Dal Veneto progressista a un animo stanco di ignoranti ipocrisie
Il dibattito sul fine vita e sul testamento biologico in Italia rimane uno dei terreni di scontro politico e culturale più accesi, sospeso tra il diritto all’autodeterminazione e le rigide resistenze ideologiche.
L’apertura della Regione Veneto al fine vita, che ha tracciato una strada procedurale per la gestione delle richieste di suicidio assistito nel solco della sentenza della Corte Costituzionale, sul caso Cappato, ha riacceso indelicate polemiche teoriche.
Da un lato, i sostenitori del diritto a una morte dignitaria vedono in questa scelta un atto di civiltà, teso a colmare un vuoto legislativo e a garantire tempi certi a chi vive sofferenze irreversibili. Dall’altro, i più conservatori e il mondo cattolico denunciano una forzatura istituzionale, paventando la deriva verso una convalida dell’eutanasia. riaffermando l’inviolabilità della vita dal punto di vista etico e dogmatico.
In questa frattura ideologica, lo Stato è spesso immobile, lasciando le decisioni al coraggio dei singoli enti locali e alla magistratura. Tra slogan di parte e battaglie di principio, la politica finisce per smarrire la dimensione umana: il rispetto profondo e concreto per la libertà personale di fronte alla malattia e alla sofferenza.
Questa l’opinione meditata e riassunta sulla pelle di me stesso, redattore ormai tetraplegico da quarant’anni, a seguito di un malaugurato incidente stradale che ha portato dietro di sé un’incredibile serie di miserie aggiunte, perlopiù legate a pregiudizi ed egoismi di esseri pratici & cinici, e per contro, altrettanti incontri con persone sensibili e intelligenti che mi hanno accompagnato fin qui.
Questo è un avvicinamento lento verso il tema “fine vita” raccontato da chi la vita in senso classico l’ha già finita da un pezzo. Infatti, quel che resta è ciò che passa nelle mani degli altri. Ad esser paralitici, ci vuole un certo spirito di adattamento che a raccontarlo il respiro inciampa sui denti. Ogni centimetro equivale a distanze inarrivabili, ogni gesto e ogni atto residuo sono un regalo preziosissimo, talvolta inatteso ormeggio al giorno e a quello che verrà.
Ci vuole spirito, noi bassi ragni a rotelle, a incontrare sguardi che non dimentichi, a sopportare la svalutazione delle competenze e ogni ingiustizia epistemica sibilata da preconcetti giudici che confondono il “dramma esistenziale” con il terribile senso di “tragedia esistenziale”, travisando una sofferenza interiore come fosse acqua fresca.
Ci vuole un cuore grande in grado di assorbire la “new entry” del brutto barbarismo ““caregiver”. Così ha deciso il sistema psico sanitario. Non più parenti, né figli o madri, mogli, amanti (poverini). Tecnicamente: badanti.
E poi, ci vuole forza per il tempo che avanza, che si insinua in un corpo che incassa male paralisi e funzioni fisiche sempre più pigre e impegnative. Il dolore poi è personale, continuo, si deve sopportare. Io sono una centrale chimica alimentata da medicine. Le zanzare non mi pungono; chissà perché?
Pillole di vita in pillole, ogni mattina è un risveglio impegnativo. Il desiderio è morire dormendo, invece no! Un altro giorno da sopportare! Dopo che sarò stato lavato vedrò quel che potrò fare oggi, imbrogliando ancora la nostalgia del tempo perduto.
Si impara a modulare: «scusa; per piacere; grazie». Grande prova di umiltà la paralisi. Spesso non basta. Corrode l’animo sentirsi sopportati a malapena, o per quel bisogno di più. Se ne parla tra di noi. Occhi bassi, sottovoce.
Questa, in breve, è la sequenza che mortifica l’orgoglio e il perduto sogno di poter vivere una vita vivendo. Ma non ditelo a nessuno, è confidenza che vi faccio, in genere scherzo, fa bene a me e all’imbarazzata gente.
Molto facile far politica e demagogia per chi si lava il volto e il resto con le proprie mani, cari governanti, opinionisti, preti e mangiapreti. Da tanti anni aspetto un lume di logica e di intelligenza che accenda la dignità di scelta a chi scelta non ha. Qualsiasi umano in ottima salute può fare una sciocchezza. Ogni volta che accade penso che lo ha fatto da sé. Dunque mani aveva, piedi muoveva, era libero di fuggire dai propri mostri, da un lampo di follia, dalla sua gabbia. Io no, noi no. C’è una legge che dev’essere approvata, ma da chi?
Ultimo accenno alla sanità: da una parte le Asl, i fondi, le leggi, i carteggi; dall’altra il personale. Gente motivata, sempre presente, almeno per me, eccezionale.
Infine, qui la testimonianza di chi scrive si conclude. Quarant’anni sono abbastanza e prima o poi… “già da un po’”… non reggerò più, dunque, grazie all’auspicato benestare di qualche realistico e non demagogico disegno di legge, vorrei poter scegliere quando dire basta! E finire incenerito, sepolto in un boschetto di nocciole a Santa Maria di La Morra, senza nessun giudizio di sacerdoti o giornalisti. Pure Dio lo sa.
