La narrativa democratica è nota: la sovranità appartiene al popolo che, in una democrazia rappresentativa, con periodicità (di solito, una volta ogni cinque anni) sceglie un gruppo di rappresentanti e, parallelamente, indirizza le decisioni che la Pubblica amministrazione assume. A ciò si giunge dopo una libera – e talvolta agguerrita – competizione tra candidati, i quali sottopongono il programma che intendono attuare alla selezione degli elettori.
Nella versione letterale, poi, la democrazia diventa “potere del popolo”, accompagnata dal concetto di sovranità, ossia di chi non riconosce nessun potere sopra di sé e, conseguentemente, è preordinato a comandare.
Passando dalla teoria alla pratica, la differenza è profonda. Anche senza scomodare centinaia di studi accademici sul ruolo delle oligarchie e dei gruppi di pressione, per prenderne conoscenza, è sufficiente osservare in maniera non troppo superficiale la cronaca politica.
Tra gli esempi che si possono richiamare, basti pensare che una decisione rilevantissima e assolutamente impattante sulle nostre vite (sia in termini di presumibile aumento della pressione fiscale sia di altre possibili e più infauste conseguenze) come quella di raddoppiare la spesa militare italiana – portandola alla ragguardevole soglia del 5% del Prodotto interno nazionale – sia stata unilateralmente decisa dal Presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump e pedissequamente adottata dal governo italiano senza alcuna previa verifica dell’opinione degli italiani.
Così operando, si capovolge nei fatti il processo democratico poiché la decisione politica non viene vagliata dagli elettori prima di essere assunta, ma prima viene assunta e poi vagliata alle successive votazioni che, però, spesso si tengono dopo anni.
In altri termini, a decidere che cosa sia “giusto” o “sbagliato”, “desiderabile” o “esecrabile”, non sono gli elettori, ma di volta in volta questa o quella élite al potere. Vero è che – si potrebbe obiettare –, nell’esempio che abbiamo riportato, Trump risulti democraticamente eletto, ma dagli americani e non dagli italiani che, sino a prova contraria, dovrebbero essere padroni di decidere il proprio futuro.
Per risultare accoglibile, tuttavia, il ragionamento deve essere correttamente declinato. Infatti, dopo la parentesi democratica di inizio Novecento, da quasi ottant’anni, in Italia si svolgono decine di votazioni (molte delle quali, peraltro, di tipo referendario), partiti grandi e piccoli si sono alternati, leader – o asseriti tali – sono nati e talvolta spariti nel corso di una legislatura. Inoltre, a meno di vedersi revocati i diritti politici (magari in conseguenza di condanne penali), ciascuno di noi ha l’opportunità di candidarsi e di dare vita – se vi riesce – a nuove forze politiche. Il suffragio è universale e la libertà di propaganda (almeno da un punto di vista teorico, perché nel concreto molto dipende dalle disponibilità economiche) è garantita.
Non si può dunque negare che in Italia esista una democrazia. Eppure – come si è accennato – specie in questo primo quarto di secolo, sempre più spesso è emersa l’impressione che le scelte (quelle importanti davvero) siano state assunte altrove, nei vari G7-G8 o in consessi internazionali quali il World Economic Forum.
Sia chiaro, non che durante il periodo della guerra fredda non fosse così, con il partito comunista relegato all’opposizione in virtù dell’antagonismo tra USA e URSS. Ma dopo la caduta del muro di Berlino, la globalizzazione si è fatta imperante e gli stati nazionali hanno via via faticato a governare fenomeni economici, finanziari, culturali e migratori tanto pervasivi, quanto complessivamente articolati.
Gli stessi sistemi democratici – che sulla carta sono usciti vincitori rispetto al comunismo – hanno perso linfa vitale perché i partiti di massa si sono liquefatti, di pari alle grandi culture politiche (specie la marxista) entrate in crisi di fronte a un turbo capitalismo globalizzato e globalizzante che l’avvento di Internet ha decuplicato.
Certo, possiamo sempre decidere il sindaco che ci aggrada, votare quel parlamentare che meglio crediamo possa rappresentare il nostro territorio, raccogliere le firme per una determinata proposta di legge, ma poi, quando è il momento di decidere le direttici di fondo che veramente incidono sulle nostre vite (dagli approvvigionamenti energetici alle posizioni da assumere in ambito geopolitico e bellico) esistono relazioni di potere (talora codificate in trattati, altre semplicemente curvate sui rapporti esistenti di forza), cosicché basta un Trump, un Putin, un Netanyahu o un Xi Jinping per bypassare il volere di milioni di cittadini.
Riprova ne viene dal fatto che, in questi ultimi decenni, l’Italia abbia espresso diverse forze politiche apparentemente “anti sistema”, ciclicamente e abbondantemente premiate dal consenso degli elettori. Tre esempi bastano per tutti: la Lega Nord di Umberto Bossi, che avrebbe dovuto rivoluzionare in senso federale l’Italia, il Movimento 5 Stelle, che si era autoassegnato il compito di modificare radicalmente il modo di fare politica (anche attraverso l’iniezione di massicce dosi di democrazia diretta) e l’estrema destra – come ama definirla una parte della sinistra – di Fratelli d’Italia.
Eppure, al netto di roboanti promesse, questi tre movimenti poco sono riusciti a incidere sui “veri” potentati nazionali e mondiali, tanto che la Meloni, dai cittadini largamente ricompensata perché unica a non aver appoggiato il governo di Mario Draghi, in ambito di politica estera (e militare), sta adottando le stesse e identiche decisioni che verosimilmente avrebbe assunto Draghi.
La reazione di fronte a queste “Bubble Democracy” – per riprendere il titolo di un apprezzabile libro di Damiano Palano, docente all’Università Cattolica di Milano – è una massa di “cittadini-elettori” disorientati che non si reca più alle urne perché, a torto o a collo, non intravede una via d’uscita a una sovranità che nei fatti si è “capovolta”.
