Lo Stadio Mussolini in costruzione
Allo Stadio Benito Mussolini, alla rissa segue una sparatoria: ce lo racconta un libro di Nico Ivaldi
1 aprile 1945, giorno di Pasqua: allo stadio Benito Mussolini di Torino la classica sfida calcistica stracittadina si trasforma in un campo di battaglia; 23 giorni prima della liberazione, un derby viene consegnato più alla storia che allo sport. Per raccontare questa storia, quasi del tutto dimenticata, mi avvalgo di un libro di Nico Ivaldi dal titolo Derby di guerra (Editrice Il Punto Piemonte in Bancarella, 2019).
L’incontro amichevole è organizzato per ricordare Pio Marchi, ex giocatore bianconero degli Anni Venti morto sotto il bombardamento del 8 dicembre 1942.
« Oltre lo stadio traboccante di tifosi c’era, e c’è ancora, la Piazza d’Armi. Oltre ancora, il deserto assoluto. Solo caserme silenziose e prati a perdita d’occhio. E, dietro i prati, a quel tempo Torino si nascondeva e poi finiva. »
Juventus e Torino si affrontano in un clima di paura e tensione, mentre la città e l’Italia del Nord vivono gli ultimi giorni della guerra. Lo stadio, che porta ancora il nome del duce del fascismo, è stato costruito a tempo di record: « (…) in sei mesi perché c’era l’urgenza di ospitare i Littoriali della Gioventù dell’anno XI e i Campionati nazionali universitari. » (del 1933). Lo Stadio Mussolini era diventato « la nuova casa della Juve, che abbandonò il terreno di gioco del non lontano corso Marsiglia, dove i bianconeri avevano vinto quattro scudetti, nel 1925 – 26 e i primi tre del quinquennio. »
Nel 1945 il campionato italiano è ancora sospeso, l’Italia calcistica è frantumata in una serie di tornei locali.
« Negli ultimi mesi, a causa della sospensione dei campionati, anche Juve e Toro (…) prendevano parte a tornei locali, giusto per mantenere un accettabile stato di forma, nell’attesa che, con la fine della guerra, riprendesse la “normalità” calcistica. »
In questo caso, la partita si svolge all’interno del Trofeo FIAT, a cui partecipano, oltre a Juventus e Torino, « le formazioni aziendali del Dopolavoro Lancia e del Dopolavoro FIAT e quella paramilitare dell’Ispettorato del Lavoro altrimenti detto Paladino, dal nome del comandate della brigata repubblichina (…). »
Nonostante la precarietà del momento, le due squadre schierano ranghi quasi completi.
« La Juventus scende in campo con: Sentimenti IV, Foni, Rava (capitano); Depetrini, Parola, Capaccioli; Sentimenti III, Borel II, Raccis, Lushta, Conti. Riserve: Spadafora, Spadavecchia. Allenatore: Borel II.
Il Torino risponde con: Bodoira, Di Gennaro, Ferrini; Castelli, Ellena, Baldi III; Ossola, Loik, Gabetto, Mazzola (capitano), Barbero. Riserva: Piola. Direttore Tecnico: Novo. »
L’arbitro è il torinese Canavesio. Si potrebbe definire un incontro fra la Juventus dei ricordi, con quel rimane del quinquennio d’oro, e il Torino del futuro, che sta per diventare la squadra degli Invincibili, sconfitta soltanto dalla nebbia e da un muraglione a Superga, il 4 maggio 1949.
In un periodo non memorabile per i bianconeri, alla presidenza della squadra è chiamato Piero Dusio, astigiano, la cui parabola personale meriterebbe un libro: la sua capacità imprenditoriale gli permette di creare un piccolo impero che lo vede coinvolto in industrie tessili, banche, alberghi, fabbriche di utensili e materiali sportivi, oltre alla casa automobilistica Cisitalia (Compagnia Industriale Sportiva Italiana), da lui fondata a Torino nel 1942. Da presidente, per evitare rischi di guerra, Dusio fa trasferire i giocatori della Juventus ad Alba, dove possiede una azienda, e li assume come operai e tecnici, e la squadra si chiamerà, fino al 1944, Juventus Cisitalia.
Torniamo alla nostra partita. Il Torino va in vantaggio grazie a Valentino Mazzola, servito da Gabetto, torinese di Borgo Aurora. Nell’ultimo scampolo del primo tempo, è Vittorio Sentimenti III a riportare in parità la situazione. La Juventus sembra avere la meglio, in una decisa supremazia territoriale, al punto che il portiere del Torino, Bodoira, detto “Pinza” per le sue lunghe mani, diventa decisivo: il giocatore canavesano, di Mathi, rompe anche un guanto, se li sfila entrambi e continua a parare a mani nude.
Al principio del secondo tempo l’arbitro Canavesio fischia un rigore per la Juventus, a causa di una trattenuta di Ferrini su Raccis; poi cambia parere, con una mimica teatrale in mezzo al campo, e nega il rigore già decretato. La tensione sale, in campo e sugli spalti, gli animi si scaldano. Scrive Nico Ivaldi:
« Il successivo gol del 2 a 1 ancora di Sentimenti III – bravo a trafiggere Bodoira con una stilettata sanguinosa – non aiutò di certo gli animi a tranquillizzarsi. »
Uno scontro tra Loik e Capaccioli accende ancor più la situazione, già tesa.
