Marco Chiaravalle: Mache Mache - l'uomo uccello
Un contributo di Marco Chiaravalle
Complice il periodo estivo e le notizie pessime di cui ci riempie il sistema della lanterna magica, il senso di crisi della civilizzazione occidentale si fa più acuto, perché dilaga, con il caldo, in tutta la sua virulenza, quella assenza radicale di forma propria dei tempi ultimi accompagnata dall’aumento verticale della “violenza anomica”che un padre della sociologia, Henry Durkeim, citava come segno patologico identificativo del suicidio di una intera collettività.
Questa violenza, in tutte le sue forme, esonda, rompe gli argini delle leggi scritte, nonché delle convenzioni sociali, cominciando a tracimare in tutti gli ambiti della nostra società in decomposizione; inonda, come le piene che oramai ritualmente si producono dopo i pesanti temporali estivi, le cronache già di per se decadenti dei media – la lanterna magica – la cui esistenza in vita, paradossalmente dipende sempre più dall’esposizione della morte e della dissoluzione.
Questo teatro delle ombre, messo in piedi per irretire e impaurire le masse, non produce alcuna riflessione, ma produce o ri-produce solo il fango, i detriti e i cadaveri, quelli che prima annuncia e poi si lascia dietro per chiudere il tg con il concerto dell’ultimo cretino di turno.
In un certo senso si può notare una analogia tra i due fenomeni, più profonda se si guarda con attenzione di quello che si creda, entrambi infatti sono determinati dal collasso dello Stato e della sua capacità amministrativa, impossibilitata da una crisi economica figlia della finanziarizzazione dell’agire umano, a sua volta collegata alla fase terminale del capitalismo – o meglio dell’universale astratto che lo definiva come cultura generale – che strozza qualsiasi investimento infrastrutturale, impedendo la manutenzione del territorio e cui fa da contraltare l’incapacità della classe politica, a tutti i livelli, di intervenire in modo concreto.
Questa riflessione non significa però che anche nel periodo attuale di “superfinanziarizzazione” non si possano reperire le risorse, significa altresì che il politico dovrebbe o avere competenza specifiche in materia o personale tecnico di consulenza preparato per reperirle.
Un esempio su tutti di questo è la regione Veneto, dove un governatore che evidentemente ritiene ancora la politica una professione seria e non un impiego qualunque molto ben retribuito in attesa del 27 del mese, recupera due miliardi dai fondi europei e nazionali con i quali dota il territorio di laminatoi per le acque piovane, atti a impedire quelle devastazioni che in altre regioni, sembrano e sono percepite dagli enti demandati come delle calamità divine abbattutesi sui territori per punirli, alla stregua delle città di Sodoma e Gomorra: ma i cittadini che hanno fatto mai per meritarsi il castigo divino? Non sarà forse che se lo Stato non fosse ridotto nelle condizioni in cui versa, le regioni e i comuni inadempienti andrebbero commissariati per aver esercitato, in tutta evidenza la propria in-competenza amministrativa.
All’abbandono del territorio, nelle forme e nella prassi amministrativa, fa da riflesso la violenza diffusa, attenzione non quella di cui si straparla da decenni, della grande criminalità organizzata, che non troverete mai per le strade o sotto casa con il serramanico o peggio il machete, non quella che vive re-investendo nell’economia e nelle attività produttive i proventi dei traffici internazionali, le sue metodologie di approccio alla società sono altre, esulano dalla strada; sento già l’intervento acido del piccolo borghese sedicente civico: “ma lei lo sa, quanti morti ha fatto la mafia? Eh..lo sa?”. Risposta: si lo so, come so anche che quei morti sono tutti, ripeto tutti, ascrivibili a richieste specifiche della classe politica del tempo e della sua controparte “ombra” – la loggia Propaganda 2 – è proprio per avere campo libero in questo senso che la politica negli anni ’70 ha appoggiato i corleonesi poveri, quelli di Totò ‘u curtu, contro i clan storici imparentati con quelli americani, i Badalamenti, i Luciano, che pure investivano nello sviluppo della Sicilia, la cui economia, proprio dopo la fine della cosche perdenti si spegne del tutto.
In particolare quelle persone non amavano concedere troppo alla politica, soldi si, ma i lavori sporchi per la politica dovevano essere pochi e strapagati, il resto se lo doveva fare da sola: quello che chiedevano i politici – il controllo del territorio assoluto e tirannico per coprire il traffico di armi ed eroina che stavano organizzando da e verso il medio e l’estremo oriente – andava oltre le competenze di quella mafia, che essendo “americana” non si intrometteva nelle questioni politiche se non per “lu business” e non faceva la guerra allo stato o a tentava di sottomettere la società intera, preferiva egemonizzarla, affogandola nel quieto vivere della famosa “pax mafiosa”.
