Il recente referendum sull’ordinamento della magistratura, col suo esito nefasto, le proteste di piazza contro qualsiasi cosa -dalla Palestina ai provvedimenti sulla sicurezza, dal governo Meloni in sé e per sé all’universalismo antagonista No Kings– ma anche l’antifascismo piazzaiolo elevato a categoria metafisica, hanno visto la presenza giovanile come elemento fondante e caratterizzante.
A seguire sono venute le pensose analisi e le compiaciute riflessioni sul ruolo dei giovani nel fenomeno protestatario e, in generale, sul loro ruolo nell’edificazione di una società più attenta, sensibile, progressiva; analisi condotta dai media con gran spolvero di politici, opinionisti, psicologi, scienziati sociali vari per la quasi totalità schierati a loro favore e, come abitudine, in gran parte radicati a sinistra.
Il giovanilismo ha sempre suscitato un fascino profondo nei nostri pensatori più sensibili ed eleganti. Le ragioni possono essere molteplici: il ricordo nostalgico della propria giovinezza e dei suoi umori esuberanti, il convincimento che il cuore giovanile pascalianamente abbia intuizioni che la ragione adulta non conosce, l’adeguamento modaiolo che vede nei giovani le promesse del domani, l’indulgenza che da sempre si riserva a loro e alle loro intemperanze, la cinica adulazione di chi vede in essi un serbatoio di consenso politico,
La realtà è un poco più complessa. È certamente vero che i giovani hanno in sé il fascino dell’entusiasmo -come diceva Goethe: “La gioventù è ebbrezza senza vino” – ma è altrettanto tristemente vera la constatazione di Flaiano secondo cui “I giovani hanno quasi tutti il coraggio delle opinioni altrui”, ed è soprattutto su quest’ultima amara considerazione che vorremmo soffermare l’attenzione.
Abbiamo più volte riportato l’opinione per cui esistono, nella società contemporanea, persone particolarmente soggette all’influenza della mentalità corrente, soprattutto se veicolata dai mezzi di comunicazione come particolarmente attraente, moderna, elegante. Un fenomeno studiato da sociologi come Gustave Le Bon, Christopher Lasch, Harold Bloom e, per chi volesse limitarsi al nostro recinto provinciale, come Luca Ricolfi o Marino Niola, che hanno individuato quei soggetti negli ambienti più acculturati e socialmente inseriti; ma ancora, aggiungiamo noi, particolarmente in quelli giovanili.
C’è nei giovani un anticonformismo che però si allinea pianamente sulle idee comuni più diffuse e attrattive, idee che assumono una caratteristica mitologica, piena di forza, di apparente verità, di alternatività, di esplosività, ma che sono la ripetitiva narrazione di un mondo sedicente alternativo, un mondo assai ampio in cui quelle idee eversive sono semplicemente le plateali banalità di quel mainstream.
In realtà tutta quella forza ideale che esplode nelle piazze, nei centri sociali, nelle pubblicazioni antagoniste, nelle scritte e nei murales urbani e suburbani è tremendamente scontata, irrazionale, sempre inutilmente sopra le righe, sia che si inneggi alla Palestina libera sia che auspichi l’impiccagione di Giorgia Meloni.
Ci chiediamo, da persone normali, quale possa essere il significato -e la rilevanza, per non dire l’utilità- di quelle assurde e stridule espressioni, se non l’esternazione di problemi psicologici individuali, profondi, irrisolti e probabilmente contagiosi.
Niente di ciò che si dice in quei luoghi e in quelle situazioni serve ad alcunché, visto che la risoluzione vera dei grandi problemi risiede purtroppo nelle menti e nelle mani dei potentati del mondo, che ignorano del tutto quelle piccole e insignificanti proteste dei “ragazzi” di piazza, in Italia come altrove.
Ragazzi che peraltro hanno molto spesso superato l’età giovanile ma che, probabilmente incapaci di dar corso a una qualche loro vita lavorativa, si sono rintanati nella contestazione globale, più comoda, meno impegnativa, meno bisognosa di una qualche semplice e modesta professionalità.
Anche sotto il profilo intellettuale quella vita richiede poco bagaglio: qualche slogan senza significato, poche parole aggressive, alcuni ologrammi che sostituiscano la realtà, qualche notizia presa dai social, ed ecco che hanno tutto il necessario. Alcuni necessitano anche di spranghe, petardi e pietre di strada, ma questo è un altro discorso.
Al di là di questo mondo allucinato, c’è poi il giovanilismo “per bene”, ben allineato nei cortei, che permette a chi vi partecipa di saltare le lezioni a scuola o concedersi un sabato di autogratificazione progressista, magari portando con sé il cane, i bambini e i nonni partigiani onorari.
La sinistra rivendica sempre a sé questo giovanilismo educato e ben integrato, contrapponendolo ai maranza dei centri sociali; ed ha fondamentalmente ragione se non fosse che anche quei “giovani” (spesso quarantenni) scandiscono gli stessi slogan, esibiscono gli stessi cartelli, dicono le stesse cose degli altri, solo in forma più presentabile, ma non sempre.
Anche qui assistiamo però a una massiccia intrusione dell’ideologia più elementare e aggressiva nel dibattito politico, un’intrusione che trasforma proteste e cortei in roadshow fini a se stessi e a cui la sinistra attribuisce un valore simbolico che sfugge a molti altri; anche tenendo conto del fatto che l’illusione ottica di qualche migliaio di persone ben assemblate dagli organizzatori in una qualche piazza dà l’impressione di una protesta oceanica, mentre è solo un’infima parte dell’opinione pubblica complessiva.
Se poi “i giovani” sono una buona percentuale di queste manifestazioni, allora diventa lecito parlare di una partecipazione ancor più significativa, perché tutti i manifestanti sono uguali, ma i giovani sono più uguali degli altri in quanto rappresentano “il futuro”, la “speranza” la “spontaneità”.
Basta poi sentire le loro esternazioni raccolte dai giornalisti di strada o dalle ospitate nei talk show per ricredersi: discorsi banali e sconclusionati, talvolta sgrammaticati, zeppi di luoghi comuni, di frasi fatte, di residuati concettuali, di fragili certezze, di aggressività. Quei giovani accarezzati nei telegiornali e nei dibattiti si dimostrano pateticamente inadeguati al confronto politico e civile secondo i canoni di una democrazia moderna e compiuta. Figurine manovrate dai signori della protesta e per cui la giovane età non si sa se rappresenti una scusante o un’aggravante.
Se, come si dice, un grande contributo al “no” referendario è arrivato proprio da loro, allora si spiegano molte cose; ma soprattutto si capisce come una ragionevole e necessaria riforma possa essere stata affossata anche dalle difficoltà cognitive che hanno impedito a quei giovani di comprendere una proposta politica appena un po’ più complessa delle loro convinzioni.
Ma non perdiamo la speranza: forse, crescendo, diventeranno anche loro come Casini o Prodi.
