A San Mauro Torinese, dove il burattino di legno torna a guardarci negli occhi
Quando si entra nella sala Ilaria Alpi di San Mauro Torinese, la prima sensazione è quella di essere osservati. Non da un volto umano, ma da un esercito di nasi che sporgono, crescono, si allungano come rami inquieti. È il mondo di Gianfranco Anastasi, che fino al 18 giugno porta in mostra la sua personale dedicata a Pinocchio, o meglio, alla bugia che lo anima.

Per Anastasi, Pinocchio non è un personaggio letterario: è un compagno di infanzia che non ha mai smesso di parlargli. Lo racconta spesso: tutto nasce da quella miniserie di Luigi Comencini vista da bambino, un’immagine che si è sedimentata come fanno le cose che non si scelgono, ma che ci scelgono.
E così, negli anni, il burattino è tornato a bussare. Prima timidamente, poi con insistenza, fino a diventare una chiave di lettura del mondo. Perché la bugia – dice l’artista – è un gesto umano, quotidiano, inevitabile. Una piccola crepa nella superficie delle cose.

Nella mostra, la bugia non è mai gridata. È un’ombra, un’inclinazione del volto, un naso che cresce come un pensiero che non si riesce più a trattenere.
Le opere sembrano sospese in un tempo che non è quello della fiaba, ma quello dell’attesa: il momento esatto in cui la verità sta per incrinarsi, o forse lo ha già fatto.
Chi osserva si ritrova a chiedersi non tanto chi stia mentendo, ma perché. E soprattutto: quanto spesso lo facciamo anche noi, senza accorgercene.
Questa mostra non nasce dal nulla. Nel 2025, con il progetto “Musical-Mente”, Anastasi aveva trasformato icone della musica – Mina, Dalla, Battisti, Rino Gaetano, i Blues Brothers – in figure pinocchiesche. Un gioco di metamorfosi che rivelava quanto la maschera sia parte integrante dell’identità pubblica.
A San Mauro, invece, il tono cambia: meno ironia, più introspezione. Come se il burattino avesse deciso di togliersi il cappello e parlare sul serio.

Il 2026 è l’anno del bicentenario di Carlo Collodi, e la ricorrenza attraversa la mostra come un filo sottile. Non c’è celebrazione, non c’è nostalgia. C’è piuttosto la consapevolezza che Pinocchio continua a essere uno specchio: non dell’infanzia, ma dell’adulto che siamo diventati.
Accanto alle opere di Anastasi, Sandra Febbo presenta la collezione privata del pittore amatoriale Mario Bosso, scomparso alcuni anni fa. I suoi quadri saranno venduti per sostenere l’associazione MIMOLA APS, che aiuta famiglie con bambini e ragazzi con disabilità. È un dettaglio che cambia il respiro dell’esposizione: tra bugie, metamorfosi e simboli, entra in scena la realtà concreta, quella che chiede mani, tempo, attenzione.
Quando si esce, il naso di Pinocchio sembra seguirti ancora per un tratto. Non come un rimprovero, ma come un promemoria.
Che la verità è fragile.
Che le bugie hanno mille forme. E che a volte basta un dettaglio — un naso che cresce, un colore che vibra, un ricordo d’infanzia — per ricordarci che siamo tutti un po’ burattini e un po’ burattinai.

