La recente vicenda dei siti internet su cui venivano esibite foto più o meno intime di mogli o donne conosciute, corredate di commenti rozzi e volgari di maschi sovreccitati, ci può insegnare qualcosa che non sia il semplice sdegno, così abbondante in questi ultimi giorni?
Intanto notiamo come la vivace -e sicuramente giustificata- indignazione delle donne vittime di quei comportamenti sia sfociata in una nutrita serie di denunce agli organi di polizia, denunce che però ci lasciano assai dubbiosi.
Infatti, ci chiediamo quali reati siano configurabili nei confronti di chi semplicemente commentava brutalmente in fotografia le fattezze delle signore in questione, e quindi è legittimo pensare che una gran parte di queste iniziative legali non avrà alcun esito apprezzabile, almeno sotto il profilo penale, e sempre che si rintraccino gli autori dei commenti espressi sulle piattaforme.
Ma la vicenda travalica i due semplici aspetti del buon gusto e della rilevanza penale per assumere un contorno più vasto e inquietante: quello dell’incontrollabilità della Rete.
Chi come noi è nato e cresciuto nell’era analogica ha sempre nutrito il sospetto e il timore che prima o poi il mondo digitale ci avrebbe sommerso e avrebbe assunto caratteri di ingestibilità o addirittura di ostilità.
La narrazione di HAL 9000, il computer di bordo dell’astronave protagonista di 2001 Odissea nello Spazio, il più che famoso film di Stanley Kubrick che vede un’intelligenza artificiale divenire autonoma e contrapporsi agli uomini, è rimasta dentro di noi e continua a inquietarci. Forse non è così per le generazioni che ci hanno seguito, nate e cresciute nella realtà digitale e quindi meno sensibili a certe paure.
L’episodio delle signore messe in rete per attirare il compiacimento di tantissimi maschi si aggiunge solamente a migliaia di altri esempi in cui emerge la pericolosità di una Rete che rasenta ormai l’ingestibilità: non solo -come dicevamo- gli strumenti giuridici attuali sono spuntati nei confronti dei teppisti e dei malfattori digitali, sia perché molto spesso non identificabili o rintanati in luoghi remoti del pianeta, sia ancora perché le fattispecie di reato attualmente disponibili non sono in grado di comprendere questi nuovi illeciti, ma anche per una caratteristica particolare della Rete stessa, la sua “eternità”.
Spieghiamoci meglio. Ogni cosa immessa in Rete -documenti, immagini, filmati, parole, suoni e altro ancora- non scompare mai del tutto, e ogni possibile azione di contrasto messa in atto dagli organi di sorveglianza e repressione (dalla polizia postale a tutti gli altri gli altri controllori) non potrà mai dare la garanzia che quel contenuto sia stato rimosso completamente. In qualunque momento può ritornare, ripescato in qualche angolo remoto dell’universo digitale.
Ecco uno dei lati più antipatici, ma anche pericolosi, di internet che emerge da un episodio apparentemente marginale come quello dei siti di foto femminili da cui siamo partiti.
Ma accanto a questo aspetto si accumulano molti altri aspetti inquietanti del mondo digitale.
Uno è sicuramente la fragilità della Rete. Non va dimenticato che essa è una struttura infinitamente complessa, la cui interconnessione globale è ormai quasi perfetta. Che cosa accadrebbe se in un qualche suo punto (o in una serie di snodi essenziali) si formassero delle criticità micidiali? Quant’è il rischio che collassi l’intero sistema riportando il mondo al medioevo, o quantomeno al secolo scorso?
E poi ancora: quante possibilità ci sono che la maggior parte della popolazione mondiale acquisisca competenze informatiche in grado di star dietro all’evoluzione tecnica del mondo digitale, e della Rete in particolare?
E’ esperienza di tutti i giorni: sono tantissime le persone, compreso lo scrivente in possesso di una cultura media, che incontrano sempre più difficoltà nell’affrontare procedure burocratiche digitalizzate, guasti al computer, “click days”, aggiornamenti software, astrusità di certi siti e altri problemi ancora che richiedono conoscenze tecniche magari non elevatissime ma non sempre alla portata di tutti; per tacere delle truffe informatiche che ormai dilagano nella rete.
Si sta, cioè, formando un gap fra chi possiede quelle conoscenze e chi non le possiede, o le possiede in misura inadeguata, un gap che richiama la classica divisione in classi che stava alla base della cultura di sinistra, o addirittura marxista; divisione fra chi possedeva istruzione e cultura, e quindi diventava classe dominante, e chi quella istruzione e cultura non possedeva ed era condannato a essere classe subalterna.
Oggi il discrimine è sempre più dato dalla competenza digitale. Si crea, cioè, una classe di competenti in grado di dominare l’infinita platea dei non competenti: anziani, sottoacculturati, immigrati, disoccupati, casalinghe, giovani senza formazione…
Ma soprattutto si creerà domani una super-classe di potentati che disporranno in proprio di alte conoscenze digitali, o avranno i mezzi economici per avvalersi di chi quelle competenze possiede, e che potranno usare tutto ciò per scopi che nessuno garantirà essere etici o leciti. E nessuno, al di sotto di quel livello, potrà contrastare questa situazione.
Non solo il “capitalismo della sorveglianza” ipotizzato da Shoshana Zuboff, ma forse addirittura il “capitalismo della dittatura digitale”, o addirittura un “capitalismo del malaffare”; un’ipotesi forse esagerata ma di cui certe avvisaglie si vedono già oggi.
E proprio l’episodio boccaccesco delle signore in rete da cui siamo partiti ci fa comprendere che cosa può succedere quando si fondono insieme Rete, spregiudicatezza, tecnologia, impossibilità di difesa, il tutto al limite della legalità, e molto spesso oltre.
A voi, cari lettori, la decisione se preoccuparsi o no.