« Capitan Mazzola, le mani sui fianchi, chiese all’arbitro provvedimenti (…) » che non arrivano.
« Così il ruvido Cinto Ellena – in seguito gran scopritore di talenti – falciò di brutto il solito Raccis (…) ».
Un altro scontro fra giocatori, poi il clima si arroventa, quando « pochi minuti dopo toccò proprio a Mazzola fare le spese di quella guerriglia sportiva che stava accendendo di brutto la sfida. »
In una azione di gioco, Borel fa passare il pallone sopra la testa di Mazzola, che tenta inutilmente di placcarlo, infine gli affibbia un calcio, ben lontano dal suo stile elegante e signorile. Pochi minuti dopo, è Borel a colpire Mazzola, all’inguine; il capitano del Torino reagisce e cerca di colpire l’avversario al viso. La rissa è iniziata!
« Accorsero altri giocatori da una parte dall’altra, mente il pubblico assisteva incredulo a quella corrida. »
« E fu il Far – West.
Entrarono in campo i massaggiatori e perfino le riserve juventine, i due terribili pugliesi Santacroce e Spadavecchia, che si diedero a menare le mani a destra e a manca per vendicare qualche insulto lanciato alla panchina juventina, forse dal ringhiante Ferrini.
Si gettò nella mischia perfino il presidente Ferruccio Novo a dividere i contendenti, ma ormai non si capiva più chi colpiva chi e soprattutto perché. »
Entrano in scena alcuni soldati tedeschi.
« Erano in tre e imbracciavano le mitragliatrici MG42. Spararono qualche colpo in aria. Subito i tifosi non capirono il motivo di quell’invasione di campo, ma quando arrivò il primo sparo qualcuno cominciò a sudare freddo.
Proveniva dagli spalti opposti. Chi aveva sparato il primo colpo? Non i tedeschi, che infatti si guardarono sgomenti. »
Che cosa succede nello stadio? Non verrà mai chiarito, in quei tempi c’è altro a cui pensare.
« Un altro sparo, poi un altro ancora. Le pallottole sibilavano sopra le teste imbrillantinate dei giocatori, che si bloccarono terrorizzati. Lo stadio ammutolì. I giocatori smisero di darsele. E qualcuno di loro, nel dubbio, si gettò a terra, non si sa mai. Intanto gruppi di tifosi cominciarono a guadagnare l’uscita, terrorizzati. »
Quando le armi tacciono, incredibilmente, la partita riprende, nonostante tafferugli ancora in corso sugli spalti e nuove liti in campi fra i calciatori.
L’arbitro si decide a sospendere l’incontro: pochi minuti, durante i quali partono altri colpi d’arma da fuoco e, ancora più incredibile, il signor Canavesio fa riprendere la partita.
Per l’ultimo scorcio di gara, per il Torino « (…) Silvio Piola prese il posto dell’impaurito Barbero, giovane astigiano prestato dal Casale, con il quale aveva disputato il campionato Alta-Italia nel ‘44, e dove sarebbe rientrato a fine della guerra.
Qualcuno sugli spalti, stupito, si domandò cosa ci facesse lì in campo, il leggendario Silvio: ma non doveva essere morto e sepolto?
Qualche tempo prima si era infatti diffusa la notizia della dipartita del calciatore, vittima di un bombardamento a Milano. Il presunto scoop era opera di Eugenio Danese, giornalista e conduttore radiofonico, che scamperà al disastro di Superga per avere perso, a causa di un contrattempo, l’aereo maledetto di ritorno in Italia da Lisbona. »
C’è ancora il tempo per un terzo gol della Juventus, che fissa il punteggio sul 3 a 1.
« Il gioco riprese e due minuti dopo, in seguito a un o scambio a velocità supersonica con Raccis, Ugo Conti segnò il terzo gol per la Juve in contropiede, sorprendendo lo svagato Bodoira con una traiettoria beffarda.
Neanche il tempo di rimettere la palla al centro e Canavesio fischiò tre volte.
E fu la fine.
Proprio la fine, questa volta.
Mancavano esattamente dodici minuti al novantesimo. »
Il derby di guerra è finito. Dopo la vittoria della Juventus, rimangono corpi ammaccati e il ricordo di un pomeriggio surreale, in cui il calcio diventa lo specchio di un Paese lacerato e diviso in due, ancora immerso nella guerra.
Il derby della Pasqua del 1945 rimane a simboleggiare un tempo sospeso: anche sul campo da gioco, una guerra che sembra non finire mai trova il modo di far sentire la sua eco anche in un campo di calcio.
Nico Ivaldi
Derby di guerra
Editrice Il Punto Piemonte in Bancarella, 2019
Euro 10,00
ISBN 9 788868 040635
© 2026 CIVICO20NEWS – riproduzione riservata
Scarica in PDF