Silenzio tombale.
Anche quest’anno il mese di agosto si è aperto con imponenti manifestazioni antifasciste, contro le così dette stragi di stato, privilegiano la vulgata corrente, ma tacendo sul retroterra e sulle circostanze che hanno determinato questi fatti di sangue pur rilevanti e vergognosi.
Abbiamo però notato il silenzio tombale nel ricordo dell’ottantesimo anniversario del sanguinoso e crudele inizio dell’esodo istriano e cerchiamo di provvedere a beneficio dei nostri lettori.
Ottant’anni fa, il 18 agosto 1946, a Vergarolla, nella baia di Pola si levò un grido profondo, terribile. Un urlo che lacerò quanto restava della gente italiana — per la precisione istroveneta — abbarbicata testardamente su quelle dimenticate terre. Alle 14.15 di quel giorno d’estate un’enorme esplosione travolse i bagnanti. Le mine, lasciate volutamente in un deposito vicino alla battigia, si trasformarono in una tragica fonte di morte e orrore. Grida, disperazione, corpi dilaniati e tanta paura. I morti furono oltre cento, almeno cinque i dispersi, mai più ritrovati, centinaia i feriti.
Quel giorno, su quella spiaggia i comunisti jugoslavi di Tito diedero l’ultimo, esplosivo, avvertimento a chi non voleva partire, a chi voleva restare. «Italiani andatevene, lasciate le vostre case, le vostre attività, la vostra città. Siete polesani, siete istriani, parlate in una lingua che non capiamo ma questa da oggi non è più roba vostra. Adesso è nostra. Tutta nostra. Il compagno Tito e il compagno Gilas ce lo hanno assicurato, promesso. Noi siamo gli uomini del bosco, delle montagne, delle foibe. Voi siete la gente del mare, delle città, delle scuole. Se restate per voi c’è solo morte. Scappate in fretta, lasciate ogni cosa e non rompete le scatole. Per chi rimane non ci sarà alcuna pietà. Andate in Italia anche se l’Italia (partigiana) non vi vuole…»
Vergarolla fu l’inizio del grande esodo istriano, fiumano e dalmata, che raggiunse l’apice con la firma del diktat di pace del 10 febbraio 1947. E così fu poi per tutta l’Istria dove l’esodo continuò per ben più di un decennio.
Pola, la città dell’Arena che precorre il romano Colosseo, fu abbandonata dalla quasi totalità dei suoi abitanti: 32.000 su 34.000. La bimillenaria storia di Pola (Pietas Julia) romana e italica, si lacerò per sempre. La popolazione di origine italiana fu costretta a fuggire, abbandonando beni, subito confiscati dallo stato e ogni altro avere.
Giunti in Italia con tanti bambini al seguito, furono caricati su treni che percorsero la penisola per consentire ai viaggiatori di recarsi presso amici o conoscenti e riprendere la vita daccapo.
Purtroppo, mentre nelle stazioni, e a Bologna in particolare, i volontari avevano predisposto latte e approvvigionamenti soprattutto per i bambini, i ferrovieri comunisti distrussero tutto versando il latte sui binari e rendendo ancora più infelice il proseguimento del rimpatrio.
Purtroppo, nessuno ufficialmente ricorda queste pagine vergognose di Storia, ma noi intendiamo staccarci dal coro, soprattutto oggi, dopo 80 anni.
Oggi Vergarolla è una città croata, balcanica, architettonicamente brutta, violentata dai palazzoni comunisti della Jugoslavia di Tito, in cui residua una piccola minoranza di italiani, pallido riflesso di quello che fu la sua storica identità culturale e linguistica.
Lasciando Pola gli esuli si portarono via le pietre dell’Arena e, spesso, un libro che consideravano prezioso più di ogni altro: La Divina Commedia dove Dante, nel IX canto dell’Inferno, così descriveva la loro città: «Pola, presso del Carnaro, ch’Italia chiude e i suoi termini bagna».

Una vergogna comunista! Per la ex Jugoslavia e, purtroppo, per l’Italia la cui attuale sinistra continua a considerare di secondo piano, dopo aver taciuto per decenni! Vergogna!!!🤬