Mi piacerebbe fosse cosa mia. Magari un piccolo ceppo in pietra, ammesso sia concesso dal Comune, perché un po’ vanitoso, lo ammetto, lo sono. Fine del mio testamento prossimo, chissà? Certo che ha tante sfumature la parola: libertà!
Epitaph, leggendario pezzo dei King Crimson, la colonna sonora.
Buon ascolto, il brano è del 1969, ma è molto attuale.
Carlo Mariano Sartoris
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Caro Carlo, come sempre hai saputo esternare con parole adatte una situazione che definire drammatica diventa un eufemismo. Spesso penso alla vita che devi affrontare e ogni volta che sono disperato per i continui peggioramenti e alle continue difficoltà di un corpo che la malattia si sta mangiando. In quei momenti mi rimprovero perché sono ancora fortunato ma alla fine anche io sto cedendo dopo 39 anni. Credo fermamente che nessuno dovrebbe interporsi sulla decisione di un essere umano che non può più resistere e tutte le parole e le argomentazioni messe in atto dai governi, dalla Chiesa , dall’opinione pubblica, dovrebbero essere ripudiate. Chi vive un dramma che non ha fine non può accettare nessuna sega mentale. Dio se vorrà saprà comprendere. Gli esseri umani dovrebbero mettersi a cuccia e ringraziare di non dover vivere certe realtà.
grazie Carlo della testimonianza. E bella Epitaph
Caro Carlo,
Il tempo avanza anche per me, tuo coetaneo!
Certo il cigolio delle mie articolazioni è un niente di fronte alla tua situazione
Se non avessi avuto quell’incidente sicuramente avremo avuto delle architetture da contemplare. Ma cosa sarebbero state di fronte alle cose che stai scolpendo nei nostri cuori?
Ecco: tu, pur nell’immobilita’, hai fatto cose più grandi di me. E le stai facendo, anche con queste tue riflessioni.
Un abbraccio
a
Carissimo Carlo, carissimo amico mio, ho avuto la fortuna di conoscerti quando stavi ancora bene e ci arrampicavamo sulla Rocca di Corno alle 2 del pomeriggio… ma anche sott’acqua quando l’isola di Bergeggi era solo un piccolo scoglio ricco di fauna e di colori. Quello che ti posso dire è che dobbiamo avere il diritto di decidere della nostra vita. Possiamo essere o meno d’accordo sulla eutanasia da adottare nei casi limite… ma dobbiamo soprattutto rispettare e comprendere senza giudicare chi questi “casi limite” li vive sulla propria pelle. Un grandissimo abbraccio 🥰
Grazie
Posso dirti solo grazie.
Sei un maestro di vita,
Sempre.
Tu pensi al fine vita, lo comprendo. Io penso alla fortuna che ho avuto ad incontrarti!
La dignità della vita la si deve concepire anche nella morte che non è altro che il fine vita. Tutti lo definiscono suicidio assistito mentre nella realtà è solo un dignitoso fine vita che deve togliere quello che è la forma più blasfema del vilipendio della dignità quando non esiste alcuna forma di eliminazione della sofferenza della persona. Assurdo che esistano ancora persone che dichiarano un suicidio quello che invece è solo la fine di una inutile sofferenza prolungata indecorosamente nel tempo.
Citazione: Più cose sappiamo, più conoscenze abbiamo accumulato nel corso del tempo, e maggiore è l’impatto con la consapevolezza che nessuna di esse può aiutarci a rispondere alle domande fondamentali della vita. Il “voler sapere” si inabissa nelle infinite profondità del non-sapere. Rimane soltanto “io non so”. L’io si arrende, capitola.
A questo punto restiamo con tutta la nostra conoscenza accumulata nel corso degli anni, con tutte le esperienze vissute, senza tuttavia sapere nulla sull’essenziale, trascinati verso la disperazione; sussurrando, col cuore spezzato, una preghiera supplice. Il non-sapere diventa quindi il punto di svolta del nostro viaggio.
Con affetto, caro Carlo
Ciao Carlo,
credo che essendo tutti noi spiriti eterni, mai nati e mai morti,
dovremmo cominciare a distinguere tra fine del corpo e fine vita.
Chi ha già un progetto su come vorrà proseguire la propria esistenza, ha il diritto di lasciare un corpo che è diventato inutilizzabile, ma la sua presenza in questo breve tratto ha sicuramente fatto la differenza, specialmente per chi sa di appartenere alla dimensione di spirito libero.
Ringrazio Angelo, Aldo, Natalino E tutti coloro che hanno commentato. Si è trattato di una scusa. Ho adoperato il mio dramma esistenziale (che è ben diverso da tragedia) per esprimere intimi pensieri di sopravvivenza fisica e altrettanto mentale. Non so se sono riuscito nel percorso, certo è che è una dura prova, ed è questo baricentro di tutta la faccenda: fin quando e quanto è giusto umanamente sopportare? Poi eccomi ancora qua, in questo giorno 21 settembre 2026… Tra due giorni sarà l’equinozio. Le meccaniche celesti gireranno come Dio vuole…
Si il fine vita…nel tuo caso più che mai capibile. Ho avuto la fortuna di percorrere un po di strada con te, ti assicuro che gli insegnamenti l’umanità che hai saputo trasmettere non ha uguali
Questa è la ragione che il fine vita non può esserci. Grazie