Il termine post-verità (Post-Truth) compare per la prima volta nel 1992, secondo gli Oxford Dictionaries, in un articolo del drammaturgo serbo-americano Steve Tesich, pubblicato nella rivista «The Nation»; e nel 2016 sempre l’Oxford Dictionary annunciò di aver decretato “post-truth” come parola dell’anno.
Perché quell’espressione ci può interessare? Semplice: perché essa sembra diventata la vera chiave interpretativa della nostra realtà contemporanea.
Ma che cosa si intende per post-verità?
Per non essere approssimativi prendiamo la definizione fornita dalla Treccani: “Argomentazione, caratterizzata da un forte appello all’emotività, che basandosi su credenze diffuse e non su fatti verificati tende a essere accettata come veritiera, influenzando l’opinione pubblica”. In parole povere, la post-verità è l’insieme di balle, sofismi, pregiudizi, argomentazioni farlocche, menzogne, propaganda, vere e proprie idiozie supportate spesso da strepiti, urla ed emotività; tutte cose che si utilizzano per convincere la gente di ciò che piace a noi, anche se noi stessi non ne siamo convinti; ma va bene lo stesso per raggiungere il fine che ci proponiamo.
Ancora più, in sintesi, è la vecchia strategia di Joseph Goebbels secondo cui una menzogna ripetuta dieci, cento, mille volte diventa una verità. E il ministro della propaganda nazista non aveva i mezzi di comunicazione di oggi.
Guardiamoci intorno, e ci convinceremo che la post-verità è ormai la dominatrice del discorso pubblico. Dagli slogan ringhiosi dei cortei alle dichiarazioni nelle aule parlamentari, sempre sopra le righe – va detto, con una certa partigianeria, che è prerogativa soprattutto delle opposizioni – è tutto un diluvio di propaganda, una propaganda però non intelligente, piena di affermazioni apodittiche e indimostrate, forse perché indimostrabili, di paralogismi, di assurdità concettuali e materiali. Veri e propri bias cognitivi, come direbbero gli acculturati, in grado di distorcere ogni ragionamento e allontanarlo dalla realtà a cui è ancora legata, fortunatamente, la gente comune.
Si pensi a tutto ciò che è stato, ed è ancora, legato ai grandi interessi economici, politici, culturali in senso deteriore, e che deve essere imposto e condiviso ad ogni costo perché i grandi poteri lo vogliono, fenomeno che ha subito una strana e forte accelerazione soprattutto negli anni venti del nostro secolo: l’arrogante pseudo-scienza dell’era covidaria, l’esaltata e apocalittica visione ambientalista, la patetica ma potente propaganda atlantista nel conflitto russo-ucraino, la sovreccitazione pro-Pal contrapposta alle pseudo ragioni di Israele, le stravaganti e sempre mutevoli dichiarazioni trumpiane. Tutte storie pericolosamente in bilico fra stupidità individuali e ipnosi collettiva.
Si è assistito ad una profonda frattura fra il senso comune, nella sua accezione di buon senso, da una parte -buon senso proprio della maggioranza delle persone legate alla realtà, alla logica, alla concretezza della vita quotidiana- e le opinioni degli intellettuali e di tutta quella vociferante platea di semi-acculturati che pensano di essere “elevati” per usare un’espressione alla Grillo o, più semplicemente, pensano di pensare.
Appare sempre più fondata la tesi di un grande sociologo come Jacques Ellul secondo cui sono proprio gli individui appartenenti alle classi superiori (o che si ritengono tali) ad essere più facilmente influenzati dalla propaganda dominante, dalle idee più allettanti, dalle visioni più condivise e più attraenti. Persone che si ritengono elegantemente più avanti della gente comune, in una consapevolezza quasi razzista della loro condizione privilegiata, anche perché coccolate e lusingate dai media radical-chic.
Chiudiamo con due esempi che sembrano convalidare quanto detto più sopra: uno più drammatico e uno più ordinario.
Abbiamo tutti visto crescere in questi ultimi tempi un clima di intolleranza e di divisione che ha riempito piazze isteriche e talvolta violente, piazze che spesso e volentieri degenerano in campi di battaglia, popolate di cosiddetti “antagonisti” in cui ogni razionalità è abbattuta: personaggi che sono semplicemente “contro”, non si sa bene a che cosa, spinti dalla propria violenza interiore che deve trovare un destinatario il quale, nel caso specifico, è un governo liberamente e democraticamente scelto dagli italiani ma che quei personaggi, nella loro mente febbricitante, hanno demonizzato.
Così come hanno demonizzato un certo tipo di società, un certo tipo di economia, un certo tipo di coscienza collettiva, un certo “tutto”, senza sapere il perché o con argomentazioni deformate dall’odio e da una ideologia estrema nei principi e nelle conclusioni, un’ideologia in cui la spranga e la molotov hanno sostituito la civiltà della ragione e del confronto. Non sappiamo se siano autonomi o eterodiretti, sappiamo solo che sono un pericolo da neutralizzare, democraticamente ma fermamente.
Il secondo esempio è dato dal confronto sul prossimo referendum. I fautori del sì e del no alla riforma della magistratura -non della giustizia- si contrappongono civilmente ma sempre più duramente, e anche qui con toni e argomentazioni non sempre di alto livello.
Non vogliamo nascondere la nostra parzialità di sostenitori del sì, e diciamo chiaramente che la fragilità e spesso la fallacia delle argomentazioni sono attribuibili soprattutto al fronte del no.
L’asse portante della propaganda contraria alla riforma, la sua argomentazione regina, è che se prevarranno i sì la magistratura, e in particolare quella requirente, sarà assoggettata al governo. Peccato che nessuno abbia capito da dove questa affermazione tragga fondamento: nulla, nel testo della legge costituzionale, fa presumere una simile prospettiva e nulla essa dice in proposito.
Si tratta semplicemente di un processo alle intenzioni, senza un fondamento reale e testuale; un perfetto esempio di quanto detto più sopra quando si parlava di degrado dell’argomentazione nel dibattito politico contemporaneo. Eppure, il fronte del no continua, dobbiamo dirlo, eroicamente a diffondere questa assurdità nella speranza che qualcuno ci creda.
Qualche anno fa, alla nascita del governo Meloni, avevamo previsto che la sinistra avrebbe scatenato contro il nuovo esecutivo nemico tutte le armi della disinformazione in suo possesso, e anche tutta la violenza destabilizzatrice di quelle forze del sottomondo politico, i maranza dell’antagonismo, a lei vicine.
Ma quella propaganda, quelle forze possono vivere solo a patto di far propria l’irrazionalità e la violenza concettuale e verbale che appartiene al mondo della post-verità, il vero e grande serbatoio della sua sottocultura, a cui una società liberale, democratica e forte deve sapersi contrapporre con decisione sia sul piano del confronto sia su quello della dissuasione.
L’idea della “democrazia armata” -concetto ambiguo ma di qualche utilità- può avere un senso proprio a questo proposito, quando i valori fondamentali di razionalità nel dibattito e rispetto delle sue regole intellettuali e dialettiche cominciano progressivamente a sfaldarsi.
