Sonia Lotti racconta Joe Oppedisano
Seconda Parte
Le Nikon f3 e Nikon f4 di Joe Oppedisano sono tecnologia avanzata, si è inventato una parziale eliminazione tra un fotogramma e l’altro in termini ridottissimi.
La prima volta che ha fatto una foto così lungamente estesa, appunto una extension, con una linea di pellicola ridotta rispetto alla pellicola contenuta in macchina, gli ha telefonato il laboratorio dicendogli che la sua macchina era rotta. «No, non è rotta, è fatta apposta! Ho ridotto gli spazi, mi serve fare così.» C’erano quelli che non capivano cosa stesse facendo ma, a risultato finale, restarono positivamente esterrefatti. Era immagino, più o meno, come quando Picasso ha iniziato a dipingere corpi e volti fatti a cubo.
Il cubismo e il surrealismo hanno influito sulla tecnica di Oppedisano che è rimasto visibilmente colpito da Picasso, perché capita, si resta quasi ipnotizzati e commossi davanti a certi pittori, si capisce quello che portano dentro. Spesso, questa sensazione si traduce nella sindrome di Stendhal, che non vuol dire che si sia pazzi o scemi.
Mi accade con Picasso, come è successo a lui, con Cézanne, con Morandi. Molte persone ridono di questa malattia, alcuni invece sorridono mentre mi vedono piangere, altri ancora non capiscono proprio che quando il bello ci tocca intensamente le emozioni si sciolgono all’improvviso, altro che malattia, questa sindrome è una benedizione fatta e finita. Dipende sempre tutto dai punti di vista, da quanto siano o non siamo riduttivi o statici. «Quando ho visto Guernica ho capito molto meglio cosa dovessi fare.» mi ha detto una volta in una conversazione privata ma, aveva gli occhi lucidi mentre lo diceva.
Oppedisano si è spinto fino ad inventarsi un’estensione che ha lasciato molti professionisti di stucco. Per lui fotografare significa essenzialmente scoprire l’invisibile.
Quello che non si vede eppure esiste, ed è pure lì, in quel preciso istante ma è invisibile a molti, penso che, cerchi proprio questo. Studia con perizia la situazione, osserva, pensa molto e in modo veloce poi, prende la sua macchina fotografica e inventa. Estende quel che vede, allarga le vedute come in una danza di energia di un imperatore Ching, poi la riporta nel suo corpo terreno, forse dentro al plesso solare, strabiliante, un anestetico, una botta di vita inconsueta.
Collage dell’individuo, della sua personalità, di come ride qualcuno; delle persone ne accentua i tratti, esaspera o alleggerisce sorrisi o le smorfie, a seconda di quello che percepisce, aggiunge dettagli, storie, magari parla intanto ma, sa tacere e raccontare, creando con i soggetti che fotografa una relazione, uno stare insieme su un percorso di un attimo autentico: uno scatto. Un pezzetto di vita. Poi, olisticamente mette tutto insieme, tanto l’olismo è sempre un dettame nascosto nella nostra vita, un prisma presente anche se non ce ne accorgiamo. Crea extensions lunghissime verticali, orizzontali, collages, bianco e nero e colore.

Bianco e nero perché la prima volta che è entrato in una camera oscura mentre guardava tra gli acidi la foto che si formava, poi la appendeva ad un filo, aspettava che si asciugasse per infine smaltarla, ha compreso la meraviglia, si è innamorato.
Non ci si innamora solo di uomini o donne quando si è essenzialmente artisti, ci si innamora del bello, di ogni cosa bella, delle ombre, dei contrasti, del buio e della luce che è esattamente quello che vediamo e sentiamo della nostra vita quotidiana; ci si innamora della vita. Ma la luce è sempre imprescindibile perché, come ricorda Federico Faggin, nel suo capolavoro Oltre l’invisibile, siamo esseri probabilmente fatti di onde di luce che si muovono nei fotoni tra le energie del cosmo, capaci di comprendere che la spiritualità, la scienza, nel caso di Joe anche la tecnica professionale, si uniscono all’unisono in un’unica Unità.
Come nel ritratto di Gillo Dorfles: un uomo che ha vissuto 108 anni e che Oppedisano fotografò quando ne aveva cento; persona piuttosto saggia, autore, varie lauree, filosofo, critico dell’arte, amante della musica, praticamente quasi un maestro sufi. Nel suo collage, Oppedisano è riuscito a mostrarci il messaggio di un grande mentore della cultura. Sono le informazioni che lascia dentro le sue immagini artistiche che sono spesso metafore delle storie della sua evoluzione spirituale e professionale.
Ma la cosa sorprendente è che lui non utilizza il digitale, agisce solo manualmente. Questa novità fa di Oppedisano un grande della fotografia, uno che solo con le proprie mani, fa la differenza, potrei dire «un artigiano della fotografia». Guarda dentro, un’istantanea, una pellicola; è un ritratto di ciò che sei anche tu, a meno che tu, non ti senta separato dal mondo.

La realtà si muove nell’ istante eterno, nell’adesso, come spiega Tholle, nel viaggio spirituale qui e ora che propone nel suo libro, suo capolavoro al vertice delle vendite nel mondo per parecchi anni, successo internazionale, Il potere di Adesso. Un libro nel quale ci racconta il mondo della consapevolezza. Intanto, le immagini di Joe Oppedisano si mescolano in collages, si deformano e si allungano, si estendono e si moltiplicano. Una foto: una vita, un click ed è già ora di partire, forse come ha detto Kerouac «verso la prossima pazzesca avventura sotto i cieli.»(On the road).
Nonostante sia spesso in giro, trovarlo non è difficile. Perché mai una persona desidera un ritratto di sé stesso? Si vede già tutti i giorni, c’è proprio bisogno di una fotografia d’autore? Molto piacevole è avere in casa una sua fotografia, opera unica che, resterà nel cuore della storia individuale e in quello dei suoi posteri. Le foto d’arte, sono memorie incarnate. Questo straordinario artista, riesce a catturare la felicità nelle persone, questa è una gran dote e una gran fortuna, proprio questa penso che sia la sua mission. Non è una mission impossible, ci riesce come nel caso di Gillo Dorfles il giorno del compleanno dei suoi cent’anni. Ci è riuscito quasi sempre. Ogni giorno, a ben guardare, è come un compleanno, o forse dovremmo viverlo così, visto che ogni giorno, fuori dalla banalità, la nostra vita si compie. Guardare le cose senza filtri, guardarle senza troppe etichette, senza identificarci, metterci sempre del proprio, coinvolgersi, estendersi con consapevolezza, ma sentirsi leggeri, viva la vita che è bella! Never forget it. La realtà è un fuoco che brucia ma l’arte spegne le fiamme quando sono troppo alte: so, thank you very much, mister Joe Oppedisano.
https://www.youtube.com/watch?v=eAOvOYOQis4&t=6s


Molto bello
Davvero scritto molto bene: poetico ed
Incisivo. Non conoscevo questo fotografo ma il commento di Sonia Lotti lo rende vivo ed invita ad approfondire……
Nemmeno io conoscevo questo fotografo! Grazie per averlo descritto così bene, hai reso l’immagine 🙃
Grazie Giulietta sono felice che ora anche tu possa apprezzare questo fotografo di valore!