Nuovi indizi e prove su di un fenomeno di natura socio antropologica
In Italia il “crimine organizzato mafioso” taglieggia e condiziona sistematicamente le attività economiche, industriali, imprenditoriali, inquina le istituzioni civili, i partiti e la politica.
Il fenomeno, benché contrastato dalla Forze dell’Ordine, dalla Magistratura, continua a ramificarsi in un crescendo preoccupante.
E’ tollerabile una situazione del genere per una società che dovrebbe aspirare ad un futuro con tutte altre prospettive di progresso etico, civile, economico e morale?
La risposta è ovviamente scontata, ma come liberarcene concretamente? Perché risulta così difficile, se non impossibile, eliminare questo “cancro metastatico” in continua evoluzione?
Una possibile risposta si potrebbe trovare nel passato della nostra strana storia nazionale.
Una nutrita schiera di storici, italiani e stranieri, attraverso ricerche e approfondimenti rigorosi, hanno da più di un secolo affrontato il complesso e indecifrabile fenomeno “Mafia- Criminalità”, sempre con l’evidente sospetto che alle loro conclusioni, mancasse quella “verità definitiva, incontrovertibile, senza reticenze ”.
Questo atteggiamento, ad onor del vero, ha sempre confermato la complessità del fenomeno che, oltre ad essere radicato ed operativo in un contesto criminale, ha coinvolto un ambito culturale-antropologico da esplorare senza riserve, sempre affrontato con una soggezione sospetta e condizionata dall’ipocrisia del “politicamente corretto”.
Dalla metà dell’ottocento e fino ad oggi, autorevoli studiosi hanno contribuito a indagare l’origine, le cause, le connivenze sociali, economiche, politiche, del fenomeno criminale mafioso.
Antonio Fiore – “Camorra e polizia nella Napoli borbonica (1840 – 1860)”.
Francesco Benigno – “La mala setta. Alle origini di mafia e camorra. 1859 – 1878 – Torino, Einaudi (2015).
Marc Monnier – “La Camorra – 1862”
Alexandrer Dumas –Scritti “La Camorra e altre storie di briganti”
William Gladstone (1851) – Lettere: “Camorristi a Napoli”
Pasquale Villari (allievo di P. Villari) – “Lettere meridionali” 1875;
Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino (allievi di P. Villari ) “Inchiesta in Sicilia – Condizioni politiche e amministrative della Sicilia – 1876” dove definirono la Mafia “ … un’industria del delitto …” che nell’isola suppliva alla mancanza di un ceto medio e di uno Stato di Diritto. Nicola Gratteri e Antonio Nicaso, “Padrini e padroni. Come la ‘ndrangheta è diventata classe dirigente”, Milano, Mondadori, 2016.Nicola Gratteri e Antonio Nicaso, “Storia segreta della ‘ndrangheta. Una lunga e oscura vicenda di sangue e potere (1860-2018)”, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2018.
Tuttavia, fatto curioso che da adito a sospetti, tutti questi studiosi non sono mai entrati nel campo “storico-culturale-antropologico”, cioè in quella componente che avrebbe dovuto analizzare il comportamento ancestrale di un “gruppo sociale violento” che rifiuta il concetto dello “Stato di Diritto”, espressione di civiltà giuridica e di democrazia, a cui vuole sostituirsi con l’intimidazione, la sopraffazione, l’omicidio e il terrore.
Sorprende il fatto che non si sia mai affrontato con determinazione questo interrogativo, quasi fosse un “tabù” scandaloso da ignorare per “prudenza ipocrita-moralistica”.
Ma poteva esserci qualcosa di più significativo da non far emergere o negare! Infatti se esistono in una società, da sempre, “gruppi con comportamenti antropologicamente violenti” si dovrebbe anche ammettere che la società stessa ne accetta e condivide la “cultura illegale e picaresca” e da questo mix – poco edificante – si caratterizza uno spaccato sociale di connivenza, di ambiguità, di accettazione supina e anche di emulazione.
Il sintesi, un contesto “socialmente malato”, perdurando da troppo tempo (secoli), può diventare un sistema di riferimento, radicato, accettato , addirittura difendibile per tanti che ne possono trarre considerevoli vantaggi.
