Istinto di conservazione? Ansia, senso di dispiacere, una passeggiata tra le teorie dell’Oltre…
Forse perché sento che sto diventando vecchio e la clessidra è sempre più vuota nella parte superiore, ma ultimamente, anche per stimoli esterni, ho sviluppato l’interesse su quello che ruota intorno ai vari aspetti della morte, tra cui la paura di morire nelle sue più variegate forme.
Sfogliando il Web è emerso un concetto che sembra banale e forse è così: la paura di morire è un istinto comune a tutti gli organismi viventi, incluse le piante. Il termine tecnico che include le tante sfumature biologiche, inconsce, innate o psicologiche è: tanatofobia.
La tanatofobia è la paura morbosa della morte e della propria mortalità. Il termine deriva dal greco antico ed è composto da thanatos e phobos, che significano rispettivamente: morte e paura.

Si tratta di un sentimento comune davvero molto interessante che si manifesta in modo diverso e che possiamo interpretare nella miglior forma possibile soltanto nei confronti del genere umano, tuttavia, il cosiddetto istinto di conservazione è una spinta innata a preservarsi la vita che accomuna il regno animale e quello vegetale, entrambi custodi di un istinto che si può definire come ansia della morte o terrore.
Non è una teoria, ma una certezza, e mi ha incuriosito nelle sue sfumature. Studiare i comportamenti degli esseri viventi di fronte al pericolo di morire è fonte di ricerca, di letteratura e di scienza. Di sicuro però, sarà capitato anche a voi di osservare come anche i piccoli insetti badino bene alla loro “pelle”.
Infatti, ragnetti, mosche, zanzare, rane, lucertole & company di piccola taglia, sono facili da monitorare. Di fronte all’avvicinarsi del rischio, o si nascondono o scappano a razzo, esattamente come facciamo noi. Altri si fingono morti o si mimetizzano. Mammiferi e uccelli una volta catturati emettono strilli acuti di paura e dispiacere. Strazianti quelle degli animali da macello.
Altrettanto interessante è il comportamento delle piante. Infatti, quando i vegetali subiscono uno stress per mancanza d’acqua, attivano meccanismi di difesa mirati a evitare la morte cellulare con un processo di reazione simile a una forma elementare di paura della fine.
Dunque, non solo la paura di morire è un istinto naturale, ma c’è di più. L’essere umano sovente esprime anche il dispiacere di morire ed è un argomento oggetto di massiccia letteratura su basi filosofiche e psicologiche, ma gli animali cosa proveranno con l’avvicinarsi della fine?
Certo non possiamo intervistarli tutti, non animali feroci o serpenti, ma dal comportamento di animali più vicini a noi come ad esempio cani e gatti possiamo notare che percepiscono un cambiamento del loro stato di salute e dell’avanzamento della vecchiaia, che mostrano ansia da separazione, dunque, bisogno di contatto e di attenzione, consapevoli della propria vulnerabilità.
(Un’esperienza vissuta più volte con animali a me vicini e di certo provata anche da molti altri lettori).

Altrettanto, cani e gatti spesso esternano chiari e commoventi comportamenti di lutto quando perdono qualche compagno di vita, sia un animale che un umano.
Altre volte, sentendo vicina la morte, certi animali tendono a isolarsi nei luoghi più appartati. È una forma di protezione? O la ricerca di un momento di solitudine dove elaborare il dispiacere? Non lo diranno mai, dunque resta l’ipotesi.
Difficilmente possiamo ipotizzare che le piante possano provare paura/dispiacere poiché prive di sistema nervoso centrale, e comunque, anche loro non comunicano con noi. Tuttavia vendono cara “la corteccia” poiché alcune, come la Falsa Rosa di Gerico, in mancanza totale d’acqua si seccano in una morte apparente anche per anni, per poi “risvegliarsi” alla prima acqua.
Altre, se sommerse attivano sostanze che permettono di sopravvivere in assenza di ossigeno, altre ancora, come l’agave, fioriscono una sola volta e poi muoiono, impegnando tutte le energie per la riproduzione.
Insomma: di “tirare le cuoia” non ne vuole sapere nessuno. Si può dunque dedurre che la vita è bella per tutti, ma da qui in avanti, cosa ci sarà nell’oltretomba? Bestie & piante avranno il loro paradiso? Oppure avranno una forma di energia/coscienza da trasvolare nell’aldilà? E se gli animali potessero reincarnarsi, i vegetali dovrebbero reimpiantarsi?
Più ci si inoltra nell’argomento, più si sviluppa una curiosità che sarà difficile da soddisfare, anche il genere umano, dal tempo dei tempi, è a caccia della verità. Una verità mistica che resta avvolta nel mistero, e se tale resiste è segno che sia giusto e naturale che rimanga così.
Per gli esseri umani la tanatofobia è più facile da studiare pur nella sua complessità, poiché ne teorizziamo, spremendo le meningi dagli albori della storia. La lista è lunga, la risposta attende.