Intendiamoci, questo ragionamento è storico-analitico, non è pro mafia americana, mette però in luce che quelle richieste specifiche della politica e delle sue controparti, che hanno rappresentato un grave vulnus al tessuto sociale siciliano e nazionale, non erano nel suo interesse ne immediato ne futuro, portavano troppo caos e troppa militarizzazione e cosa che non sarebbe mai passata, l’urto continuo con lo Stato.
Cerchiamo di tenere a mente che la mafia americana ha rotto con quella italiana in via definitiva nel 1985, proprio per la violenza brutale che esercitava sul territorio contro le strutture della società e dello Stato e contemporaneamente ha mandato in Italia Buscetta: per gli amici dei politici, la fine è cominciata li, con migliaia di arresti che hanno compromesso il potere militare dei corleonesi. Nel 1991 Riina è già solo, gli sono rimasti pochi fedelissimi della sua cosca, molto presto finiranno anche loro, per una nemesi terribile, vittime delle cosche perdenti pronte a rialzare il capo.
Sono le famose conseguenze del patto Stato-Mafia, eseguire gli ordini della classe politica non porta mai bene, alla fine quando vogliono un capro espiatorio, dopo averti fatto ammazzare chiunque e dovunque e averti dato l’illusione di esercitare il potere assoluto sul territorio, di parlare da pari a pari, la testa ti finisce sul ceppo e ti viene recisa di netto; ieri il saluto dello Stato quando scendi dall’auto, domani il carcere di massima sicurezza senza sconti di pena:
è la legge di Cutolo. Torniamo però al tema dell’articolo, che non è la storia della mafia siciliana o della criminalità organizzata in genere, ma il collasso amministrativo dello Stato nelle sue articolazioni territoriali.
Così come gli enti preposti in cui lo Stato si articola – comprese le autonomie – si presentano, nella maggior parte, come mere figure retoriche, ovvero non ci sono più i cantonieri, i giardinieri, i magistrati della acque, gli ispettori del territorio, dei fiumi, degli alvei, della cave e via dicendo, però esistono gli assessorati competenti, la magistratura della acque, gli ispettorati, il servizio giardini, la case cantoniere – vendute a privati – con il numero della statale ancora inciso sopra e tanta, tanta, tanta altra roba inutile, piena di persone inutili, che definirli stipendifici è un eufemismo, la questione si ripropone identica nel controllo del territorio dal punto di vista dell’ordine pubblico ove la violenza dilaga, singolarmente per ora tra gli adulti ed embrionalmente in gruppi tra i giovani e i giovanissimi.
Il sottoproletariato deborda, portando la violenza, quello che pensa essere il suo esercizio del potere sociale, ovunque, sentendosi spalleggiato dalla completa assenza dello Stato sul territorio; anche qui, abbiamo caserme, ispettorati, polizie locali, l’esercito con strade sicure e poi la capitaneria di porto, la guardia di finanza, la polizia penitenziaria, i carabinieri ecc, ecc..per accorgerci poi, che di fatto sono solo strutture e stipendi, tenuti in piedi da poche persone oneste, leali al loro giuramento e di buona volontà che affrontano il crimine ogni giorno sulle strade e nei penitenziari. Sono quei pochi che, quando il sottoproletariato interno ed estero raggiungerà la famosa linea di massa critica, coagulando in grandi bande e milizie, spereremo di avere a nostra difesa e non essersi avviato ancora alla meritata pensione.
In questo senso il discorso del Gen. Oresta alla chiusura del corso allievi marescialli carabinieri, non scandalizza neanche, al limite disgusta e serve a far capire lo stato morale delle forze deputate all’esecutività del potere giudiziario e alla protezione del cittadino, nonché oltre il livello strettamente militare, è un discorso che vale purtroppo per qualsiasi amministrazione. Oresta con la sua ingenuità, rende evidente il cedimento strutturale dello Stato, il maresciallo quando viene destinato a un territorio, deve sapere bene dove sono i servizi, palestra, agenzia viaggi, corso yoga, se è donna naturalmente l’estetista, ci mancherebbe che la “marescialla” non va in giro smaltata come una lapdancer, farsi le unghie è un imperativo categorico.
Sembra di essere piombati nei filmacci demenziali degli anni ’70, tipo “La dottoressa alle grandi manovre”, o in questo caso, “i Carabimatti”, “il gen. Buttiglione a capo dei servizi..” con l’ovvio riferimento all’equivoco con quelli igienici. Il cittadino resta costernato da questa deriva continua – questo immondezzaio morale e civile che si riempie sempre di più e di cui non si vede il fondo – mentre avrebbe bisogno di essere protetto dalla riaffermazione dello Stato contro la delinquenza, ovvero dalla affermazione della “Forza” contro la “Violenza” ove la prima è sempre pubblica e delimitata, la seconda privata e illimitata ed esercitata come puro esercizio della volontà di potenza dei singoli, anche ove raccolti in gruppi.
