Una ipotesi di recupero sinergico di strutture dismesse e popolazione ai margini, in cerca “d’autore”
Molte città ex industriali quali Torino, sono accomunate da un problema: languono sempre più numerosi i capannoni dismessi dove fino a pochi decenni addietro, operava la piccola industria locale, e che oggi sono vuoti.
A fronte di un patrimonio immobiliare destinato all’inutilizzo e all’abbandono, nasce un reimpiego ipotizzabile da parte del Comune interessato: riscattarli, trasformare tetti piani in fotovoltaico da allacciare alla rete e all’interno di strutture riqualificate e gestite da selezionati gruppi di volontariato, creare centri di accoglienza, di recupero e di risorse perdute senza lavoro, da reinserire nel mondo dell’artigianato. Un’ipotesi a largo spettro, poiché i senzatetto sono sempre più numerosi e troverebbero luoghi di accoglienza ma non solo.
Ambienti in cui raccogliere persone desiderose di riappropriarsi della loro dignità, giovani non particolarmente attratti dal percorso scolastico, ma in cerca di una specializzazione “dal basso” per attività manuali sempre più richieste e carenti.
Un’idea nata chiacchierando tra amici di una certa età, con una diversificata cultura legata ai tempi di una società produttiva e collegati a problemi di un presente ritenuto distratto e lontano da semplici realtà: unità di quartiere, decoro sociale, senso di appartenenza e indipendenza locale grazie a un approvvigionamento energetico incluso.
Come punto di partenza è stato individuato un censimento da parte dei comuni, di tutti gli spazi adatti al progetto, quindi…
Qui di seguito una serie di ipotesi elencate per livelli, da suggerire al lettore, ai proprietari di capannoni inutilizzati, alle amministrazioni, e… ai cortili deserti delle nostre città.
Ne è scaturito un modello concreto e realistico di progetto pilota, pensato per un capannone medio/ampio (circa 4.000–6.000 m²), facilmente adattabile a molte città italiane.
L’idea è creare un Hub di rigenerazione sociale, energetica e artigianale, sostenibile economicamente nel medio periodo.
Modello pilota: “Officina di Rinascita Urbana”
Struttura dello spazio compreso tra 4.000–6.000 m². Utilizzo della superficie piana di copertura.
- Installazione di un impianto fotovoltaico (circa 500–700 kW);
- possibile raddoppio di kilowatt nel caso di una copertura fotovoltaica su parcheggi e aree limitrofe disponibili;
- eventuale sinergia per formare una comunità energetica con quartiere circostante
- parte dell’energia necessaria destinata all’hub, il resto venduto alla rete
Obiettivo: creare una struttura energetica in grado di stabile entrate per sostenere il progetto.
Area produttiva / laboratori (30-40%)
Spazi flessibili suddivisi in moduli destinati al trasferimento di competenze di artigiani in pensione a giovani in cerca di una attività manuale sempre più richiesta.
Possibili laboratori:
- falegnameria, meccanica, metallurgia, saldatura, uso di attrezzi da lavoro;
- ciclofficina e non solo, per ciclo riparazioni, ciclomotori eccetera;
- tessile e sartoria sociale;
- manutenzione elettrodomestici, recupero mobili, restauro
- piccola metalmeccanica/artigianato digitale
Funzioni annesse:
- spiraglio di reintroduzione in una vita dignitosa per chi ha perduto il lavoro, la casa, la famiglia;
- formazione professionale di giovani a rischio emarginazione, inseriti in una possibilità inclusiva;
- produzione che può trasformarsi in piccola, immediata fonte di reddito;
- collaborazione con artigiani locali in cerca di prossimo personale, grazie al contributo di esperti in pensione o mentori qualificati
Area inclusione e accoglienza (25-35%)
Non adibita a dormitorio permanente, ma ad accoglienza transitoria.
Una struttura gestita da organizzazioni di volontariato laici e di ogni ordine religioso:
- mini-alloggi o moduli abitativi (30–50 posti)
- docce e servizi;
- supporto sociale e legale, ricerca di ricongiungimenti a seconda delle richieste;
- orientamento al lavoro per senzatetto a causa perdita di lavoro, ma interessati a trovarne di nuovo;
Durata tipica permanenza: 6–18 mesi.
Area formazione (15%)
- aule corsi gestite da insegnanti qualificati ma volontari;
- spazi di integrazione e competenza modello “coworking”,
- orientamento professionale;
- corsi su sicurezza, competenze digitali, gestione attività,
Possibile collaborazione con scuole tecniche e associazioni.
Area economia circolare (10%)
- magazzino materiali recuperati;
- selezione di prodotti e negozio sociale (vendita prodotti rigenerati),
- centro di raccolta e smistamento di prodotti non riciclabili.
Questa parte crea entrate, educazione civica, esempio e visibilità pubblica.
Area comunitaria (10%)
- cucina condivisa
- mensa sociale aperta anche al quartiere
- spazio eventi e mercato artigianale
Serve a evitare l’isolamento del progetto.