Infatti, per molti, la paura di morire è collegata con la paura dell’ignoto: cosa succede dopo? Siamo anche noi recalcitranti ad abbandonare la vita, dunque, nel corso della storia si sono accavallate interessanti teorie. La lista è lunga, dal Paradiso alla reincarnazione, oppure viviamo in una grande simulazione? In una specie di videogioco umanizzato, giocato sulla Terra e maneggiato da uno o più esseri superiori?
Ce n’è per tutti i gusti, ma è interessante scorrere brevemente una stringata e parziale lista.
I rastafariani della Giamaica credono che la vita sia eterna. Soltanto i peccatori muoiono davvero, quindi non celebrano funerali, poiché nella loro rettitudine culturale non sono contemplati.
La teoria della vita senza fine è molto originale. Sostiene che quando si muore si rinasce di nuovo nella propria vita senza alcun ricordo di averla già vissuta.
La teoria dell’eterno ritorno è piuttosto bizantina e trova la sua formula più nota nella filosofia di Frederick Nietzsche secondo cui l’esperienza umana si ripete in un ciclo infinito della stessa esistenza.
Secondo la teoria cosmica la nostra coscienza apparterrebbe all’universo e non ai nostri corpi individuali. Quando moriamo la nostra coscienza ritorna nell’universo.
Platone sosteneva che il mondo fisico fosse un limite per la nostra conoscenza e che, dopo la morte, l’anima avesse la possibilità di passare a un’altra vita più soddisfacente e meritevole.
Nel buddhismo la reincarnazione è il ciclo continuo di vita, morte e rinascita governato dal karma, a seconda del quale ci si può reincarnare in diversi regni che includono: dei, esseri umani, animali o financo fantasmi. Una scuola di vita/morte-reincarnazione fino a guadagnarsi il Nirvana.
La teoria dell’universo parallelo, ispirazione per film e fumetti di fantascienza, sostiene che dopo la morte vivremo nello stesso universo di prima, solo in una diversa sezione di spazio e tempo.
La visione degli antichi Aztechi dell’aldilà era arzigogolata, ma certi studiosi ne sono venuti a capo con percorsi e definizioni intriganti. Però gli Aztechi sono stati fatti fuori tutti da Cortes e non ne sono rimasti per confermare le teorie.
E poi ci sono i cristiani, di cui sappiamo tutto. La Chiesa dei Santi degli Ultimi Giorni, i musulmani, gli induisti, il nichilismo, la teoria dell’illusione, quella dell’albero della vita, e chi ne ha più ne metta.
La teoria dei molti mondi sostiene che quando moriamo, moriamo solo in questo unico universo attuale. Ci sono altri universi là fuori in cui possiamo passare.
La teoria dell’illusione sostiene che il mondo è creato più nella nostra mente che in senso letterale, il che significa che è tutto un’illusione. La morte è un concetto costruito dall’uomo e quando moriamo rimaniamo comunque qui.

La teoria dell’albero della vita sostiene che facendo seppellire i propri resti in un baccello d’albero, il corpo viene restituito alla Terra e diventerà un albero orgoglioso nella prossima esistenza.
Ma alla fine della fiera magari questa lista di teorie potrebbe essere inutile perché siamo… già morti!? Questo è quello che sostiene la teoria pessimista.…
L’autore ringrazia le varie fonti, condivide la ricerca con https://www.tgfuneral24.it/ e lascia l’ultima parola tanatofobica al singolo lettore.

L’articolo si muove in un territorio ampio, quasi sconfinato, e apre domande che richiederebbero tempo, ascolto e un dialogo paziente in infinite parole:
Penso che “paura della morte” sia quasi sempre paura dell’ignoto, paura della perdita di controllo, paura di non sapere “come sarà
Gli animali percepiscono la minaccia della morte, provano paura, stress, fuga. Non è “sacrificio”, non è “accettazione consapevole”, è istinto di sopravvivenza.
Le piante non soffrono come gli animali, ma reagiscono
Per me morire serve a far sì che la vita non sia in possesso, ma un’esperienza. Serve a ricordarci che siamo parte di un ciclo più grande di noi. Serve a dare valore al tempo che ci è dato. Serve a trasformare, non a finire.
Su questa ultima considerazione, ognuno direbbe la sua: chi non crede parlerebbe di illusioni, chi ha fede vedrebbe nell’aldilà una continuità della vita. Forse la verità non sta in nessuna delle due, o forse le contiene entrambe.
grazie Luciano, in fondo all’articolo analizza, presume, riporta testimonianze, ma il mistero rimane mistero e forse è giusto che sia sempre così. Il prossimo articolo tornerà a occuparsi di cronaca e geopolitica, ma ho in mente un’altra indagine… Un’intervista A sorpresa
Articolo molto profondo e inquietante.
Un invito alla ricerca con poche speranze di risposte di verità
Seguo su YouTube Federico Faggin che ricerca tramite la fisica quantistica la dimostrazione dell’esistenza dello Spirito
Forse il mistero più grande in assoluto. Si nasce per poi morire ma finché si è vivi percepiamo ciò che è materialmente reale. L’istinto di sopravvivenza è innato tranne per coloro che non riescono più ad accettare ciò che stanno vivendo, preferendo dare un “taglio “ a ciò che li annienta. Credo che la morte sia solo un necessario e inevitabile processo di vita. L’universo è così grande che potrebbe dare ospitalità a ogni creatura.
