Immagine da commons.wikimedia.org
Agostiniano di formazione
Il sorriso è la prima forma di comunicazione non verbale e può dire molto, quindi, prima che si pronuncino parole. Ci sono però vari modi di sorridere, che possono trasmettere segnali diversi. Quando il Cardinale Robert Francis Prevost si è affacciato come Papa Leone XIV alla Loggia delle benedizioni, il suo biglietto di visita, nella prolungata immobilità, è stato un certo sorriso, la parte visibile immediata del suo primo messaggio “Urbi et Orbi – a Roma e al mondo”; le sue parole sono arrivate dopo, accolte da una più intensa ovazione, ch’era già partita da più di qualche minuto innanzi.
Sono una ventina i tipi di sorriso indagati dai libri di psicologia e nella fisiognomica, una pseudoscienza per alcuni, che si interessa in particolare dei rapporti tra il viso di una persona e il suo carattere, la sua personalità. Quello più amato è il sorriso descritto nel corso del 1800 dal neurologo francese Guillaume Duchenne: è il sorriso sincero, considerato manifestazione spontanea e genuina di gioia e di piacere. Il sorriso Duchenne è sorriso autentico, che coinvolge tutti i muscoli del viso e crea le caratteristiche zampe di gallina intorno agli angoli degli occhi. Quello che si riscontra più facilmente, invece, è il sorriso di circostanza, un sorriso di buona apparenza, che si adatta al contesto del momento, che va bene per quasi tutte le occasioni e non mostra nulla, all’interlocutore, dei pensieri e delle emozioni custodite in quel momento. È spesso un sorriso sociale e di convenienza, adatto in genere a un clima non conflittuale, non ostile, e per lo più non suscita in controparte il timore di cattive intenzioni.
Qual è stato il primo sorriso di Papa Leone? Dopo il rituale “Habemus Papam” ha fatto seguito, ancora in latino, il nome proprio dell’eletto e quindi quello da lui scelto come successore della cattedra di Pietro. I media, pertanto, hanno preso immediatamente a scandagliare nella vita di questo primo Papa degli Stati Uniti e i telefonini delle oltre 100 mila persone presenti a Roma nell’abbraccio delle colonne del Bernini, lungo Via della Conciliazione e in quelle laterali, hanno cominciato a sparare a raffica notizie, foto e selfie.
Rispetto alla età dei Cardinali in Conclave e degli altri che non vi hanno partecipato perché oltre il limite degli 80 anni compiuti, Papa Leone è diversamente giovane e ha tempo davanti, ma certo conosce quel verso del Purgatorio in cui Dante recita: “Che perder tempo a chi più sa, più spiace”. Da questo a prescindere, per il pragmatismo di cui, spesso anche semplicemente come “Bob”, ha dato ampia mostra nella lunga missione apostolica in Perù, decide in prima istanza che tutte le cariche conferite per il funzionamento della grande macchina amministrativa della Chiesa, scadute con la morte di Papa Francesco, sono confermate “donec aliter provideatur – finché non si provvederà diversamente”, ma, da diretto interessato, sa che senza soldi non si cantano messe e quindi incarica immediatamente il Cardinale Timothy Michael Dolan, Arcivescovo Metropolita di New York, di provvedere da subito al risanamento delle finanze vaticane.
Le messe verranno dopo. Lo predice la sua formazione religiosa nello spirito dialettico di quell’Agostino, che ben sapeva come vanno le cose del mondo e che, consapevole della fragilità umana, chiedeva al Signore: “rendimi casto, ma non subito”. Lo dice poi anche la sua postura composta, che da quella Loggia viene ai tanti piccoli schermi freneticamente impugnati e che rimandano ingrandimenti di un viso dai tratti gentili, di serena apparenza. Ma certo è ben consapevole di aver ereditato una Chiesa dai mille problemi, tutti da risolvere secondo una scaletta da costruire che, anche nell’ambito della continuità pastorale con Papa Francesco, dovrebbe vedere la precedenza delle questioni sociali rispetto a quelle dottrinali.
Quel suo primo sorriso troppo a lungo trattenuto, con gli occhi socchiusi e le labbra serrate, fa pensare che trattenga anche chissà quali riservate conoscenze, quali imprevedibili decisioni da prendere; è un sorriso che trasmette fermezza ed equilibrio, capace di dissimulare sentimenti profondi e intenzioni quasi manageriali per le tante novità già previste da ormai ex Capo del Dicastero dei Vescovi e comunque attese dai giubilanti. Sono molte, infatti, le aperture e le anticipazioni di Papa Francesco, che attendono di essere regolamentate e quelle del suo successore, dunque, saranno tutte messe cantate, ma con toni meno salmodianti e ritmi decisamente sinodali.
C’era anche tanta felice contentezza negli occhi del Cardinale Prevost, velata da lenti cerchiate di metallo, quando si è presentato per la prima volta al mondo con la stola di Papa. Quel suo sorriso immediatamente gradevole, seppur di complessa interpretazione, non c’è più stato, però, durante tutta la lunga, enfatica e solenne cerimonia di sua intronizzazione. Nella composta dignità degli atteggiamenti, senza gli occhiali, nessun nascondimento alla pacata e molto seria gravità del suol viso, improntato ormai alla consapevolezza delle “inquietudini e delle sfide di oggi”, che impongono, come ha detto, “di gettare lo sguardo lontano”, come già sta facendo.
Si vales, vàleo.
