Dopo gli incendi del 14 ottobre, gli scontri del 15 e la nuova mobilitazione di ieri, 16 ottobre, la protesta contro il premier albanese assume i contorni di una crisi politica sempre più difficile da contenere
TIRANA — La capitale albanese è diventata il simbolo di una rabbia che non sembra più disposta ad aspettare, Per il terzo e il quarto giorno consecutivo, migliaia di giovani sono scesi in strada contro il governo di Edi Rama, trasformando una protesta nata attorno alle condizioni dell’istruzione e alle accuse di corruzione in una contestazione sempre più ampia del potere politico. La domanda, ormai, non riguarda soltanto la tenuta dell’ordine pubblico, Rama può davvero arrivare alla fine della sua lunga stagione al governo?
Dagli incendi agli scontri: due giornate che aggravano la crisi
La giornata di giovedì 15 ottobre è stata segnata da nuovi scontri tra manifestanti e forze dell’ordine, Dopo gli incendi del giorno precedente, quando le fiamme avevano interessato il Ministero dell’Istruzione e una filiale bancaria, la tensione è rimasta altissima. Vetrine infrante, attività commerciali danneggiate e lanci di oggetti contro la polizia hanno accompagnato una mobilitazione che il governo non è riuscito a ricondurre alla normalità.
Gli agenti hanno risposto con lacrimogeni e idranti, Il bilancio sanitario comunicato dalle autorità dopo gli scontri di mercoledì indicava 89 persone assistite negli ospedali di Tirana, tra cui 61 agenti di polizia, numeri che restituiscono la gravità della situazione, senza trasformare la violenza di una parte dei manifestanti in una descrizione dell’intero movimento.
Il premier ha respinto le richieste di dimissioni, sostenendo che la violenza non debba compromettere il futuro europeo dell’Albania, la sua posizione, tuttavia, non ha fermato la protesta.
Nella giornata di ieri, venerdì 16 ottobre, migliaia di giovani sono tornati a marciare nella capitale, la mobilitazione si è estesa anche ad altre città del Paese e sono stati segnalati nuovi danneggiamenti, comprese vetrine e semafori, la continuità delle manifestazioni indica che non si tratta più soltanto di una giornata di rabbia destinata a esaurirsi con il ritorno della calma.
Non soltanto università: il malcontento investe il sistema di potere
Dietro la protesta c’è molto più della contestazione delle tasse universitarie o delle condizioni degli atenei, i giovani denunciano prospettive occupazionali insufficienti, difficoltà economiche e un sistema che, a loro giudizio, favorirebbe interessi privilegiati a scapito della maggioranza della popolazione.
Le accuse di corruzione rivolte al governo alimentano una sfiducia che si è consolidata nel tempo, a questo si aggiunge la contestazione di un controverso progetto turistico di lusso sulla costa albanese, sostenuto da interessi legati a Jared Kushner, genero del presidente statunitense Donald Trump. Per gli oppositori, la vicenda rappresenta un esempio delle preoccupazioni sulla trasparenza delle decisioni pubbliche e sulla gestione del territorio.
Il punto politicamente più delicato è proprio questo, le rivendicazioni studentesche si sono saldate con un malcontento più generale. Quando le proteste riguardano contemporaneamente istruzione, lavoro, corruzione e distribuzione delle opportunità economiche, il governo non può limitarsi a rispondere sul terreno dell’ordine pubblico, è chiamato a confrontarsi con una crisi di fiducia.
La sfida europea e il rischio di una frattura più profonda
L’Albania punta a entrare nell’Unione europea e Rama ha fatto dell’integrazione europea uno degli obiettivi centrali della propria azione politica, ma il percorso europeo non si misura soltanto con le dichiarazioni diplomatiche, richiede fiducia nelle istituzioni, contrasto alla corruzione, rispetto dello Stato di diritto e capacità di garantire opportunità ai cittadini.
La violenza nelle strade non risolve questi problemi e il danneggiamento di edifici pubblici e attività private non può essere giustificato dalla legittimità delle rivendicazioni, allo stesso tempo, reprimere gli scontri senza affrontare le ragioni del malcontento rischia di lasciare intatta la frattura che ha portato migliaia di giovani in piazza.
Il governo è quindi davanti a un doppio compito: garantire la sicurezza e dimostrare, attraverso risposte verificabili, di saper ascoltare le richieste di riforma.
Le giornate del 15 e del 16 ottobre segnano dunque un passaggio importante per la politica albanese, la protesta non ha ancora prodotto la caduta di Rama, ma ha reso evidente che il consenso conquistato alle urne non basta, da solo, a neutralizzare una crisi sociale che si trascina da mesi.
La domanda «Rama cadrà?» resta aperta. La risposta dipenderà dalla capacità del movimento di mantenere la mobilitazione, dalla reazione delle istituzioni e soprattutto dagli equilibri politici che emergeranno nei prossimi giorni.
Per il premier, il pericolo non è soltanto quello di perdere il controllo delle piazze, è quello di non riuscire più a convincere una parte crescente del Paese che il suo governo rappresenti una prospettiva credibile per il futuro.
