Torino, 22 settembre 1920 – L’uccisione della guardia regia Vincenzo Nazzaro
Cosa sia avvenuto a Torino nel pomeriggio del 22 settembre 1920 lo apprendiamo da La Stampa del giorno seguente che, sotto il titolo Una giornata di gravi incidenti a Torino, propone questo sommario: Il primo tafferuglio in corso Regina Margherita – Le fucilate nei pressi del Teatro Torinese – Come si estese il conflitto – La battaglia alla Carrozzeria Garavini – Lo stabilimento Gilardini occupato dalla forza pubblica – Il servizio tramviario sospeso – Due morti e parecchi feriti.
La Gazzetta del Popolo titola Tragici episodi a Torino provocati da violenze di rivoltosi armati, con questo sommario: Una guardia regia aggredita da guardie rosse – La forza pubblica costretta ad aprire il fuoco in Corso Regina Margherita – La caserma Aurora assediata da una banda armata – Lo stabilimento Gilardini preso d’assalto dalle truppe per togliere ai rivoltosi una mitragliatrice che batteva il ponte Mosca – Un’altra mitragliatrice ridotta al silenzio alla Diatto-Garavini – Episodi di violenza in Borgo Dora e Vanchiglia – Una guardia regia e due borghesi morti – Numerosi feriti e molti arresti.

Per parlare dell’uccisione di Vincenzo Nazzaro, la guardia regia di cui parlano i sommari dei due quotidiani torinesi prima riportati, ricordiamo che la Regia Guardia per la Pubblica Sicurezza era un corpo di Polizia istituito con Regio decreto 2 ottobre 1919 n. 1790 e rimasto in attività fino al suo scioglimento, il 31 dicembre 1922. Ha ordinamento militare, dipende direttamente dal Ministero dell’Interno ed è destinato al controllo delle manifestazioni di piazza. Uno studio dell’Ufficio Storico della Polizia di Stato così la definisce: «Concepita dallo Stato Liberale come “falange armata” dell’esecutivo per far fronte a una fase di estrema emergenza, la Regia Guardia fu destinataria di ingenti stanziamenti e venne potenziata con un organico mai visto prima di allora, per essere un Corpo di polizia all’avanguardia e moderno ma soprattutto affidabile e gestibile sotto il profilo politico» (1).
La «fase di estrema emergenza» citata dall’Ufficio Storico è un preciso richiamo al clima politico del “Biennio rosso” del 1919-1920. Così gli storici indicano questi due anni, caratterizzato da forte conflittualità sociale che si manifesta in Europa dopo la conclusione della Prima Guerra Mondiale. La conflittualità è elevata a Torino, una delle città italiane più industrializzate e con una consistente componente operaia. Agitazioni e scioperi sono quindi frequenti e assumono particolare rilievo lo “sciopero della multa” (14-23 novembre 1919), lo “sciopero delle lancette” (22 marzo-23 aprile 1920) e l’occupazione delle fabbriche che si svolge dal 1° al 30 settembre 1920, arco di tempo in cui si collocano i tumulti del 22 settembre.
A proposito dell’occupazione delle fabbriche, il sito MuseoTorino fornisce questa ricostruzione: «Il 1° settembre le principali fabbriche torinesi vengono occupate dagli operai guidati dalle Commissioni interne. L’agitazione assume i tratti di un “esperimento rivoluzionario” dietro ispirazione di Gramsci e dell’Ordine Nuovo. Il lavoro non si interrompe e, al fine di garantire una precisa auto-organizzazione del lavoro da parte degli operai, nascono i Consigli di fabbrica. Il governo sceglie di trattare separatamente con la Fiom che, dopo una consultazione interna l’11 settembre, il 15 settembre firma un accordo che non è accettato da tutti gli operai. La protesta si esaurisce gradualmente, e fra il 25 e il 30 settembre tutti gli stabilimenti vengono a poco a poco sgomberati e restituiti agli industriali». Una ricostruzione politicamente schierata che dimentica il clima di odio e le manifestazioni di violenza perpetrate da molti di quegli operai che pensavano di replicare in Italia la rivoluzione russa del 1917.
