Come i nostri lettori ben sanno, una delle caratteristiche principali di una democrazia è la libertà di stampa, libertà che oggi, più modernamente e correttamente, possiamo chiamare libertà di informazione; e da sempre contro questa libertà si erge una minaccia chiamata censura.
Ma la censura può assumere due aspetti: una censura esterna attuata dal potere nei confronti dei mezzi di comunicazione, e un’autocensura attuata dagli stessi mezzi di comunicazione nei propri confronti. In sostanza, i media possono essere censurati o autocensurarsi.
Quello che ci stupisce è che in una società come quella occidentale, che si autodefinisce liberale e democratica, si possa oggi discutere di un simile tema; si possa cioè discutere se la censura sia praticabile o addirittura, in certi casi, auspicabile. L’idea stessa che la libertà di espressione, frutto di alcuni secoli di dibattito filosofico e politico, sia un fatto acquisito in una moderna società sembra oggi messa in discussione.
A questo proposito, qualcuno ha richiamato la classica successione della cosiddetta “finestra di Overton”: un’idea inaccettabile diventa pian piano addirittura auspicabile attraverso un progressivo processo di modificazione e convinzione dell’opinione pubblica con l’ausilio fondamentale dei mezzi di comunicazione.
Questo fenomeno si è sviluppato sopratutto in due nazioni sulla cui credibilità democratica, fino a poco tempo fa, non esistevano dubbi: la Gran Bretagna e la Germania. Nella prima si assiste a una crescente follia censoria da parte delle autorità contro ogni manifestazione di pensiero difforme dal politicamente corretto, per cui si arriva addirittura a sanzioni penali contro chiunque esprima dissenso verso l’immigrazione o la devianza sessuale o ancora verso non ben definite minoranze oppresse, fino a considerare persino la bandiera di San Giorgio, esibita da molti nazionalisti, un’offesa ai valori correnti e giuridicamente sanzionabile.
In Germania si discute ormai da tempo la possibilità di mettere fuori legge l’AFD, cioè il secondo partito tedesco dopo la CDU, e si è giunti a interdire impieghi e cariche pubbliche a persone iscritte a quella forza politica o che avessero espresso pubblicamente simpatia per essa. E’ pur vero che la costituzione tedesca ammette la messa al bando delle forze politiche antidemocratiche, ma vale la pena di chiedersi: come sarebbe possibile bandire un partito di quelle dimensioni e, ormai, con quel radicamento? E soprattutto la questione eminentemente filosofica: quanto è accettabile una “democrazia armata” che metta fuori legge forze politiche antidemocratiche, o quantomeno ritenute tali?
In Italia fortunatamente siamo ancora lontani da quegli eccessi, ma che anche da noi esista una forma più sottile, ma non meno reale, di censura è innegabile. Si tratta di una censura soft, poco percettibile dal pubblico, e che assume soprattutto la forma dell’autocensura.
Il blocco mediatico formato dai grandi giornali padronali e dalle grandi reti televisive pubbliche e private è ormai in gran parte controllato da una casta di giornalisti adagiata comodamente e colpevolmente nel mainstream, cioè in quell’ambiente di accondiscendenza verso un nucleo di idee, opinioni, atteggiamenti condivisi e dominanti da cui non ci si può discostare. Ogni fatto, ogni opinione, ogni orientamento contrari non vengono contrastati ma semplicemente ignorati, secondo il principio per cui il silenzio è più efficace, comodo ed economico della confutazione. Autocensura, appunto.
Un paio di esempi per chiarire il concetto.
Il “caso Foa”, dove una trasmissione radiofonica come Giù la maschera condotta da un grande giornalista come Marcello Foa, trasmissione universalmente apprezzata per equilibrio e serietà, con protagonisti del livello di Luca Ricolfi, Peter Gomez e Alessandra Ghisleri, è semplicemente stata chiusa senza spiegazioni, senza un comunicato, senza neppure un’informativa ai diretti interessati. La tecnica del silenzio applicata a un atto inspiegabile, meschino, incomprensibile, attuato da una televisione di stato che tenta però di accreditare una sua immagine di pluralismo e apertura. O forse fin troppo comprensibile. E su tutto questo, naturalmente, è calato un vasto e gelido silenzio da parte del mainstream: nessun articolo, nessun dibattito, nessun servizio giornalistico. Qualcuno ricorda il fuoco e le fiamme che si sollevarono molti anni fa quando furono allontanati dalla televisione (si dice per editto di Berlusconi) Enzo Biagi e Daniele Luttazzi?
Il secondo esempio è ancora più sbalorditivo, e si tratta dei verbali delle riunioni del CTS (Comitato Tecnico Scientifico) presso il Ministero della Salute durante l’epidemia COVID, verbali che La Verità diretta da Maurizio Belpietro ha pubblicato nei giorni scorsi con tanto di registrazioni video. Una documentazione agghiacciante da cui emerge la pochezza, l’incompetenza, l’approssimazione e, soprattutto, la subordinazione al potere politico di quell’organismo nelle cui mani era depositata la vita -e anche la libertà- di decine di milioni di italiani. Patetica, fra le tante, la registrazione di un intervento di Franco Locatelli, presidente del Consiglio Superiore di Sanità, in cui si dichiara contrario all’estensione dell’obbligo vaccinale, per cui non vi sono “evidenze scientifiche”, a tutte le categorie di persone; ma comunque vota a favore “per servire le istituzioni” e per non indebolire la campagna avviata dal governo. In un altro passaggio, Locatelli si rivolge ad altri membri del CTS invitandoli a evitare divisioni e chiedendo unanimità nelle decisioni per non creare “problemi” o “dibattiti pubblici”; e infine, con grande atto di coraggio, di non mettere nulla a verbale.
Uno scoop del genere, che evidenzia lo sconvolgente dilettantismo del massimo organismo tecnico-sanitario in un periodo tragico per la nazione, in un paese a stampa libera avrebbe suscitato uno scandalo infuocato, dibattiti, editoriali, interrogazioni parlamentari, interviste, talk show e altro ancora. Avete visto o sentito qualcosa del genere da noi? Un’eco lontana, un accenno, una traccia mediatica di tutto ciò? A dimostrazione che, ancora oggi, l’argomento Covid è il più titolato su cui esercitare l’autocensura giornalistico-televisiva.
Potremmo aggiungere il silenzio totale sugli aspetti più strettamente militari del fronte russo-ucraino, silenzio che opportunamente cerca di sfumare la crescente dimensione della vittoria russa, e altri esempi ancora ma le dimensioni dell’articolo andrebbero fuori controllo.
Potremmo invece e semplicemente concludere con l’interrogativo che tanti giornalisti embedded, cioè incorporati nelle grandi istituzioni informative (giornaloni, televisioni), si pongono ogni mattina: che faccio oggi? Dico cose false o taccio cose vere? Sentiamo il capo.
