Quando le sigarette si compravano una alla volta
«Me ne dà due?» Oggi una richiesta del genere, rivolta a un tabaccaio, sarebbe quantomeno singolare. C’è stato un tempo, neppure tanto lontano, in cui in Italia era del tutto normale entrare in una tabaccheria e comprare una, due, quattro o cinque sigarette. Il pacchetto intero non era obbligatorio e, soprattutto per chi aveva pochi soldi in tasca, la vendita “sciolta” permetteva di acquistare soltanto ciò che ci si poteva permettere.
Il tabaccaio apriva il pacchetto, contava le sigarette richieste e le consegnava in una piccola bustina di carta. Tra quelle che ricorrono più frequentemente nei ricordi dell’epoca troviamo le Alfa, le Nazionali e le Nazionali Esportazione. Una testimonianza piemontese ricorda esplicitamente che Nazionali e Alfa venivano vendute tanto a pacchetti quanto sciolte e che se ne potevano acquistare anche soltanto una o due. Non era dunque un espediente occasionale di qualche commerciante compiacente: era una consuetudine. E forse proprio il numero delle sigarette acquistate racconta meglio di qualsiasi statistica un’Italia nella quale pochi spiccioli avevano ancora un peso.
Gipo Farassino ce ne ha lasciato una piccola fotografia in musica. Nella sua Pòrta Pila, rievocando la Torino popolare della giovinezza, racconta della ragazza che aspettava ogni sera e dei “salti mortali” necessari «për compré quatr nassionaj», per comprare quattro Nazionali, e portarla al cinema Aurora. Quattro sigarette. Il particolare rischia quasi di sfuggire, sommerso dalla malinconia della canzone, e invece è straordinario. Farassino non parla di un pacchetto di Nazionali: ne compra quattro. Evidentemente erano quelle che potevano bastare per la serata, insieme ai soldi necessari per il cinema.
E anche il cinema appartiene a un mondo scomparso. Allora era comune fumare durante la proiezione. Il fascio luminoso che dal proiettore raggiungeva lo schermo attraversava spesso una nebbiolina azzurrognola formata dal fumo delle sigarette degli spettatori. Oggi sarebbe difficile persino immaginare una sala cinematografica in quelle condizioni. La legge che vietò il fumo nelle sale chiuse cinematografiche e teatrali porta la data dell’11 novembre 1975; il divieto divenne operativo nel 1976.
Quella strofa di Farassino finisce così per condensare in poche parole un’intera epoca: Porta Pila, la ragazza sotto casa, qualche lira faticosamente racimolata, quattro Nazionali e il cinema Aurora.
Ma delle sigarette sciolte conservo anch’io un ricordo molto personale. Avevo circa tredici anni e trascorrevo le vacanze a Coazze con i miei genitori. Come succedeva allora nelle località di villeggiatura, noi ragazzi facevamo presto a trovarci. Si formava un gruppetto di coetanei, o quasi, che trascorreva insieme buona parte delle giornate. Tra noi c’era un ragazzo di Roma, se ben ricordo, forse un paio d’anni più grande di me. E fumava. La cosa, vista con gli occhi di un tredicenne, doveva conferirgli certamente un certo prestigio. Lui aveva già oltrepassato quella misteriosa frontiera che separava i ragazzi dagli adulti e un giorno riuscì a convincermi che fosse arrivato anche per me il momento di provare l’ebbrezza della sigaretta.
Andai dunque dal tabaccaio. E comprai due Nazionali. Due, non un pacchetto. Il tabaccaio me le vendette senza chiedermi quanti anni avessi. Un particolare che merita una precisazione: già dal 1934 la legge vietava la vendita di tabacco ai minori di sedici anni. Evidentemente, nella pratica quotidiana, i controlli potevano essere assai meno rigorosi di quelli ai quali siamo abituati oggi.
Raggiunsi il mio amico e ci accingemmo all’esperimento. Accendemmo le sigarette. Lui evidentemente sapeva come comportarsi, io molto meno. Ricordo ancora perfettamente la sua voce: «Respira… respira…» E io respirai. Il fumo arrivò nei polmoni, che decisero immediatamente e senza possibilità d’appello che quella novità non era affatto gradita. Fui assalito da fortissimi colpi di tosse. La mia carriera di fumatore cominciò e finì praticamente in quel momento. Quell’esperienza non mi piacque per nulla e, a distanza di tanti anni, non posso che considerarla una fortuna: non diventai mai un fumatore.
Il ricordo, però, è rimasto. Non tanto quello della sigaretta, quanto quello del gesto precedente: essere entrato in una tabaccheria, avere chiesto due Nazionali e averle ottenute come oggi si potrebbero acquistare due caramelle ma forse, anzi probabilmente, neanche più quelle. Era un’abitudine destinata a scomparire.
Nel luglio del 1966 le cronache riferivano già di un esperimento per limitare la vendita delle sigarette sciolte in alcune regioni, tra le quali il Piemonte, citando espressamente Nazionali e Alfa. Poi arrivò la legge 12 marzo 1968, n. 248. L’articolo 1 non lasciava spazio a interpretazioni: veniva vietata la vendita al pubblico, sotto qualsiasi forma, delle sigarette sciolte. La norma entrò in vigore il 13 aprile 1968. Da quel momento: o il pacchetto o niente.
Può sembrare una trasformazione insignificante. In fondo stiamo parlando soltanto del modo in cui si vendeva una sigaretta. E pure sono proprio questi minuscoli cambiamenti della vita quotidiana a raccontarci talvolta meglio la storia.
Comprare una sigaretta alla volta significava anche vivere in una società nella quale non sempre si poteva acquistare una confezione intera. Si comprava quanto serviva e, soprattutto, quanto consentivano le monete che si avevano in tasca. Una sigaretta, una caramella, una lametta, qualche chiodo: molti prodotti potevano essere acquistati in quantità minime. Il benessere economico e la società dei consumi avrebbero progressivamente cambiato anche questo. Il pacchetto, la confezione, la quantità prestabilita sarebbero diventati la norma.
E così quelle due Nazionali comprate a Coazze e le quattro Nazionali di Farassino finiscono per avere qualcosa in comune. Non raccontano soltanto il fumo. Raccontano un tempo in cui si potevano fare “i salti mortali” per quattro sigarette e un cinema, e nel quale un ragazzo di tredici anni poteva entrare dal tabaccaio, mettere poche monete sul banco e dire semplicemente:
«Me ne dà due?» Il tabaccaio capiva. E gliele dava.
Il mio filmato breve sull’argomento: Due per Favore
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Che ricordi! Anch’io in allora, con gli amici della montagna, compravo le sigarette in quel Modo! Un altra epoca..un altro mondo
Grazie Giancarlo! È proprio questo il bello dei ricordi: basta una frase, un gesto ormai scomparso, e improvvisamente riaffiora un intero pezzo della nostra vita. Un’altra epoca, certamente… ma ancora molto viva nella memoria.