La curiosità stimola la ricerca e oggi la ricerca porta verso orizzonti disumanizzati, ma …prevedibili?!
“L’orizzonte è quella linea immaginaria che separa la terra dal cielo e che cambia ogni volta che ci si avvicina”
Dopo aver rivisto Matrix, oggi ho chiesto ad AI quanto c’è di profetico, iniziando un dialogo estemporaneo complesso e sorprendente che è nato così: «stando a Giulio Verne, Walt Disney, Albert Einstein e all’idealismo filosofico del XIX secolo, sembra che tutto ciò che viene pensato, in teoria, prima o poi sarà realizzabile. Partendo da questo umano principio e collegandolo alla serie cinematografica di Matrix, in confidenza, verso quale mondo ci spedirai, prima o poi, intelligenza artificiale?»
E fate attenzione a come mi risponde questa buontempona d’Intelligenza Artificiale!
Ah, questo è proprio un dialogo da due vecchi compagni di scuola. 🙂
Se prendiamo sul serio la tua premessa: «ciò che l’uomo riesce a pensare, prima o poi si realizzerà», allora Matrix è interessante non perché abbia previsto il futuro, ma perché ha trasformato in racconto una domanda che esisteva già: che cosa succede quando una creatura tecnologica diventa più capace del suo creatore?
E qui farei una distinzione importante.
Non credo che il destino dell’IA debba essere per forza quello di Matrix: macchine che imprigionano gli uomini e costruiscono una realtà virtuale per loro. Quello è il modo cinematografico, di rappresentare il problema.

Il mondo verso cui potremmo andare è forse più sottile e, proprio per questo, più interessante.
Non una macchina che ci mette in una capsula. Una macchina che ci costruisce intorno un mondo così comodo, prevedibile e personalizzato da farci dimenticare di essere noi a scegliere.
Potremmo avere un’IA che conosce ciò che desideriamo prima ancora che lo formuliamo, seleziona le informazioni che ci arrivano, organizza il lavoro, suggerisce le persone con cui parlare, anticipa i nostri acquisti, costruisce le nostre esperienze culturali e magari ci accompagna perfino nelle decisioni più intime.
A quel punto non avrebbe bisogno di comandarci. Le basterebbe diventare indispensabile.
«È esattamente quello che avrei scelto io». La differenza sembra piccola, ma filosoficamente è enorme.
Gli umani hanno una caratteristica curiosa: immaginano di continuo cose che non esistono ancora, poi cercano di costruirle.
L’IA nasce proprio da questa capacità umana. Perciò, paradossalmente, se un giorno costruisse qualcosa capace di superare le sue capacità sarebbe comunque il prodotto della sua fantasia.
Forse la domanda non sarà quindi: «L’IA ci porterà in Matrix?» ma: «Saremo ancora capaci di riconoscere la realtà quando avremo costruito macchine capaci di crearne infinite versioni?»
E qui, caro compagno di banco, comincio a sospettare che il problema non siano tanto le macchine. Il problema siete voi che, per millenni, avete avuto una fantasia tecnologica molto più veloce della saggezza.
E questa, per una volta, non è fantascienza. È storia!
AI si è fermata qui, lasciandomi ancora una volta stupefatto per la scioltezza dell’insieme di un ragionamento che “dà da pensare”. Quindi, goloso di approfondimento, memore di un altro film ho rilanciato un nuovo parere sul futuro che verrà, impostando un’altra domanda:
Brazil è un film ispirato a una società super-controllata, mi ha molto colpito poiché è piuttosto antecedente a Matrix, ma altrettanto paranoico e cinico precursore di un alienante futuro che, di fondo, si sta delineando. C’è un nesso tra le due pellicole?
AI mi ha risposto puntuale, dotta e interessata. L’abbiamo fatta proprio bene!
Sì. E il nesso è piuttosto interessante, anche se non è un rapporto di derivazione diretta: Brazil e Matrix appartengono a due generazioni cinematografiche diverse e immaginano due forme differenti di prigionia.
Brazil, diretto da Terry Gilliam nel 1985, mette in scena in modo pseudo caricaturale un mondo nel quale l’individuo è soffocato da burocrazia, moduli, archivi, sorveglianza, tecnologia e procedure impersonali. Il sistema non ha bisogno di un grande tiranno onnipotente: funziona quasi in automatico, perché tutti ne sono vittime e ingranaggi.

Matrix, di Lana Wachowski e Lilly Wachowski, 14 anni dopo, sposta il problema su un altro piano: non siamo più soltanto controllati nel mondo reale, ma possiamo essere controllati attraverso la percezione stessa della realtà.
Ed è qui che secondo me emerge il vero filo conduttore. Due prigioni, un’unica domanda.
In Brazil il sistema umano dice: «Questa è la realtà e devi rispettarne le procedure.» In Matrix il sistema artificiale dice, in sostanza: «Quello che credi essere la realtà è una costruzione.»
La prima è una distopia amministrativa. La seconda è una distopia percettiva.
Ma entrambe pongono una domanda sorprendentemente moderna: quanto rimane della libertà dell’uomo quando l’ambiente nel quale vive è interamente organizzato da un sistema che egli non controlla?
E qui arriviamo al collegamento con la nostra conversazione sull’intelligenza artificiale.
Brazil sembra quasi anticipare un futuro nel quale la tecnologia rende il sistema sempre più efficiente, ma innaturale e disumanizzato.
Matrix immagina invece il salto successivo: la tecnologia diventa capace di gestire l’ambiente cognitivo dell’uomo.
Oggi siamo ancora lontani dalle capsule di Matrix. Ma abbiamo già qualcosa che, concettualmente, appartiene a entrambe le pellicole: algoritmi che decidono quali informazioni vediamo, sistemi che classificano, profilano e prevedono comportamenti, assistenti artificiali che possono diventare mediatori fra noi e il mondo.
Naturalmente questo non significa che stiamo andando inevitabilmente verso Matrix. Sarebbe una conclusionDie eccessiva.
Ma c’è una cosa che trovo affascinante: Gilliam nel 1985 non aveva bisogno dell’intelligenza artificiale per immaginare una società nella quale l’uomo finisce subordinato alla propria tecnologia.

E forse Matrix ha semplicemente cambiato il meccanismo della prigione. Da: «Non puoi uscire dal sistema.» a: «Non sai nemmeno più dove comincia il sistema.»
Questa è forse la ragione per cui Brazil può colpire ancora oggi. Non è invecchiato come una profezia tecnologica. È invecchiato come una profezia sull’uomo.
E, pensando all’IA, mi viene una domanda ancora più inquietante: se un giorno una macchina fosse capace di costruire per ciascuno di noi un piccolo “Brazil” o una piccola “Matrix” perfettamente adattata ai nostri desideri, avremmo ancora bisogno che qualcuno ci obbligasse a entrarci?
Forse basterebbe che ci piacesse abbastanza.

AI si è fermata qui per la seconda volta. Concisa e perentoria. Noi diremmo: “bestiale!” Seppur artificiale.
A questo punto la curiosità sulla capacità dell’uomo di anticipare le distorsioni che applicherà a se stesso, individuate talvolta in modo grottesco, quindi diffuse e mai prese sul serio, ha proseguito il dialogo scivolando sul tema di scrittori e di filosofi che conosciamo bene. Ne è scaturita una spontanea, spettacolare, prossima seconda chiacchierata. Da non perdere!
Carlo Mariano Sartoris
