Il Louvre è stato recentemente teatro di un furto spettacolare: nove gioielli della collezione di Napoleone sono stati trafugati il 19 ottobre 2025. Un evento che richiama alla memoria il celebre furto della Gioconda del 1911, orchestrato dall’italiano Vincenzo Peruggia. Entrambi i colpi hanno lasciato un segno indelebile nella storia del museo più famoso al mondo.
Articolo di Katia Bernacci, fotografie di Marino Olivieri ph e archivio
Alle 5:42 del mattino del 19 ottobre, quattro individui travestiti da operai con gilet catarifrangenti sono entrati nel Louvre attraverso un accesso secondario, utilizzando un montacarichi esterno per raggiungere la Galleria d’Apollo. Armati di una sega circolare e di strumenti da taglio, hanno infranto una vetrata e disattivato i sensori di movimento. In meno di sette minuti, hanno svuotato due teche blindate contenenti gioielli storici, tra cui la tiara di Giuseppina Bonaparte, una collana di smeraldi appartenuta a Maria Luisa d’Austria e una spilla con diamanti provenienti dalla collezione del cardinale Mazzarino.
Il bottino è stato stimato in circa 88 milioni di euro.
Le telecamere di sorveglianza, inspiegabilmente inattive in quel momento, non hanno registrato l’effrazione. La direttrice del museo, Laurence des Cars, ha definito l’accaduto “un fallimento grave della sicurezza interna” e ha promesso una revisione totale dei protocolli.
Più di un secolo fa, il 21 agosto 1911, il Louvre fu teatro di un altro furto clamoroso. La Gioconda, il celebre ritratto di Leonardo da Vinci, scomparve misteriosamente.
Il ladro era Vincenzo Peruggia, un decoratore italiano che aveva lavorato al museo. Conosceva bene gli accessi e le abitudini del personale. La sera prima del furto, si nascose in uno sgabuzzino. La mattina seguente, indossando un camice bianco da operaio, uscì indisturbato con il quadro sotto il cappotto.
Il furto fu scoperto solo il giorno dopo. Inizialmente, la polizia sospettò artisti d’avanguardia come Guillaume Apollinaire e Pablo Picasso, che furono interrogati. Ma la verità emerse solo due anni dopo, quando Peruggia cercò di vendere il dipinto a un antiquario fiorentino, sostenendo di volerlo “restituire all’Italia” come gesto patriottico. Arrestato e processato, fu condannato a un anno e quindici giorni di carcere.
La Gioconda tornò al Louvre nel 1914, accolta come un’eroina. Il furto del 2025 ha riaperto ferite mai del tutto rimarginate. Il Louvre, custode di tesori inestimabili, si trova ancora una volta al centro di un dibattito sulla sicurezza e sulla vulnerabilità del patrimonio culturale. Se Peruggia agì per idealismo, i ladri del 2025 sembrano mossi da motivazioni ben più materiali. Ma entrambi i colpi hanno avuto un impatto profondo: il primo fece parlare del quadro della Gioconda in tutto il mondo, il secondo ha messo in discussione la capacità delle istituzioni di proteggere la memoria storica collettiva.
Nel cuore di Parigi, tra le mura che hanno visto passare secoli di arte e storia, il Louvre resta un simbolo. Ferito, ma ancora vivo. E forse, proprio come nel 1911, anche questa volta la verità verrà a galla.
Alla vicenda del 1911 l’antropologo torinese Massimo Centini ha dedicato un libro, “Il furto del secolo, storia dell’italiano che rubò la Gioconda” edito da Yume, dove analizza la storia, le motivazioni e anche il dietro le quinte del motivo per cui Vincenzo Peruggia decise di appropriarsi del famoso dipinto.
IL FURTO DEL SECOLO
STORIA DELL’ITALIANO CHE RUBO’ LA GIOCONDA
La ricostruzione di Centini unisce cronaca nera e costume, approccio giornalistico e documentazione d’archivio, mediante una visione d’insieme che recupera e rinnova l’attenzione sulla vicenda dell’italiano Vincenzo Peruggia, che il 21 agosto del 1911 si impossessò dell’opera e la tenne nascosta per circa due anni «in una modesta stanzetta di Parigi».
(Dalla prefazione di Angelo Mistrangelo)
Autore: Massimo Centini Laureato in Antropologia Culturale, ha pubblicato con numerosi editori italiani. Lavora a contratto con università e musei. Ha insegnato Antropologia Culturale all’Istituto di Design di Bolzano. Docente di Antropologia culturale presso la Fondazione Università Popolare di Torino, insegna “Storia della criminologia” ai corsi organizzati da MUA – Movimento Universitario Altoatesino – di Bolzano.
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