Un partito, di solito, cerca voti. Al massimo organizza una festa, un congresso o una cena con tessera inclusa. Futuro Nazionale, invece, ha pensato di cominciare dal poligono.
A Tolve, in Basilicata, il movimento ha organizzato quella che è stata chiamata “Accademia dei Futuristi”: una lezione sulla conoscenza e sull’uso consapevole delle armi, una sessione pratica e infine un “Trofeo dei Futuristi”. Gli organizzatori hanno precisato che si trattava di tiro sportivo, non di addestramento militare, e che l’iniziativa non era stata concordata preventivamente con Roberto Vannacci.
Tutto legittimo, naturalmente. Il tiro è uno sport e il poligono è il luogo deputato per praticarlo, sotto la supervisione di istruttori qualificati. Ma quando un’arma entra nel programma di aggregazione di un movimento politico, il tema non è più soltanto sportivo. Diventa culturale, simbolico e istituzionale.
Perché una cosa è andare al poligono per praticare una disciplina. Un’altra è trasformare il poligono in una tappa del percorso politico: dopo il simbolo, il programma, la tessera e il congresso, ecco il bersaglio.
C’era una volta il partito politico. Aveva un simbolo, un programma, qualche congresso, una tessera e, nei casi più fortunati, persino un’idea di società.
Poi è arrivato Roberto Vannacci.
E improvvisamente la politica italiana ha scoperto che mancava qualcosa di fondamentale: la familiarità con la pistola. Proprio perché l’arma è una cosa seria, forse sarebbe utile ricordare una cosa ancora più seria. Un’arma non è un giocattolo.
Lo dice chi, per mestiere, le armi le ha usate, maneggiate, portate e impiegate per anni. E proprio chi conosce davvero un’arma sa che la prima regola non è saper sparare. È sapere che cosa si ha tra le mani. L’arma non è un simbolo di virilità, non è un gadget identitario, non è un accessorio da esibire per rendere più muscolare una riunione politica.
È uno strumento che può uccidere. E proprio per questo dovrebbe appartenere innanzitutto alla cultura professionale di chi ha il compito di garantire la sicurezza e la difesa della Patria.
Forze Armate, Forze di polizia, professionisti della sicurezza: sono loro che devono difendere i cittadini e gli interessi dello Stato. Non i cittadini che devono improvvisarsi difensori dello Stato per conto proprio.
È questa, forse, la differenza fondamentale tra una Repubblica organizzata e una società che comincia a pensare che ciascuno debba provvedere da sé alla propria sicurezza.
Perché quando lo Stato funziona, il cittadino non ha bisogno di trasformarsi in un combattente. Ha bisogno di sapere che qualcuno, professionalmente preparato, è stato incaricato di proteggerlo.
E qui arriva una vecchia regola che chi ha avuto veramente a che fare con le armi conosce bene: l’arma più pericolosa è quella scarica.
Perché quella carica la tratti con rispetto. Quella scarica, invece, può generare la leggerezza. Ed è proprio la leggerezza, quando si parla di armi, a essere pericolosa.
Per questo lascia una certa perplessità vedere l’arma entrare nel repertorio simbolico di un movimento politico. Non perché il tiro sportivo debba essere demonizzato. Al contrario: è una disciplina seria, regolamentata, che richiede controllo, concentrazione e responsabilità.
Ma perché una cosa è andare al poligono per praticare uno sport. Un’altra è trasformare il poligono in un luogo di aggregazione politica. E allora viene spontanea una domanda: siamo ancora davanti a un partito che organizza una giornata al poligono o stiamo assistendo alla nascita del primo movimento politico con corso introduttivo all’arma corta?
Dopo il tesseramento, la tessera sanitaria e il codice fiscale, forse arriverà il certificato di tiro. Benvenuti nel futuro. Del resto, il futuro vannacciano sembra avere una risposta per quasi tutto.
Sicurezza? Vannacci. Difesa? Vannacci. Ordine pubblico? Vannacci. Politica estera? Vannacci. Scuola? Vannacci. Educazione militare? Vannacci.
