media le discussioni sulla accoglienza del SI o del NO. La riforma proposta, però, è molto più complessa e ben si presta a sostenere l’ampio dibattito politico sulla valenza prospettica dell’attuale sistema giudiziario. Modificarlo, infatti, significherebbe riscrivere in parte la nostra Costituzione, per aggiornarne i principi alle contingenze dei tempi.
Il referendum costituzionale, pertanto, è da considerarsi strumento efficace di democrazia diretta, poiché chiama il popolo sovrano a decidere se una legge di revisione della Costituzione, che il Parlamento ha già approvato pur senza le maggioranze qualificate previste, debba comunque entrare in vigore.
Si vales, vàleo.
