Lo si può definire uno shock identitario prima ancora che professionale
La sindrome del pensionato che si sente ancora giovane non è depressione. La depressione ha sintomi che la medicina
conosce e tenta di curare. Questa è qualcosa di diverso. È una condizione silenziosa, difficile da spiegare, che assomiglia a una lenta forma di oblio. Accade a chi lascia il servizio quando è ancora relativamente giovane, con la mente lucida, il fisico ancora efficiente e un patrimonio di esperienze che pochi possono comprendere. Per decenni si è vissuto di responsabilità, decisioni, adrenalina, pericoli, sacrifici, emozioni e soddisfazioni.
Ogni giornata aveva uno scopo. Ogni scelta poteva cambiare il destino di altre persone. Poi, improvvisamente, tutto si ferma. La sveglia non serve più. Il telefono smette di squillare. Nessuno attende una decisione, un consiglio, una presenza. Ci si ritrova immersi in una quotidianità fatta di piccole incombenze, discussioni familiari e problemi che, dopo aver conosciuto il rischio vero, sembrano quasi irrilevanti. Questa è arroganza professionale ma fa parte di chi ha vissuto intensamente la vita.
Lo si può definire uno shock identitario prima ancora che professionale. Parlo purtroppo anche di me. Ho dedicato oltre quarant’anni al servizio dello Stato. Ho avuto l’onore di comandare uomini straordinari, di pilotare elicotteri militari per molte ore di volo, di affrontare missioni operative all’estero e di rappresentare l’Italia in un continente complesso e straordinario come l’Africa. Ma il valore più grande di quegli anni non è nei gradi, negli incarichi o nelle decorazioni. È nei volti. Il volo militare insegna che il confine tra la vita e la morte è sottilissimo.
Il 2 gennaio 1995, durante un volo notturno, vissi un gravissimo incidente con un elicottero militare. Con me c’era il pilota Filippo Fornassi. Quella notte il destino ci concesse una seconda possibilità e ci salvammo entrambi.
Molti anni dopo, lo stesso destino si è ripreso Filippo in un incidente con un elicottero militare durante una manifestazione sul lago di Bracciano. Quando appresi quella notizia rivissi in un istante quella notte del 1995. Non era soltanto la perdita di un collega e di un amico, ma di un pezzo della nostra storia, di una generazione di piloti che ha vissuto il volo come una scelta di vita, non come una semplice professione. La memoria porta con sé anche altri volti.
Come quello di Luca Attanasio, ambasciatore amico conosciuto negli anni africani, uomo delle istituzioni di straordinaria umanità, strappato alla vita troppo presto. Alcune persone non diventano mai soltanto un ricordo: restano parte della nostra identità. E poi c’è l’Africa. Quando penso all’Angola, al Congo non penso soltanto agli incarichi istituzionali, agli incontri diplomatici o alle responsabilità operative. Penso soprattutto ai bambini, ai loro sorrisi, alla loro capacità di trovare speranza anche dove sembrava impossibile.
Tra quei bambini ce n’è uno che porto nel cuore più di tutti: si chiamava Roberto. Aveva cinque anni quando la malaria fulminante lo portò via in poche ore. Una vita spezzata troppo presto, un sorriso che non ho mai dimenticato.
Roberto mi ha insegnato una verità semplice e immensa: il valore di una persona non si misura dal tempo che vive, ma dall’impronta che lascia negli altri. Sono questi i ricordi che restano quando termina il servizio. Non le medaglie, non il grado, non la scrivania. Le persone.
Ma il pensionamento giovane porta con sé anche una riflessione più amara: cosa fa un’istituzione del patrimonio umano che ha contribuito a costruire e pagare? Talvolta sembra che alcune organizzazioni abbiano una sensibilità molto selettiva: si accorgono benissimo di chi lavora, segnala, scrive, informa, evidenzia problemi. Ed è proprio lì che scatta il riflesso più elegante dell’apparato: mettere da parte chi pensa, perché chi pensa crea movimento, e il movimento, si sa, disturba la quiete del corridoio.
Molto più rassicuranti sono i personaggi inutili, quelli che non pongono domande, non producono idee, non sollevano questioni e soprattutto non costringono nessuno a fare il proprio mestiere. Non danno fastidio, non generano problemi, non creano lavoro. In certi ambienti sono quasi considerati una risorsa strategica: perfetti per l’immobilismo, ideali per il conformismo, impeccabili per la sopravvivenza dell’inerzia. Sono questi che spesso vengono richiamati in servizio dopo il pensionamento per mantenere un profilo professionale inutile.
Ricordo ancora una frase che mi fu rivolta, quando ero addetto militare in Africa, da un alto vertice militare: “Vuoi finirla di lavorare così tanto inviandoci una miriade di informative e relazioni? Sai che chi lavora troppo crea disagio… ci crea LAVORO!!!”
Una perla. Quasi un manifesto culturale. In poche parole, il problema non era la criticità segnalata, ma il fatto che qualcuno avesse avuto l’imprudenza di accorgersene. In fondo, è una logica raffinata: meglio non vedere, così non si è costretti a intervenire. Meglio non scrivere, così non si è costretti a leggere. Meglio non lavorare troppo, così nessuno si sente disturbato.
Quella frase mi rimase impressa perché rivelava una mentalità precisa: il merito non era il risultato, ma il disturbo che si riusciva a evitare. E chi lavora davvero, chi segnala, chi si assume la responsabilità di dire ciò che non va, diventa facilmente scomodo. Non perché sbagli, ma perché funziona.
Un’organizzazione sana dovrebbe considerare una relazione un’occasione per migliorare, non un fastidio. Dovrebbe premiare competenza, indipendenza di pensiero e professionalità. Altrimenti il merito diventa conformismo, la competenza una minaccia e la fedeltà personale un criterio di scelta. Quando questo accade, l’istituzione perde forza.
Perché un esercito, come ogni grande organizzazione dello Stato, non vive soltanto di mezzi e strutture. Vive di uomini e donne capaci di dire la verità anche quando è scomoda.
Questo è forse il dolore più grande di chi lascia il servizio: non solo il distacco dalla divisa, ma la sensazione che l’istituzione non sempre sappia riconoscere chi quella divisa l’ha onorata con sacrificio e coerenza. Ti forma per decenni, ti chiede tutto, ti affida responsabilità enormi e poi, quando sei ancora utile, ti accompagna verso l’uscita con quella tipica eleganza burocratica che sa trasformare l’esperienza in ingombro e la competenza in un problema di gestione.
L’esperienza, però, non dovrebbe mai andare in pensione. Uno Stato investe decenni per formare comandanti, piloti, militari, diplomatici, professionisti capaci di decidere sotto pressione. Quel patrimonio non dovrebbe andare disperso. Ed è qui che il pensionamento giovane cambia significato. Non è la fine della missione: è il momento in cui la missione cambia forma. Chi ha servito davvero non smette di avere un ruolo quando lascia l’uniforme; semplicemente smette di operare dentro una struttura e comincia a restituire, con libertà e responsabilità, tutto ciò che ha imparato.
L’esperienza diventa testimonianza, la memoria diventa guida, la competenza diventa eredità. La vera sfida del pensionato giovane è questa: non limitarsi a ricordare ciò che è stato, ma trasformarlo in valore per chi viene dopo. Scrivere, trasmettere esperienza, aiutare i giovani, difendere il merito, custodire la verità, continuare a servire in forme diverse. Perché una divisa può essere riposta, un incarico può finire, ma ciò che si è costruito con disciplina, coraggio e lealtà non si archivia.
La dignità di chi ha servito non va mai in pensione.
Alberto Scafella