Il tema con ogni probabilità, poteva, come lo è ancora oggi, portare su di un terreno minato, foriero di speculazioni apparentemente “razziste”, che avrebbe potuto scatenare uno scontro culturale e istituzionale tra due “mondi e visioni” incompatibili ed incorreggibili, che avrebbero potuto mettere in discussione la validità del progetto storico-politico dell’Unità d’Italia.
Un pericolo per i detentori del potere politico nel 1861 da evitare e scongiurare a tutti i costi.
Vinse il “fanatismo unitario” del secondo Presidente del Consiglio dei Ministri del Regno d’Italia, dopo il conte di Cavour – Bettino Ricasoli – soprannominato “Il Barone di ferro”, (Firenze, 9 marzo 1809 – San Regolo, 23 ottobre 1880). Assertore convinto che la sopravvivenza e la tenuta del neonato Stato Italiano dovesse passare attraverso una forte spinta unitaria nella gestione amministrativa del Paese.
Bettino Ricasoli affrontò tutto con estrema autorevolezza e decisione: il 15 luglio 1861 affidò i pieni poteri al generale Enrico Cialdini per stroncare nel Mezzogiorno il brigantaggio, da lui visto come un fenomeno di delinquenza comune senza capire i reali problemi della realtà meridionale.
Il 9 ottobre i decreti del suo gabinetto estesero a tutta Italia gli ordinamenti dello Stato Sabaudo, tra cui la suddivisione in provincie e comuni, nell’ottica di una visione di compagine statale centralizzata che il primo Ministro sosteneva a discapito del progetto di decentramento territoriale (premessa per un futuro regionalismo) proposto da Marco Minghetti. (da Wikipedia).
Provvedimenti istituzionali che misero in atto incomprensioni, rivendicazioni profonde, destini diversi, eventi che hanno creato l’impossibilità di proseguire un percorso per amalgamare in modo virtuoso e progressivo le diverse realtà etnico-culturali del Paese.
Ci si illuse di mischiare l’acqua con l’olio, dimenticando che questa “emulsione” non poteva che terminare con la separazione delle componenti, contribuendo sempre più a consolidare, in senso centrifugo, le grandi differenze e le patologie socio-culturali esistenti.
In sintesi il fenomeno Mafioso (compresa la Camorra e la ‘Ndrangheta, la Sacra Corona Unita, ecc.) era ed è stato non solo un’espressione di un disagio sociale ed economico, ma uno scontro inconciliabile e irrisolvibile in tempi brevi tra due “culture, civiltà, modi comportamentali, usanze, tradizioni, ecc.”. troppo distanti e distinte per una auspicabile, funzionale ed immediata integrazione nazionale.
La prova è che , mentre in altri Paesi Europei e del mondo occidentale, fenomeni similari hanno trovato soluzioni definitive creando Stati-Nazione stabili in tempi ragionevolmente brevi e avviati al progresso generale, l’Italia da oltre 165 anni continua a convivere e dibattersi con l’immondo “cancro mafioso”, sempre più pervasivo, in costante metamorfosi, infiltrato nelle istituzioni, nell’economia e purtroppo, con l’irresistibile richiamo del voto di scambio, nei partiti e nella politica.

Domanda: scandalizza od offende introdurre questo tema “sconveniente” al fine di sgombrare il campo ed affrontare questo problema senza fumose ipocrisie e insostenibili reticenze?
Sorge un legittimo dubbio in merito, che dimostra come la vera storia della criminalità, che ha radici socio-economiche-culturali e che dovrebbe affrontare i fatti inconfessabili, ha sempre dovuto tenere conto, dei condizionamenti temporali, ambientali, cultural-ideologico-politici molto forti, intimidatori e limitativi.
In ogni caso ci rendiamo conto che “riesumare”, per una serena analisi storico- critica, argomenti ritenuti precauzionalmente scottanti e imprevedibili nelle conclusioni, sia un’impresa complessa, rischiosa e difficile, forse già destina al fallimento prima d’iniziare. Troppi interessi del passato, mai risolti nel presente, sarebbero ancora sconvenienti per il nostro traballante futuro.
Ma chi tace, o meglio sfugge al problema, dimostra di avere la coda di paglia, lasciando aperti troppi sospetti.
Tuttavia, ci sono sempre occasioni in cui la narrazione del crimine mafioso potrebbe rientrare verso interpretazioni diverse caratterizzate da elementi originali e oggettivi. Ne potrebbe essere un esempio l’articolo di Massimo Dilionardo (da Quora – piattaforma – forum del 4 luglio 2026) – che riportiamo integralmente.