L’occupazione delle fabbriche, che in Italia coinvolge centinaia di stabilimenti e centinaia di migliaia di lavoratori, rappresenta il culmine di un periodo di agitazioni operaie e contadine, supportate dall’ideologia socialista. L’avanzata dell’Armata Rossa in Polonia, che pare inarrestabile, e le aspettative di una sollevazione comunista in Europa occidentale fanno sperare in una rivoluzione bolscevica mondiale. In Italia, la notizia della miracolosa sconfitta dell’Armata Rossa alle porte di Varsavia, avvenuta il 15 agosto (2), non viene subito percepita, poiché molti la considerano come propaganda reazionaria: gli operai che occupano le fabbriche sono ancora convinti che l’Armata Rossa presto arriverà a “liberare” l’Italia.
Tornando alla giornata del 22 settembre, in cui si sono verificati «Tragici episodi a Torino provocati da violenze di rivoltosi armati» come scrive la Gazzetta del Popolo, leggiamo un rapporto della Questura di Torino (3). Il documento si apre con queste considerazioni generali:
La grave agitazione, degli operai metallurgici iniziata verso la fine dell’agosto decorso anno coll’ostruzionismo e completata dalla violenta occupazione delle fabbriche: occupazione estesa in ultimo anche agli stabilimenti delle varie industrie non metallurgiche, si svolse tra gravissime perturbazioni dell’ordine pubblico nonché inauditi episodi di violenza nei confronti di privati cittadini e di Ufficiali del R. Esercito, ma specie avverso i funzionari ed agenti della forza pubblica, i quali comandati per servizio di vigilanza nei pressi delle fabbriche, furono in quel periodo quotidianamente fatti segno a raffiche di colpi d’arma da fuoco da parte degli operai delle cosidette guardie rosse, asserragliate negli stabilimenti.
La situazione, che di giorno in giorno ebbe sempre più aggravarsi, nei di 22 e 23 settembre, divenne addirittura criticissima e tale da assumere carattere prettamente rivoluzionario.
Del resto, sin da principio, parecchie tra le officine occupate, invece di attendere al consueto lavoro di produzione, furono adibite alla fabbricazione di armi […] e gli stabilimenti, nella quasi totalità, furono trasformati in fortilizi, con opere di offesa e di difesa, non esclusi i reticolati spinosi, i cavalli di frisia ed i fili muniti di corrente elettrica, alfine di impedire qualsiasi eventuale azione da parte della forza pubblica; mentre le cosidette guardie rosse, assoldate tra i peggiori elementi della locale malavita, venivano, con organizzazione militare preposte a loro custodia e difesa.

Vediamo ora la descrizione dell’uccisione della guardia regia Vincenzo Nazzaro:
Verso le ore 17 un reparto di carabinieri in numero di 12, che subito dopo il grave conflitto avvenuto presso il ponte Rossini, era stato (causa l’estendersi della sommossa ed il propagarsi del fuoco da parte dei rivoltosi in tutta la zona degli stabilimenti occupati) inviato di rinforzo ad una pattuglia di sei carabinieri, posta a guardia del cotonificio del suddito francese, signor Schilling, in corso Antonelli 12, veniva, all’angolo di corso Regina Margherita e via Napione, fatto segno a colpi di arma da fuoco per parte di vedetta della carrozzeria Diatto-Garavini, sita nella predetta località.