Riuscire a parlare con leggerezza, senza essere tuttavia banali, della morte, significa superare uno dei tabù più antichi e persistenti nella cultura umana.
Carlo pone sul tavolo della discussione molte nuove suggestioni che meritano un ulteriore approfondimento.
Non c’è molto da aggiungere; anzi ci sarebbe moltissimo, ma lasciamo stare…
Paura della morte, chi è vivo ce l’ha per definizione. Mettiamola come volete: ciò che ci sorregge è l’istinto di sopravvivenza, che si manifesta anche nell’ istinto di riproduzione (in alcuni più che in altri!).
Tutti gli esempi che il nostro Carlo Mariano ha proposto sono chiaramente segno di questa paura; preferisco non addentrarmi nell’argomento, perché mi disturba un pochino…
Per esorcizzare la paura della morte si può ricorrere al pensiero epicureo, che afferma che” quando ci siamo noi non c’è la morte, quando c’è la morte non ci siamo noi”; dunque non c’è motivo di temerla. Altra analoga considerazione è che, come prima di nascere non esistevamo e non provavamo nulla, così sarà dopo la morte: non esisteremo più e di conseguenza non proveremo nulla.
Naturalmente questo comporta una visione materialistica, la convinzione che con il corpo si estingua anche l’anima.
Aggiungo di mio (ma sono moltissimi a pensarla così) che ciò vale per tutti gli esseri viventi, vegetali compresi. La vita,o anima, cessa di essere quando il corpo muore: perché l’anima altro non è che il soffio vitale che ci permette di respirare, vedere,sentire,provare sentimenti,amare,soffrire (anche incazzarci obviously)…
Certo,l’idea di non essere più non è piacevole, ma ci riguarda solo fino a quando siamo in vita; dopo…fluff! Il nulla.
Come per tutte le altre cose di cui non siamo pratici, sarebbe utile che le istituzioni promuovessero dei corsi, per trattare in modo costruttivo qualcosa a cui tutti siamo destinati, simulare la nostra dipartita sarebbe un modo intelligente di dare un valore nuovo alla vita, che toglierebbe potere a chi con la paura della morte, da sempre intimidisce e sottomette gli altri.
ma resta il dubbio: perché gli animali hanno paura della morte, la sentono e sono dichiarati dei dispiaceri dell’abbandono? È un mistero che merita attenzione, di cui sono stato più volte testimone
Ciao Carlo,un articolo pieno di inviti a riflettere,e dopo un mia riflessione
Ti rispondo così.
C’era una voce dentro di me
non parlava, mi arrivava come
un’eco, un richiamo antico che si faceva sentire nei momenti di disagio
Io la chiamavo paura.
Avevo sempre creduto che la paura fosse un nemico. Un’ombra da evitare, qualcosa da sopprimere.
Ma ogni volta che cercavo di ignorarla, cresceva. Subdolamente diceva sempre la stessa cosa:
“ Attenzione,stai per attraversare qualcosa che non conosci.”
Un giorno smisi di scappare.
Mi sedetti. Respirai. E per la prima volta cercai un contatto profondo e le chiesi:
“Chi sei davvero?”
La risposta arrivò come un fremito nel petto:
“Io sono l’ignoto.”
In quel momento capii. La paura non era lì per distruggermi, ma per indicarmi una soglia.
E fu allora che apparvero chiaramente i due volti del mio essere.
L’Io materico… fatto di carne, abitudini, ricordi. Aveva bisogno di certezze, di controllo, di tempo. Era quello che temeva la fine, perché vedeva ogni cosa come una linea che prima o poi si interrompe.
E poi c’era l’Io Anima.
Silenzioso. Immobile. Immenso.
Non aveva fretta. Non aveva paura. Non cercava di trattenere nulla.
Non perché fosse forte… ma perché intuisce, forse conosce
Quando la paura tornò, aprii le braccia e laccolsi
Fu come morire.
Ma non nel modo che avevo immaginato. Non c’era buio, né fine.
C’era dissoluzione… come ghiaccio che diventa acqua.
#oentrinelghiaccioorimanighicciato
La morte non era una fine.
Era trasformazione.
L’Io materico tremava, si aggrappava, cercava di restare.
L’Io Anima osservava… e si espandeva.
E io, per la prima volta, smisi di scegliere tra i due.
Lasciai che uno si sciogliesse e abbracciasser l’altro
Quando riaprii gli occhi, il mondo era lo stesso.Ma io no.
La paura non era sparita… era diventata una porta.
La morte non era più un nemico… ma un passaggio.
E dentro di me, una certezza quieta e penetrante prese forma:
Non sono ciò che finisce.
Sono ciò che cambia.
E ciò che cambia… non muore mai.
Sono immortale
Kipèwa.