Il giudizio ultimo, libero ed auspicabile, come sempre, … al lettore”. (m. b.)
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Notizie storiche mafia nell’800
La mafia siciliana (Cosa Nostra) non è un fenomeno millenario, ma nasce e si consolida proprio nel corso dell’Ottocento. Le sue radici affondano nelle trasformazioni economiche, sociali e politiche che hanno colpito la Sicilia prima e dopo l’Unità d’Italia.
Ecco le tappe storiche fondamentali della sua evoluzione nel XIX secolo:
- La fine del feudalesimo (1812) e i “Campieri”
Nel 1812, sotto la spinta inglese, il Regno di Sicilia abolì formalmente il feudalesimo. Le grandi proprietà terriere (i latifondi) rimasero in mano ai nobili, che però spesso vivevano a Palermo o a Napoli, disinteressandosi della gestione diretta delle terre.
Per controllare i braccianti e proteggere i confini dai banditi, i proprietari terrieri si affidarono ai gabellotti (affittuari intermediari) e ai loro guardiani armati, i campieri. Molti di questi personaggi erano figure violente che imposero un sistema di protezione forzata: fu il primo nucleo di un potere privato alternativo a quello dello Stato.
- Il boom degli agrumi e dello zolfo
Contrariamente al mito di una mafia nata dalla miseria profonda, Cosa Nostra prosperò nelle zone più ricche della Sicilia ottocentesca: la Conca d’Oro di Palermo (coltivata a limoni e arance) e il bacino estrattivo dello zolfo (nelle province di Caltanissetta, Enna e Agrigento).
I limoni divennero un bene preziosissimo a livello internazionale grazie alla scoperta che prevenivano lo scorbuto sulle navi. I guardiani e i mediatori mafiosi si inserirono nel business controllando i pozzi d’acqua per l’irrigazione, il trasporto e i mercati ortofrutticoli di Palermo attraverso l’estorsione e il racket della protezione. Nelle miniere di zolfo, invece, gestivano il reclutamento della manodopera e la risoluzione dei conflitti commerciali.
- L’Unità d’Italia (1861) e la sfiducia nello Stato
Il passaggio dai Borbone al Regno d’Italia non risolse i problemi strutturali della Sicilia, ma li accentuò. Il nuovo Stato venne percepito come una forza d’occupazione a causa di tre fattori:
- L’introduzione della leva militare obbligatoria(fino ad allora sconosciuta nell’isola).
- L’aumento della tassazione(come la tassa sul macinato).
- L’incapacità di garantire l’ordine pubblico tramite canali legali.
Migliaia di giovani fuggirono sulle montagne diventando disertori e banditi. La nascente borghesia mafiosa si offrì allo Stato italiano come intermediaria per “mantenere l’ordine”, stringendo i primi patti di coesistenza con le forze dell’ordine e la politica locale.
- La nascita del termine e i primi documenti storici
La cronologia ufficiale del riconoscimento del fenomeno si concentra nella seconda metà del secolo:
I Beati Paoli e il dramma teatrale 1863
Viene messa in scena a Palermo l’opera teatrale “I mafiusi di la Vicaria” di Giuseppe Rizzotto. Ambientata nel carcere di Palermo, diffonde per la prima volta a livello nazionale il termine “mafia”, associandolo a codici di onore, rispetto e cameratismo criminale.
Il Rapporto Sangiorgi 1898 – 1900
Il questore di Palermo, Ermanno Sangiorgi, firma un rapporto monumentale inviato al Ministero dell’Interno. È il primo documento che descrive la mafia non come singoli briganti isolati, ma come un’organizzazione strutturata, con un rito di iniziazione, una gerarchia (capi decina) e una cassa comune.
- L’inchiesta Franchetti-Sonnino (1876)
Nel 1876, i deputati toscani Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino condussero un’inchiesta privata in Sicilia. La loro analisi fu lucidissima: definirono la mafia come una “industria della violenza”.
Franchetti capì che la mafia non era un rimasuglio del Medioevo, ma un fenomeno moderno che utilizzava la violenza capitalistica per imporsi sul mercato e per condizionare le elezioni politiche, garantendo voti ai candidati in cambio di impunità.

Ottima e puntigliosa analisi.Purtoppo la politica politicante e le Istituzioni, hanno trovato modo di lautamente convivere con le ramificazioni del malaffaree non solo nel sud d’Italia