Un ricordo di Enzo Jannacci
Il 29 marzo del 2013 moriva Enzo Jannacci, cantautore, pianista e straordinario uomo di spettacolo che ha segnato la storia di Milano, e di tutto il nostro paese, dagli esordi fino alla sua morte. Le sue canzoni e il suo impegno sociale e politico, oltre che come medico, sono indimenticabili, soprattutto per chi ha ascoltato le sue parole e la sua musica dal vivo, come poteva succedere a chi frequentava il Derby, lo storico cabaret milanese dove si esibiva con altri grandi dell’epoca, come Cochi Ponzoni e Renato Pozzetto.
Ricordo molto bene la sera in cui fu data al telegiornale la notizia della morte di Jannacci: ero nella mia casa al mare, sola, non ricordo perché. Ma ricordo molto bene che sentii la necessità di esprimere in qualche modo le mie emozioni di quel momento; non digitai il numero di nessuno, non uscii a cercare un amico con cui parlare. Provai una tristezza confusa che chiedeva di essere chiarita, compresa meglio. Aprii il pc guardando la pioggia e il vento che si abbattevano sul mare. E provai a capire meglio perché stessi piangendo, mentre le mie dita si muovevano incerte sulla tastiera.
29 marzo 2013
Il telegiornale, come al solito, blatera di crisi, di spread, di crescita o decrescita felice o infelice, tutti ululano che tutti devono andare a casa, ma nessuno si muove: sembra di assistere a un patetico teatrino dell’assurdo, vuoto, senza idee e incapace di suscitare qualsiasi emozione. Ma bastano quattro parole e cambia tutto: “Enzo Jannacci è morto”.
L’emozione irrompe, dilaga, è una morte che sa di vita, di musica, di poesia, di jazz, di un medico serio che alla sera racconta la storia di Vincenzina e dei barboni, che ti fa battere il cuore, ti fa sentire orgogliosa di essere italiana. Aveva settantotto anni, non è che se ne sia andato poi così fuori tempo; ma il vuoto che ha lasciato in chi ha vissuto, affacciata alla finestra del cortile proibito dei ragazzi più grandi, nelle parole degli amici più giovani dei genitori, la Milano degli anni del Derby, quello lo senti, eccome se lo senti, come se ad andarsene fosse stato uno di vent’anni.
Ripensi a tutti quei nomi che hai sentito da ragazzina e apprezzato anni dopo; ricordi le critiche della buona borghesia milanese verso Jannacci, Gaber, Dario Fo, Cochi e Renato, le unisci a quelle che hai sentito contro Celentano quando cantò Chi non lavora non fa l’amore, e capisci tante cose.
Capisci la lezione che ti hanno dato. E lo capisci con il cuore, non soltanto con la testa.

Mistero buffo magari l’hai visto solo vent’anni dopo la prima rappresentazione, perché allora nelle famiglie per bene si preferiva Gesù di Nazareth di Zeffirelli.
Due capolavori che per fortuna già da un pezzo abbiamo capito quanto siano diversi, contrapposti, ma belli, superbamente belli entrambi.
“Non esistono libri morali o immorali. I libri sono scritti bene o scritti male. Questo è tutto” diceva Oscar Wilde. Ci abbiamo messo un po’, ma l’abbiamo capito.
L’emozione che la morte di Jannacci ha provocato in chi ha assaggiato la Milano di quegli anni è malinconica, ma dolce, rassicurante come tutti quei sentimenti che ti innalzano dal quotidiano, che ti fanno dare il giusto peso alle cose, alle parole malevole degli invidiosi, al tono cattivo di chi non ti ama, ingigantiscono, chissà perché, la comprensione per chi è diverso, la tolleranza verso le manchevolezze di chi ti ama.
Fa aumentare a dismisura la consapevolezza di quanto si possa fare con le parole.
E se sei un’insegnante di lettere, come me, devi amare le parole e cercare di usarle al meglio.
Devi saper scegliere quelle che sono irrinunciabili e impegnarti perché provochino negli studenti un’emozione che li tocchi dentro, che dia loro fiducia, che li aiuti a portare le tue lezioni fuori dall’aula e a ripensarci quando meno se l’aspettano.
Non importa se al momento sembrano non capire o addirittura annoiarsi: gli adolescenti difficilmente mostrano quello che provano, soprattutto in un’aula scolastica.
Ma una che li ama davvero quei ragazzi, che sta dietro una cattedra per passione, per rispetto e continuo stupore per quel miracolo che è l’adolescenza, sa cogliere la scintilla dell’attesa che tanti studenti hanno negli occhi quando cominci la tua lezione. Non deludiamoli, non se lo meritano: tagli o non tagli alla scuola pubblica, continuiamo a lavorare perché l’emozione e il sentimento si facciano strada sempre più facilmente tra le nozioni e aiutino i nostri fragili sedici-diciottenni, rassegnati e disillusi, a trovare un po’ di fiducia e qualche speranza. Quale, non importa. Sapranno scegliersela da soli, se avremo fatto bene il nostro mestiere, se non ci saremo limitati a trasmettere quel poco che sappiamo, ma l’avremo prima davvero fatto nostro, magari pensandola diversamente dall’autore, ma nostro davvero.
Se i ragazzi capiranno che dietro a ogni lezione c’è la vita, la nostra vita o quella con la “v” maiuscola, allora le nostre saranno state buone lezioni. E daranno speranza.
Coraggio, colleghi e ragazzi, continuiamo la poesia che Vecchioni ha cominciato per noi.
Oggi piove a dirotto, i rami dei pini e delle palme che vedo attraverso le vetrate sono scossi da un vento forte, il mare che ho davanti è grigio e la sagoma del promontorio, di solito così nitida, è offuscata dalla pioggia: sembra un brutto Natale invece che Pasqua.
Ma se anche il barbone che “el purtava i scarp del tennis” e che è morto dentro un cartone, nell’indifferenza generale, perché “l’era un barbun”, se anche lui ha avuto il suo grande amore, dai, possiamo farcela anche noi.

Iannaci é questo poesia, intelligenza, umorismo. Iannacci è Milano
Verissimo! E Milan l’è semper on gran Milan!
Jannacci fa parte della nostra gioventù..anche se non portavamo le scarp de tennis al di fuori dei campi da tennis
Bellissime le canzoni di Jannacci: fanno sorridere ma lasciano un nodo in gola per la tenerezza con cui racconta le storie dei suoi personaggi teneramente sgangherati
Grazie, care amiche! E’ bello sapere che anche per voi Jannacci è sempre Jannacci!