“Baby Gang” nome da trapper di Zaccaria Mouhib resta nelle Patrie galere. Il GIP di Lecco non gli concede i domiciliari.

Più volte ci siamo occupati della piaga sociale dell’immigrazione criminale che è in gran parte attuata dai cosiddetti immigrati di seconda generazione.
Abbiamo esultato in molti quando i Militari dell’Arma dei Carabinieri hanno arrestato Zaccaria Mouhib in “arte” (bisognerebbe vedere se la musica trap lo è) “Baby Gang”.
In queste settimane gli avvocati del nordafricano Mouhib hanno chiesto per il loro assistito l’inutile misura cautelare degli arresti domiciliari.
Si sono visti negare ogni possibilità di dialogo da parte del Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Lecco che con eroico coraggio ha asserito che l’immigrato è inserito “in una rete criminale più vasta e di livello internazionale” che è stata in grado di “farlo approdare in Iraq” per “sparare con bazooka e altre armi da guerra”.

L’immigrato 25enne – sempre secondo la Magistratura – è in grado di influenzare una “cerchia ampia di persone, disposte a fare di tutto” per supportarlo e proteggerlo tanto che per lui “combatterebbero fino alla morte”.
“Baby Gang” nelle strade di Milano e del Lecchese faceva lo smargiasso, ostentava potere e prestigio ma, oggi, davanti alla Magistratura ha dovuto prendere atto della sua assoluta incapacità di cambiare gli eventi. Egli è un comune mortale in un Paese che non gli consente di fare lo spaccone.

Chissà cos’avrà da dire il fondatore della “Comunità Kayròs” che ha sempre ostentato il suo “legame profondo di amicizia, accoglienza ed educazione nato nel contesto della detenzione minorile e del disagio” di Zaccaria Mouhib che delle carceri è un assiduo frequentatore.
L’Arcivescovo di Milano, Mario Delpini, dovrebbe porsi qualche domanda sull’operato di don Claudio Burgio che, da cappellano dell’Istituto Penale per Minorenni “Cesare Beccaria” di Milano, si espone spesso e volentieri per gente come il Mouhib.
Burgio, che è il fondatore della “Comunità Kayròs”, ha tenuto nella sua comunità Zaccaria Mouhib per più di due anni nella struttura di Vimodrone, “un luogo senza sbarre pensato per il recupero dei minori in difficoltà”.
Visti i risultati si può asserire che don Burgio non ha recuperato Mouhib e, dunque, si può sostenere che “esistono ragazzi cattivi”, ragazzi che fanno delle norme giuridiche carta igienica, ragazzi che non hanno rispetto per l’Italia e gli italiani.
Eppure don Burgio si portò “Baby Gang” all’Istituto Istruzione Superiore “Volterra – Elia” di Ancona, nelle Marche, dove il trapper osò dire: “mai rinnegare il proprio passato, ma dargli significato, bisogna cavalcare la vita, non farsi cavalcare”.

Che un soggetto con il curriculum giudiziario di Zaccaria Mouhib possa esser portato in una Scuola Superiore a fare “lezione di vita” a studenti incensurati fa orrore. Il fatto che a portarcelo sia un prete è qualcosa di inquietante.
Contrario alla posizione del GIP di Lecco l’avvocato Niccolò Vecchioni, difensore del Mouhib, che ha presentato ricorso al Tribunale del Riesame di Milano perché ritiene che il detenuto Zaccaria “si era recato in Iraq per realizzare un videoclip musicale, nell’ambito di quel percorso artistico che, in quella fase della sua vita, rappresentava per lui un interesse assorbente, sino ad assumere connotazioni quasi ossessive”.

Di quello che “rappresenta interesse assorbente” per Mouhib non interessa nulla a nessuno. Chi sbaglia deve pagare perché andare a fare un video violento, mentre si spara con un bazooka, non può trovare giustificazione alcuna.
All’avvocato del Mouhib, Niccolò Vecchioni, all’ “educatore” ed amico del trapper, don Claudio Burgio, vanno rammentate le parole del GIP di Milano, Fiammetta Modica, che del detenuto ha detto: “l’immigrato di origine marocchina ‘ha dimostrato assoluta indifferenza ai provvedimenti dell’Autorità Giudiziaria’ ed aveva aggiunto che era ‘elevatissimo il rischio di reiterazioni criminali connesso all’impiego e alla detenzione di armi’”.
Stima parlando di un soggetto pericoloso, di un “ragazzo cattivo”, non di un chierichetto anche se, come dice il Burgio, “non esistono ragazzi cattivi”.
