L’anniversario della spedizione alla ricerca della via di Annibale
Articolo di Katia Bernacci, fotografie di Gianni Vidoni
G iovedì 11 dicembre, presso il Centro Artistico culturale Arte Città Amica, di via Rubiana 15 a Torino, si è tenuto un incontro molto particolare, che ha ricordato l’anniversario della spedizione che nel 1985, ricostruì il percorso seguito da Annibale nel 218 a.C. per invadere l’Italia.
Otto uomini: Massimo Centini, Beppe Ronco, Edoardo Garello, Carlo Grinza, Frans Ferzini, Danilo Tacchino e Paolo Sala, decisero di ripercorre alcuni valichi alpini per provare a comprendere dove il grande condottiero, seguito da 30.000 uomini e da un numero imprecisato di elefanti che, le cronache raccontano, riuscirono a superare i rigori delle alture per poi morire in battaglia.
Ma chi era Annibale Barca? Nato a Cartagine nel 247 a.C. e figlio del generale Amilcare, fu educato fin da giovane all’odio verso Roma e divenne uno dei più grandi strateghi dell’antichità. Dopo aver assunto il comando delle forze cartaginesi in Spagna, attaccò Sagunto, alleata di Roma, dando inizio alla Seconda guerra punica. La sua scelta fu audace: invece di difendere i territori o affrontare Roma via mare, decise di portare la guerra direttamente in Italia, attraversando i Pirenei, la Gallia e le Alpi con un esercito e con parecchi elefanti (forse per intimidire il nemico?). L’obiettivo era colpire Roma nel cuore del suo potere, isolandola dai suoi alleati italici e costringendola alla resa. In Italia ottenne vittorie memorabili al Ticino, alla Trebbia, al Trasimeno e soprattutto a Canne, dove annientò l’esercito romano con una manovra d’accerchiamento rimasta leggendaria. Tuttavia Roma non cedette. La campagna di Annibale dimostrò la fragilità di Roma ma anche la sua straordinaria capacità di resistere e riorganizzarsi, e rese Annibale simbolo eterno di genio militare e audacia strategica.

Quando il condottiero decise di invadere l’Italia aveva 25 anni, era nel pieno delle forze e voleva affermare la propria supremazia, anche se non si era probabilmente reso conto che l’Italia in quel momento non era ancora unita sotto un’unica identità nazionale, ma un mosaico di popoli ed etnie con lingue, culture e tradizioni diverse. Roma aveva costruito la sua forza proprio nel tessere alleanze e nel sottomettere gradualmente queste comunità. Molti di questi gruppi vennero completamente falciati dall’armata di Annibale e delle loro abitazioni non rimase nulla; la leggenda che seguì quelle gesta distruttive, però, fece emergere lati più tragici di quelli che rappresentarono la scenografia di quei momenti.
Ad esempio, l’antropologo Centini, uno dei relatori della conferenza appena citata, ha fatto notare che il passaggio di 30.000 uomini non poteva essere stato così veloce; se si calcola l’ampiezza di passo tra 75 centimetri e un metro, senza considerare gli elefanti, la “coda” di uomini doveva essere di almeno 30 chilometri e se camminavano a due o tre, di dieci chilometri. Questo significa che una parte di essi era esposta alle popolazioni indigene, che potevano infierire con lancio di pietre e altro. Erano quindi così pericolosi, questi invasori? Il mistero non ha comunque cessato di interessare un numero altissimo di studiosi, che si sono dedicati con passione alla ricerca dei sentieri seguiti da Annibale, che tutt’ora rimangono sconosciuti, poiché non sono neppure state trovate ossa oppure materiali che per forza di cose sarebbero stati abbandonati lungo la strada nel momento della battaglia o nella necessità di proseguire.
La spedizione del 1985 è stata un’impresa epica, vista da qualche decina di anni di distanza, incuriosisce la dedizione degli otto esploratori, che all’epoca erano riusciti anche ad appassionare al progetto una serie di sponsor e si erano organizzati con estrema cura, valutando anche l’impatto promozionale, oltre a quello di riscoperta storica.
Da secoli gli studiosi dibattevano su quale valico Annibale avesse scelto nel 218 a.C. per portare in Italia i suoi uomini, e le ipotesi variavano tra il Piccolo San Bernardo, il Moncenisio, il Monginevro e il Colle delle Traversette. Quando quel gruppo di appassionati decise di trasformare questa disputa accademica in un’avventura concreta, attraversarono i valichi alpini con attenzione, simulando le tappe dell’esercito cartaginese e verificando sul campo la plausibilità dei diversi percorsi.
Tra gli uomini della spedizione c’era anche un artista, che produsse delle placche incise, che vennero posizionate in alcuni punti strategici, con a fianco le incisioni di piccoli elefanti. Alcune di quelle targhe sono ancora oggi presenti, altre sono state purtroppo divelte.
La spedizione non diede una risposta definitiva certa, ma i partecipanti ritennero che Annibale potesse essere passato sul colle di Mait, non un valico vero e proprio, piuttosto un ampio pianoro situato sulle pendici del Monviso, a circa 2715 metri di quota, lungo gli itinerari che portano al Colle delle Traversette e al celebre Buco di Viso. “Annibale ’85” rimase un momento di divulgazione e riscoperta di radici culturali, capace di unire storia, mito, leggenda e paesaggio alpino, riportando in vita l’impresa leggendaria del generale cartaginese e non solo, perché vennero altresì prodotte delle carte di sentieri e quell’impresa diede i natali a diverse interessanti pubblicazioni.