E adesso anche il poligono.
Nel programma di Futuro Nazionale compaiono infatti moduli scolastici di “educazione alla difesa e alla sicurezza nazionale” e attività volontarie di formazione militare con valenza civica. Anche qui, intendiamoci: educare i giovani al senso del dovere, alla disciplina, alla sicurezza e alla conoscenza delle istituzioni militari può essere una cosa seria.
Ma la scuola non è una caserma. Gli studenti non sono reclute. E soprattutto l’educazione alla cittadinanza non può essere confusa con l’addestramento. Perché una democrazia non si difende soltanto imparando a sparare.
Si difende imparando a conoscere la Costituzione, rispettare le istituzioni, assumersi responsabilità, conoscere i propri doveri e comprendere anche il diritto al dissenso. Il problema, dunque, non è la pistola. È l’idea che sembra accompagnarla.
L’idea che la sicurezza debba diventare una faccenda personale, che ogni cittadino debba essere potenzialmente pronto a difendersi da solo e che la politica debba trasformarsi in una specie di palestra permanente di disciplina, forza e combattività. E qui la mia esperienza professionale mi porta esattamente nella direzione opposta.
Le armi devono essere nelle mani di chi ha il dovere professionale di usarle. Perché sono loro, i professionisti della sicurezza e della difesa, che devono proteggere i nostri interessi. Il cittadino deve poter vivere sapendo che esiste qualcuno che ha studiato, si è addestrato, ha sostenuto prove, ha ricevuto responsabilità precise e risponde davanti alla legge dell’uso della forza.
Non serve trasformare ogni cittadino in un soldato. Serve avere soldati, carabinieri, poliziotti e professionisti della sicurezza adeguatamente preparati. Questa è la differenza tra uno Stato che garantisce la sicurezza e uno Stato che la delega progressivamente al cittadino.
Ed è anche la differenza tra l’autorevolezza e la caricatura dell’autorità. Perché qui torna il personaggio Vannacci.
L’immagine che emerge è quella di un uomo che sembra essersi convinto che l’Italia abbia finalmente trovato il proprio uomo universale: generale quando serve un generale, politico quando serve un politico, stratega quando serve uno stratega, riformatore della scuola quando serve un riformatore della scuola e, all’occorrenza, guida spirituale del poligono.
Una specie di “General Purpose” della politica italiana. Un modello multifunzione: sicurezza, patriottismo, ordine pubblico, scuola, immigrazione, difesa, politica estera e adesso anche tiro sportivo. Manca soltanto il prossimo modulo: “Come salvare la Patria in dieci lezioni”.
Con esame finale. E bersaglio mobile. La satira, però, finisce dove comincia la responsabilità. Perché un generale che entra in politica ha tutto il diritto di portare con sé la propria esperienza. Ma dovrebbe ricordare che una Repubblica democratica non è una caserma e che i cittadini non sono reclute.
In una caserma l’ordine arriva dall’alto e l’esecuzione segue una catena gerarchica. In una democrazia il percorso è esattamente l’opposto: il potere viene dal basso, passa attraverso il consenso e incontra la Costituzione, le leggi, le istituzioni e, soprattutto, il dissenso. È una differenza non proprio secondaria.
Perché il dissenso, a differenza di un bersaglio di cartone, non si può sostituire quando non piace il risultato. E soprattutto la Patria non ha bisogno di un salvatore. Ha bisogno di istituzioni che funzionino. Di Forze Armate preparate. Di Forze di polizia efficienti. Di cittadini responsabili.
E di politici capaci di ricordarsi che il potere non è una missione personale.Il generale può anche insegnare a mirare.Ma in democrazia bisogna soprattutto sapere dove non sparare. E forse questa è la lezione più difficile. Perché non si impara al poligono.
Si impara quando si comprende che il Paese non è un Reggimento, la scuola non è una caserma, il consenso non è un ordine e il dissenso non è un bersaglio. E che la pistola, prima ancora di essere uno strumento che può sparare, è uno strumento che impone a chi la impugna una cosa molto più difficile:
responsabilità.
Alberto Scafella
