Numerosi i santuari che identificano nelle effigi l’originale eusebiano
Le Madonne nere sono probabilmente le figure del cattolicesimo che, più di altre, sono entrate nell’orbita dell’esoterismo, assumendo connotazioni simboliche destinate a creare collegamenti con la dimensione mitica. Naturalmente non è solo questa la fisionomia che caratterizza queste effigi. Per avere la conferma della loro complessità storica e culturale, consigliano l’affascinate studio di
Petra van Cronenburg, Madonne nere. Il mistero di un culto.
Nel mondo sono oltre quattrocento le Madonne nere (oltre un centinaio in Italia, tra le quali la famosissima Vergine di Loreto), così definite per il loro colore; la teologia e la storia delle religioni le indicano come “Vergini con caratteristiche orientali”. Dal punto di vista esoterico vi è la tendenza a suggerire un collegamento ininterrotto tra queste raffigurazioni e le divinità pagane femminili, di cui spesso hanno raccolto alcuni attributi sul piano iconografico. Emblematico il riutilizzo, nell’Egitto copto, di statue di Iside con Horus, cristianizzate con l’inserimento del simbolo della croce.
In Italia i casi sono numerosi: spesso si attribuisce a sant’Eusebio (283-371) il ruolo di aver portato la prima Madonna nera (una statua) in Occidente e sono infatti numerosi i santuari, che identificano nelle effigi di quel tipo l’originale eusebiano.
Secondo la tradizione a realizzare la prima opera del genere (statua, icona?) fu Luca l’evangelista, ma si tratta di un’interpretazione agiografica che è smentita dalla cronologia delle Madonne nere conosciute, realizzate tra il XII e il XVII secolo: quindi in un arco di tempo piuttosto ampio e lontano da san Luca e da sant’Eusebio.
Ciò naturalmente non esclude che le opere attuali possano essere copie di statue più antiche; comunque si può prendere in considerazione la loro possibile relazione con un’iconografia pagana diffusasi con le Crociate, a cui possiamo aggiungere l’influenza esercitata da quelle divinità precristiane talora brunite e venerate come taumaturgiche per la fecondità e il parto.
“Non vogliate stupirvi che io sia scura, perché così m’ha colorito il sole. Sono nera, ma bella tra le figlie di Gerusalemme”, così recita il Cantico dei Cantici (1, 5): si tratta di versetti che sono stati utilizzati per cercare una relazione con la tradizione veterotestamentaria, senza però convincere i teologi. Mentre sono soprattutto gli esoteristi a guardare con interesse le Vergini scure, poiché il loro colore rimanda all’ignoto, al mistero e si contrappone al bianco, a sua volta espressione della luce e della certezza. Ad accrescere questa aura particolarmente criptica e a tratti occulta, contribuisce la definizione Virges Egyptiennes, che le contrassegna nelle fonti medievali: ciò, inutile dirlo, ha accentuato il simbolismo ermetico di questa immagine.
Ci troviamo quindi al cospetto di una fenomenologia che rivela due volti: quello magico/esoterico e quello correlato alla tradizione del culto mariano in chiave popolare. Nel primo caso l’effigie assume tonalità criptiche che spostano la figura mariana dalla sua dimensione naturale, per collocarla su un piano occulto e iniziatico, dando così spazio a molteplici chiavi di lettura, che, dalla rievocazione dei culti egizi, giungono all’alchimia.
Nel secondo caso la Madonne nere sono avvertite come presenze contrassegnate da un quid che le pone più distanti dall’immagine tradizionale della Vergine bianca ammantandole da un’aura di mistero che ne favorisce l’inserimento in leggende e credenze.
Petra van Cronenburg, Madonne nere. Il mistero di un culto, Edizioni Arkeios, pag. 224, euro 32,00.