Quel che è peggio Oresta trasforma la figura del carabiniere, da sempre legata la dovere, alla disciplina, al sacrificio, all’altruismo, basta ricordare figure come Salvo d’Acquisto, ma senza andare lontano, il gen. Galvanigi ucciso dalle brigate rosse, il suo pari grado Dalla Chiesa, trucidato a Palermo – abbandonato dalla classe politica al suo destino, mentre chiedeva i poteri speciali come super prefetto contro la Mafia – ancora, i carabinieri uccisi al Pilastro di Bologna, in una specie di operatore sociale con una banda rossa sui pantaloni e in questo alimenta un modo di fare già in parte presente nell’Arma, che d’altra parte non sembra preoccupata da questa deriva, con i giovani carabinieri che si gonfiano le labbra e si fanno le foto palestrati in divisa per sembrare dei bambolotti della Mattel o portano la spesa a nonna togliendo il lavoro ai veri operatori sociali, i ragazzi del servizio civile.
Per non parlare dell’invecchiamento che mina alla radice questi corpi, di polizia e pompieri non parlo neanche sono già andati, basta guardare i reparti celeri: hanno i capelli bianchi. Tutto questo avviene in un momento storico nel quale la situazione dell’ordine pubblico avrebbe necessità non dei carabinieri, ma dei carabineros cileni o del famigerato B.op.e brasiliano, visto che socialmente ci stiamo trasformando, con una velocità incredibile nel Brasile del mediterraneo: tanto sole e favelas.
La delinquenza sottoproletaria – autoctona e importata – mira a creare attraverso la sopraffazione dei più deboli e degli onesti una dominazione ferrea, dove la regola è obbedisci o muori, il territorio è mio, qui decido io e, se vuoi parcheggiare, andare in quel bar, passeggiare la sera, stare al parco con i bambini, fare la spesa, stare sicuro in casa e via dicendo, in una parola semplicemente vivere, sottomettiti alla mia violenza, altrimenti.
A questa sfida, prima che raggiunga la massa critica che le permetta come in Messico di prendere in carico i territori armandosi, perché nel contesto geopolitico in cui ci troviamo a vivere, qualcuno che sulla rotta dei clandestini comincia a trafficare armi lo trovi sicuro e a passare dall’aggressione col machete allo AK-47 il passo è molto breve, lo Stato e le sue forze di sicurezza devono – dovrebbero – rispondere a questa sfida in modo rapido e pesante, i quartieri dove si concentrano le gang sottoproletarie vanno assaltati ed espugnati, e per farlo i reparti devono schierarsi in tenuta antiguerriglia urbana, come i reparti di polizia e carabinieri fanno in Kosovo nell’ambito delle operazioni di polizia internazionale.
Questi criminali, come succede in altri paesi che non vogliono fare la fine dello stato fallito, devono essere portati fuori mani dietro la testa e messe in fila in ginocchio, perché capiscono solo questa lingua e poi, chi deve essere espulso deve essere espulso se non ha documenti, se ce li ha gli devono essere revocati e vanno segnalati alle ambasciate come persone pericolose, poi provvederanno gli stati di provenienza al rientro a sistemarli nel modo opportuno e per cortesia non si usino i charter commerciali biglietto alla mano, per le esplusioni, ma almeno i C130 da trasporto mlitare risitrutturati per l’uso. Per gli italiani, ci devono essere condanne senza sconto di pena, in particolare va tolto il patteggiamento per tutti i reati e i delitti contro la persona e la proprietà, la punibilità dei minori va spostata a 12 anni, il possesso di coltello punito come aggravante, gli assembramenti oltre dieci persone dispersi: in una parola va reintrodotta la Legge Reale, siamo in emergenza nazionale, come negli anni del terrorismo e non è un caso che la Germania e gli USA abbiano equiparato le organizzazioni criminali a quelle terroristiche. Urge riforma del sistema delle forze di sicurezza, questione che stiamo rimandando da anni, se ne parla dal 1975 almeno, per non scontentare i carabinieri e la Guardia di finanza.
Su direttiva europea in materia oltrettutto dovrebbero esserci – sappiano i cittadini però che le direttive non sono tutte uguali, quelle che aumentano il gettito dell’Erario sono rapide, le altre aspettano da anni di essere attuate pur essendo state recepite dalla legge annuale e sono quelle che toccano la classe generale – a livello nazionale due corpi al massimo, la polizia di Stato e nei paesi in cui è presente una gendarmeria, questa va – andrebbe – trasformata in corpo civile a ordinamento militare e posta sotto il Ministero dell’interno: il modello francese per intenderci, altrimenti si sceglie il corpo unico di polizia per tutto il territorio con a supporto le polizie locali adeguatamente riformate.
Fine della prima parte.
