Immagine creata da Fabio Mandaglio
Non è la sola a far paura
Gli USA sganciarono il 6 agosto del 1945 su Hiroshima “Little Boy”, un ordigno nucleare della potenza di 16 chilotoni e tre giorni dopo su Nagasaki “Fat Man”, un altro ordigno nucleare della potenza di 25 chilotoni. Un chilotone è pari a 1.000 kili di tritolo. A Capaci nell’attentato al giudice Falcone ne bastarono 300 chili per sventrare parecchi metri d’autostrada. In Giappone le due città furono rase al suolo, si contarono più di 210.000 morti con 150.000 feriti e il Paese si arrese. Fu la fine della Seconda Guerra mondiale. Qualche mese prima, dal 4 all’11 febbraio, Franklin Delano Roosevelt per gli Stati Uniti d’America, Winston Churchill per la Gran Bretagna e Josif Stalin per l’Unione Sovietica si erano incontrati riservatamente a Yalta dove tracciarono tra l’altro, in prima bozza, i confini territoriali delle potenze che risultarono poi vincitrici e decisero anche il destino degli Stati sconfitti, tra cui l’Italia e la Germania.
Alcuni studiosi vedono nella Conferenza di Yalta l’inizio della “Guerra fredda” tra i Paesi del così detto Blocco occidentale, più vicini al modello degli Stati Uniti, che vi primeggiavano, e i Paesi del Blocco orientale, più vicini all’influenza dominante dell’Unione Sovietica. Fra i due schieramenti, improntati il primo al capitalismo e l’altro al comunismo, lo scontro ideologico aveva basi concrete fondate sulla superiorità tecnologica e bellica, misurabile in termini di testate nucleari nei rispettivi armamenti. Accanto alla Diplomazia Tradizionale, stava quindi prendendo corpo quella che alcuni definiscono Diplomazia Nucleare, la quale si distingue, in particolare, per l’uso della Deterrenza Nucleare, cioè della minaccia reciproca, più o meno velata, di far ricorso ad un’arma nucleare per impedire l’azione di uno Stato, ritenuta pregiudizievole per gli interessi dell’altro Stato.
Nei giorni scorsi, prima dello scontro di Zelenskyy con Trump alla Casa Bianca, l’Ucraina ha colpito un centro logistico in pieno territorio russo con un missile balistico di fabbricazione statunitense. La Federazione Russa, che già più d’una volta, nel corso di questa guerra, aveva minacciato l’impiego di armi nucleari, ha immediatamente risposto in modo circostanziato che l’uso di missili occidentali non nucleari da parte delle forze armate ucraine contro la Russia potrebbe comportare una risposta nucleare.
Come scrisse Henry Kissinger, il quale non poté diventare Presidente degli Stati Uniti d’Ameria solo perché non era nato sul suolo americano, “Contro un avversario che notoriamente considera la guerra nucleare come il peggiore dei mali, il ricatto nucleare diventa una strategia quasi invincibile”. Ma oggi dobbiamo chiederci: un’arma dal potenziale nucleare, nella geopolitica odierna, conserva ancora il suo potere deterrente? Ebbene sì, ma non è più solo questa minaccia a far paura.
Un tempo erano solo le grandi potenze mondiali a poter disporre di testate nucleari; oggi, invece, queste sono anche negli armamenti di alcuni Paesi minori, più o meno legati alle prime in senso politico o militare e nel nostro mondo, quindi, nel quale pare ci siano almeno una cinquantina di conflitti in atto, aumenta il numero dei soggetti che potrebbero far ricorso alla Deterrenza Nucleare e quel che più preoccupa, è che possano farvi ricorso molto poco diplomaticamente. Per altro, le innovazioni tecnologiche nell’industria bellica, votata pure alla difesa oltre che alla offesa, hanno migliorato gli armamenti e ne hanno prodotto di nuovi, diversi dai tradizionali, ma altrettanto e forse più micidiali e distruttivi.
Alcuni conflitti in corso hanno mostrato, infatti, anche aspetti da guerra batteriologica per le lesioni riportate dalle vittime, quantunque l’uso, come armi, di agenti microbiologici e di tossine, sia vietato dalle leggi internazionali. Altri conflitti hanno mostrato anche aspetti da cyberguerra per i danni causati con software informatici che hanno compromesso la sicurezza e danneggiato talvolta irreparabilmente le strutture vitali colpite.
La Deterrenza Nucleare resta dunque appannaggio solo di alcune potenze; molto più ampio è invece il numero di soggetti che possono padroneggiare armi diverse di deterrenza. Le minacce cybernetiche, in mano a gruppi spregiudicati in affari, si prestano bene al ricatto per estorcere denaro; ma un gruppo terroristico o anche uno Stato può servirsene pure come mezzo di coercizione per ottenere specifiche utilità e, a questo scopo, potrebbero risultare estremamente più efficaci le minacce batteriologiche. Gli attacchi informatici mostrano in genere immediatamente i loro danni; gli inquinamenti da tossine, di norma, vengono invece rilevati a distanza di tempo e ciò rende più subdoli gli attacchi.
Cambiano, dunque, le deterrenze, perché cambiano i mezzi di offesa e si riducono i margini operativi della Diplomazia Tradizionale che, ad esempio, quando gli USA scoprirono nel 1962 a Cuba una postazione di missili russi, sventò il pericolo concreto di una guerra nucleare con lo scambio magistrale di reciproche concessioni mediato tra Kruscev e Kennedy. Il massacro e le devastazioni causate da “Little boy” e da “Fat Man” – le sole bombe nucleari usate in guerra – dovrebbero aver convinto tutti che l’impiego di un’arma nucleare con la ritorsione, in risposta, di altra arma nucleare, potrebbe portare alla distruzione di entrambi gli schieramenti… e non solo. Questo, dunque, dovrebbe impedire alla Deterrenza Nucleare di tradursi in atti.
Anche la esecuzione degli atti minacciati dalla Deterrenza Cybernetica e ancor più dalla Deterrenza Batteriologica potrebbe portare a distruzioni di massa. E allora? Armarsi per tema d’una guerra o, come si chiede oggi all’Europa, riarmarsi, perché gli Usa stanno chiudendo il loro ombrello per noi protettivo, all’ombra del quale registriamo ben 80 anni di progressi del nostro vivere civile senza guerre? O piuttosto tornare alla gestione condivisa della Deterrenza Tradizionale con la guerra combattuta a tavolino, dove non ci sarà compianto per i morti perché saranno seppellite solo le insipienze umane?
Si vales, vàleo.
