La pista di collaudo sul tetto del Lingotto, uno dei simboli di Torino.
Per molti anni, chi percorreva via Nizza poteva osservare l’interminabile facciata del Lingotto senza immaginare ciò che accadeva lassù, sul tetto. A circa ventotto metri dal suolo, sopra i reparti, i macchinari e le linee di montaggio, si estendeva una vera pista automobilistica: due lunghi rettilinei raccordati da grandi curve sopraelevate. Non era stata costruita per ospitare gare. Serviva a collaudare le vetture appena uscite dalla fabbrica.
La pista costituiva il punto finale di un processo produttivo concepito in verticale. Le materie prime e i componenti entravano ai piani inferiori; salendo, venivano progressivamente lavorati e assemblati. L’automobile completa raggiungeva infine il tetto, dove affrontava la prova conclusiva.
La progettazione del nuovo stabilimento Fiat risale al 1914 e fu affidata all’ingegnere Giacomo Mattè Trucco. Il complesso, realizzato in cemento armato e sviluppato su cinque piani, venne costruito durante e dopo la Prima guerra mondiale e fu inaugurato ufficialmente il 22 maggio 1923. All’epoca appariva come una delle più avanzate espressioni dell’architettura industriale europea.
Uno degli elementi più spettacolari erano le rampe elicoidali collocate alle due estremità dell’edificio. Attraverso quelle spirali di cemento, le automobili potevano salire fino alla pista.
I due rettilinei superavano ciascuno i quattrocento metri. Le curve sopraelevate consentivano di raccordarli sfruttando interamente la superficie disponibile sul tetto e potevano essere percorse, secondo il progetto, fino a circa novanta chilometri orari.
Quando una vettura arrivava lassù non era ancora pronta per il cliente. Doveva superare il collaudo, l’ultimo controllo dopo il montaggio. La pista segnava quindi il confine fra la fabbrica e la strada: da una parte gli operai, le officine e la produzione; dall’altra incominciava la vita reale dell’automobile.
Le immagini conservate dall’Archivio Luce restituiscono con particolare efficacia quell’attività. In alcune immagini datate 30 marzo 1928 si vedono numerose vetture schierate sulla pista o impegnate nelle prove. Non sono automobili da corsa, ma veicoli di normale produzione. A questo proposito Vi rimando al Link posto alla fine dell’articolo. Proprio questa apparente quotidianità rende le immagini straordinarie: sul tetto di una fabbrica, decine di automobili attendevano l’ultimo controllo prima di essere consegnate.
La pista possedeva tuttavia anche una grande forza scenografica. Vista dall’alto, con il suo anello di cemento, le curve inclinate e le rampe a spirale, sembrava anticipare l’immaginario futurista della velocità e della macchina. Il Lingotto divenne così non soltanto uno stabilimento, ma il simbolo di un’epoca convinta che industria, ingegneria e architettura potessero costruire insieme il futuro.
Fra coloro che rimasero colpiti dal Lingotto vi fu anche Le Corbusier, uno dei maggiori protagonisti dell’architettura del Novecento. Visitando il complesso, lo definì «uno degli spettacoli più impressionanti che l’industria abbia mai offerto». Il suo giudizio non riguardava soltanto la pista sul tetto, ma l’intera concezione dello stabilimento: una costruzione nella quale architettura, movimento e produzione sembravano fondersi in un unico organismo. La fabbrica non era più soltanto il contenitore delle macchine, ma diventava essa stessa una macchina. L’ammirazione di Le Corbusier contribuì a consacrare il Lingotto come modello dell’architettura industriale moderna, ben oltre i confini di Torino e della stessa industria automobilistica.
La sua fama internazionale aumentò nel 1969, quando la pista apparve in alcune delle sequenze più celebri del film Un colpo all’italiana, titolo originale The Italian Job. Durante la rocambolesca fuga attraverso Torino, le tre Mini protagoniste del film raggiungono il tetto dello stabilimento e affrontano le curve sopraelevate. Per molti spettatori stranieri fu la scoperta di un luogo tanto spettacolare quanto reale.
Con il passare del tempo, l’organizzazione verticale che aveva reso il Lingotto rivoluzionario divenne un limite. La moderna produzione automobilistica richiedeva stabilimenti sviluppati prevalentemente su un solo piano, con linee più estese e più facilmente modificabili. Mirafiori rispondeva meglio a queste esigenze, mentre il vecchio complesso di via Nizza perdeva progressivamente la propria funzione industriale.
La produzione cessò nel 1982. Il futuro dell’edificio fu a lungo discusso, finché prevalse la scelta del recupero. Nel 1985 la Fiat affidò a Renzo Piano la trasformazione dell’ex fabbrica in un centro polifunzionale destinato ad attività commerciali, culturali, congressuali e ricettive. La struttura originaria e la memoria industriale del complesso vennero però conservate.
Anche la pista sopravvisse alla trasformazione. Dal 2021 il tetto ospita la Pista 500, un grande giardino pensile progettato da Camerana&Partners, con oltre quarantamila piante appartenenti a più di trecento specie. Il percorso è stato inoltre inserito nelle attività culturali della Pinacoteca Agnelli e accoglie installazioni di arte contemporanea. Dove un tempo si udivano i motori delle automobili appena costruite, oggi si cammina tra vegetazione, opere d’arte e vedute sulla città. Le curve sopraelevate sono però ancora presenti e continuano a ricordare la funzione originaria di quel luogo.
La pista del Lingotto non fu una stravaganza architettonica né un espediente pubblicitario. Era un ingranaggio essenziale della fabbrica, l’ultimo tratto di una produzione che saliva dal pianterreno fino al cielo. Per alcuni decenni, a Torino, il futuro usciva dalle officine e cominciava a correre sul tetto.
Link al filmato: La pista del Lingotto
https://www.sergiosalomone.eu/

Caro Sergio, hai riportato all’attenzione una pagina nobile e significativa della civilità del Lavoro, un tempo emblema di Torino
Caro Francesco, ti ringrazio molto. È proprio questo il senso che ho cercato di dare all’articolo: riportare alla memoria non soltanto un luogo straordinario, ma una pagina della storia del lavoro e dell’ingegno torinese che merita, a scopo di stimolo, di essere mai dimenticata.