- Persone coinvolte
- 30–50 persone in reinserimento
- 10–15 operatori professionali
- 20–30 artigiani/mentor part-time
- volontari e associazioni locali
- piccole imprese partner
- Modello economico semplificato
Entrate principali:
- vendita energia fotovoltaica
- prodotti artigianali
- servizi di riparazione
- affitto spazi laboratorio a microimprese
- fondi pubblici iniziali (avvio)
Obiettivo: ridurre progressivamente la dipendenza dai fondi sociali.
- Errori da evitare (molto importanti)
- creare solo un centro di accoglienza
- separare il progetto dal quartiere
- affidarsi solo al volontariato
- mancanza di governance professionale
- Evoluzione possibile
Se funziona, il modello può diventare:
- rete di capannoni specializzati (tessile, legno, elettronica)
- filiera cittadina del riuso
- polo formativo per nuovi artigiani
- incubatore di microimprese sociali
Una visione di rinascita urbana polifunzionale: un’idea nata per caso e poi elaborata anche con il “parere” della AI, per un progetto a largo spettro.
Questo tipo di progetto “ipotizzato a campione” e redatto da più angolazioni, potrebbe essere un input atto a trasformare un problema urbano (abbandono + fragilità sociale) in una nuova infrastruttura civica: una sorta di “ex fabbrica” che torna a produrre, ma in contemporanea, può creare nuova coesione, combatte l’emarginazione in cambio di energia, senso civico e prospettive di lavoro artigianale recuperato da motivate, anziane esperienze, e sempre più carente.
È una provocazione, in quanto le nostre città sono sempre più affollate di “senzatetto” accoccolati su se stessi senza più dignità, e di genti da altri paesi, culture e credenze, in cerca di condivisione, e parimenti, di capannoni e piccole strutture ex lavorative, inutilizzate e vuote che offrono accoglienza per nuove iniziative.
Spazie e rifugi pronti per nuove genti, per lavori, per suoni di macchine e di rumori, luoghi a basso costo da riciclare per una riscossa civile, storica e italica nata dal basso, da elaborare ed esportare in quartieri e città.
Ogni commento, idea, suggerimento creativo saranno cosa gradita.

Questi progetti possono funzionare in aree limitate e in piccoli centri, ma non x disfarsi di aree ove esistevano strutture produttive rilevanti Per mantenere elevato il benessere sociale, comuni e regioni devono cercare altre imprese idonee a investire su quelle aree e favorire l’occupazione di risorse. Altrimenti comeTorino sta per fare sulle aree di Mirafiori, si favorisce la speculazione, si impoverisce il territorio e rimaniamo ostaggi di ambientalisti sfigati e nullafacenti
Nel rispetto di ogni idea, già nel 1980 si studiavano progetti di economia circolare e indipendenza energetica “di quartiere” simili
Buone idee, credo difficile da realizzare.
Ci vorrebbe un nuovo Don Giovanni Bosco.
Salve Santina! Qui a Chieri è stato fatto e funziona da tempo un recupero multifunzionale simile all’ex mattatoio, con annesso ristorante in cui lavorano anche alcuni disabili (sai dov’è, si mangia anche bene), e poi vi sono molte iniziative interessanti e che funzionano. È solo questione di gestione accuratamente suddivisa. Ci sentiamo, grazie
Idee molto interessanti ma purtroppo gli enti e le persone che ci lavorano non sono capaci di gestire molte cose. Mancano la volontà , la capacità, l’interesse. Doti necessarie per realizzare progetti degni di nota. Normalmente queste persone sono solo interessate allo stipendio da riscuotere e meno lavoro fanno e meglio stanno. Basta confrontare l’Alto Adige e la Sicilia. Entrambe Regioni autonome ma con risultati completamente diversi.
Idee molto coinvolgenti, bisogna vedere se esiste la voglia di attuarle,su quello sono scettico., certo che sarebbe bello attuarle
Carlo mi piace molto questa “visione” e questo studio. Senza visioni non ci sarebbero progetti né realizzazioni. Che poi sia difficile realizzare è ovvio, servono politici che ci credano, gente che li sostenga (quanti sono quelli che vanno oltre le buche nell’asfalto??? ) opportunità e tanti soldi.
Nella mia esperienza al Comune di Alpignano ho visto realizzare fra il resto la ristrutturazione della Villa Govean grazie alle condizioni precedenti. In particolare i fondi PNRR. Che però ormai sono finiti. E non sono neanche bastati a realizzare lo studentato in progetto. Ma almeno siamo riusciti a rendere finalmente fruibile dai cittadini l’unico edificio storico, con spazi per il Comune, associazioni, ecc e ala servizi con impianto FV.
è un’idea da esportare nelle amministrazioni comunali di buona volontà. Magari facendo rimbalzare da una all’altra e mi sembra chead Alpignano (dove credo di aver vinto il premio letterario Tallone, presso l’antico opificio, almeno vent’anni fa, con il racconto “il soldato francese”, mi pare), la lungimiranza non manchi. Grazie Renzo