Il corso Regina Margherita forma un piccolo rondò dove confluiscono, sul lato dei numeri dispari, le vie Napione e Sineo e, sul lato dei numeri pari, il corso Farini e la via Fontanesi. Lo stabilimento Diatto-Garavini, oggi sostituito da un palazzo, era al civico 17, compreso tra le vie Napione e Sineo e dal 1918 apparteneva al solo Garavini. Il rapporto cita anche il deposito delle tranvie municipali, oggi inglobato dall’Ospedale Gradenigo, e la fabbrica Venchi, al civico 16, che nel 1938 diventerà l’Opificio Militare. Leggiamo infatti che:

A codesti colpi incrociavensene altri, sparati dal deposito delle tranvie municipali e dalla fabbrica Venchi, posti nelle adiacenze. Edotti dell’accaduto, recavansi sul posto, dalla vicina caserma della R. Guardia Carlo Emanuele in via della Zecca [via Verdi] n° 24, una pattuglia di otto guardie al comando del maresciallo Cenelini, accolta anch’essa da un nutrito fuoco di moschetti e pistole per parte degli operai, occupanti la suindicata carrozzeria, i quali misero altresì in azione contro gli agenti della forza pubblica una mitragliatrice, appostata al 1° piano dello stabilimento Garavini.
In tale circostanza, la guardia Nazzaro Vincenzo rimaneva cadavere, colpita da un proiettile alla fronte, […] In loro soccorso dalla vicina stazione della R. Guardia di Vanchiglia, accorrevano altri militari, i quali avanzarono sotto il fuoco riuscendo a portare via la vittima e soccorrere i feriti. Dalla Questura Centrale venivano intanto immediatamente inviati sul posto camions con Regie Guardie e Carabinieri, […]. Anche tale forza veniva accolta da una raffica di mitragliatrici, da lancio di bombe e da colpi di armi da fuoco sparati da detto Stabilimento Diatto-Garavini, nonché da sconosciuti appiattati dietro le finestre e le porte degli stabili circostanti. Gli agenti della forza pubblica, opportunamente disposti, risposero al fuoco scaricando i propri moschetti mentre da uno dei camion veniva messa in azione una mitragliatrice che ai primi colpi riduceva al silenzio l’arma avversaria, nonché quant’altri quivi sparavano avverso la forza pubblica.

Alla prosa burocratica affianchiamo questa notizia, riferita dalla Gazzetta del Popolo del giorno successivo. Il camion che trasporta anche il corpo di Nazzaro all’ospedale San Giovanni, che ha assunto l’aspetto di un ospedaletto da campo dietro le prime linee nella Prima guerra mondiale, fa un ingresso tragico. Uno dei commilitoni salta dall’automezzo ancora in moto, agitando l’elmetto fracassato di Nazzaro e gridando «Vigliacchi, vigliacchi!». Un capitano dei carabinieri lo tranquillizza con parole paterne, mentre viene portato via a viva forza dalla sala operatoria dove è entrato e dove la salma col cranio fracassato è stata deposta sul tavolo anatomico.
Vincenzo Nazzaro è nato a San Giorgio del Sannio (Benevento) nel 1900. Il padre Luigi è in vita al momento della sua uccisione. Nel 1929 gli è stata dedicata una via a Torino, nel quartiere Campidoglio, perpendicolare al corso Tassoni e che sbocca nella piazza Risorgimento, con questa indicazione: Agente di Pubblica Sicurezza, ucciso nell’adempimento del suo dovere, durante una violenta dimostrazione politica.
Note
(1) Il Corpo della Regia Guardia per la Pubblica Sicurezza (1919-1922), a cura di Raffaele Camposano, Quaderno 3 2020, Ufficio Storico della Polizia di Stato.
(2) Maurizio Blondet, Fu Lei a vincere sulla Vistola, nel giorno dell’Assunta, 14 agosto 2020.
(2) Rapporto dettagliato in ordine ai più gravi reati avvenuti in Torino in occasione all’occupazione delle fabbriche, scritto dal dottor Amedeo Palma, capo della Divisione di Polizia Giudiziaria della Questura di Torino e indirizzato al Procuratore generale del Re di Torino il 15 novembre 1921.
L’autore ringrazia Federico Cavallero per la preziosa collaborazione.
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