La vicenda nasce dalla proposta del ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara di introdurre un divieto esplicito di indossare il burqa e il niqab nelle scuole attraverso un emendamento al disegno di legge Sicurezza.
A detta del ministro, la misura servirebbe a tutelare la dignità della donna, l’uguaglianza tra i sessi e a garantire il riconoscimento delle persone negli istituti scolastici.
Le critiche sono arrivate sia dal Partito Democratico sia dalla FLC CGIL (il sindacato della scuola della CGIL):
- Il Pd, attraverso la senatrice Simona Malpezzi, sostiene che il fenomeno delle studentesse con il velo integrale sia molto limitato e chiede dati concreti. Secondo il partito, le scuole hanno già gestito i pochi casi esistenti con procedure di identificazione senza ricorrere a un divieto nazionale, definendo la proposta prevalentemente “propaganda”.
- La FLC CGIL, guidata da Gianna Fracassi, critica soprattutto l’inserimento della misura nel Ddl Sicurezza, sostenendo che affronti un tema educativo con un approccio “securitario e punitivo” e che l’integrazione debba passare attraverso dialogo, mediazione culturale e supporto alle scuole.
Valditara ha replicato accusando Pd e Cgil di fare “polemiche e demagogia” invece di difendere, a suo dire, i valori costituzionali di uguaglianza e dignità della persona.
Ma il burqa e segno di emancipazione?
Si possono distinguere alcune posizioni:
- Chi lo considera un simbolo di oppressione sostiene che il burqa (e, in parte, il niqab) sia spesso imposto da norme sociali, familiari o legali che limitano la libertà delle donne. In paesi come l’Afghanistan sotto i talebani, il burqa è stato o è imposto, e chi non lo indossa può subire sanzioni. Per questo molte organizzazioni per i diritti umani lo vedono come un simbolo della subordinazione femminile.
- Chi difende il diritto di indossarlo non sostiene necessariamente che il burqa sia emancipante in sé, ma afferma che una donna adulta dovrebbe essere libera di scegliere come vestirsi, anche se sceglie di coprirsi integralmente. Da questa prospettiva, vietarlo per legge può essere visto come un’altra limitazione dell’autonomia femminile.
- Alcune donne che lo indossano volontariamente raccontano di viverlo come un’espressione della propria fede, identità religiosa o modestia. Per loro rappresenta una scelta personale, non un’imposizione.
In altre parole, è utile distinguere due domande diverse:
- Il burqa è un simbolo di emancipazione? In generale, no: non è comunemente descritto come tale e, in molti contesti, è associato a sistemi che limitano i diritti delle donne.
- Una donna può scegliere liberamente di indossarlo? Sì, è possibile, e alcune lo fanno. Il punto controverso è stabilire quanto quella scelta sia davvero libera, dato che può essere influenzata da pressioni familiari, sociali o religiose.
Per questo il dibattito politico e giuridico si concentra spesso sul difficile equilibrio tra libertà religiosa, autonomia individuale, uguaglianza di genere ed esigenze di sicurezza e identificazione, soprattutto in luoghi come le scuole o gli uffici pubblici.
In sintesi, lo scontro riguarda due visioni diverse:
- Favorevoli al divieto: lo considerano uno strumento per affermare uguaglianza, integrazione e sicurezza.
Contrari: ritengono che il problema sia numericamente marginale e che la risposta debba essere educativa e affidata alle scuole, non a un intervento legislativo nel Ddl Sicurezza.

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