Quali scenari ancora da percorrere?
La morte di Umberto Bossi ha generato articoli infarciti di frasi fatte, ma anche di ricordi storici e analisi del messaggio dirompente lanciato agli albori del Movimento da lui fondato, destinato a sconvolgere gli equilibri politici italiani, in un contesto già martoriato dall’azione dei giudici e dalla fine e radicale trasformazione dei partiti politici, cardini della repubblica italiani con origini che, almeno per alcuni, risalivano al Risorgimento.
È però mancato il ricordo minuzioso delle circostanze che “obbligarono“ Bossi a fare cadere il primo governo Berlusconi e determinare una lunga stagione di gelo tra i due leader. A oltre trent’anni di distanza sarebbe opportuno che riferimenti in tal senso, profferiti da Bossi in contesti ristretti, trovassero analisi e conferme da parte di testimoni diretti e attendibili o da ricercatori scrupolosi.
L’altra circostanza, nota a tutti e la malattia che colpì Bossi nel 2004. Se non fossero avvenuti questi due eventi, quali risultati avrebbe potuto conseguire l’azione di quel governo già avviata in un’opera riformatrice e improntata anche verso l’autonomia?
Non sarebbe mai troppo tardi nel veder impegnati ricercatori e studiosi per collocare, nella meritata evidenza la portata di quel momento storico da Miglio a Bossi e oltre.
L’altro argomento poco esposto, verte sulla vocazione antica dell’autonomismo in Piemonte, prima della calata di Umberto Bossi nella nostra regione.
Ci sono due pietre miliari nella nostra storia. La Carta di Chivasso del 19 dicembre del 1943 e i “Patti di Saretto”, espressione della vocazione europeistica e federalistica della lotta di liberazione transfrontaliera e superamento del “risentimento per il passato politico e militare che divideva i due Stati,”. firmato dai partigiani cuneesi e maquis francesi il 30, 31 maggio 1944.
La Carta di Chivasso risente dell’impostazione che pone l’accento sulle rivendicazioni autonomiste delle popolazioni alpine. L’aggettivo “locale” viene utilizzato nella Dichiarazione ben quindici volte ed è certamente il termine, non a caso, più ricorrente nel testo. L’intuizione dei redattori della Carta di Chivasso consiste principalmente nell’avere posto in stretta correlazione la dimensione locale con quella europea e di avere compreso, in anticipo e con estrema lucidità, l’importanza di coniugare il futuro assetto repubblicano dell’Italia, su base regionale o cantonale, con un’organizzazione di tipo federale a livello continentale.
Solo una siffatta soluzione avrebbe impedito l’eventuale ritorno di uno Stato accentratore e oppressore, in particolare nei confronti delle comunità locali connotate da una lingua e/o da una fede religiosa diverse da quelle della maggioranza della popolazione. Questa nuova impostazione, conseguita attraverso la saldatura tra la dimensione locale e quella europea, avrebbe, di conseguenza, consentito finalmente «l’avvento di una pace stabile e duratura» nel Vecchio continente.
Da questi presupposti e senza slogan momentanei si doveva partire dopo la seconda guerra mondiale per ricostruire lo Stato. Il peso politico dei due eventi fece sì che nella Costituzione repubblicana, la Valle d’Aosta ottenne lo status di regione autonoma, con tutti i vantaggi conseguenti.
Invece in Piemonte la politica del dopoguerra si basava principalmente sulla presenza pressoché egemonica della Democrazia Cristiana e sull’opposizione del Partito Comunista italiano, braccio armato della Russia di Stalin.
L’anelito all’Autonomia non era comunque sopito. Tra la Provenza e vallate alpine del cuneese, si sviluppò un Movimento Autonomista occitano il Mao, sotto l’impulso del Professor Antonio Bodrero, uno dei maggiori poeti in lingua piemontese, che però rimase circoscritto. Nella seconda metà degli anni ’50, a Torino nacque il Marp, Movimento Autonomista regionale piemontese.
Agli albori della repubblica stavano già nascendo oltre alla Cassa dei Mezzogiorno, i grandi colossi parassitari romani del parastato, retti dai boiardi, in contrasto con la probità e perseveranza einaudiana e qualcuno al Nord voleva segnare il dissenso costruttivo. La città di Torino era allora ottimamente amministrata dal sindaco, avvocato Amedeo Peyron che si avvalse del supporto di ben quattro consiglieri comunali e assessori di quel movimento autonomista, che elesse anche consiglieri nelle amministrazioni del vercellese e biellese.
Il Marp nel 1964 portò ancora in Sala Rossa due consiglieri comunali, Germano Benzi e Timoteo Nobile.
Altri movimenti e principalmente Piemont e Piemonte Autonomista, nati successivamente, ma in contrasto tra di loro, si presentarono a Torino alle elezioni comunali negli anni ’80, senza però ottenere rappresentanze di rilievo. Le tematiche sulle quali si insisteva erano quelle generali per il federalismo, contro lo stato accentratore, per un maggior liberismo, contro il fisco (ISI – ICI), con forte connotazione antipartiocratica, antimeridionale, capace di dare voce ad un sentimento diffuso, ma mai espresso e spesso coperto dalla retorica delle istituzioni. Non mancava l’avversione verso gli immigrati.
Si mettevano in evidenza anche campagne locali: la grande viabilità (per l’autostrada Cuneo-Asti), la difesa della piccola e media industria contro la deindustrializzazione, l’agricoltura per la difesa della proprietà con intenti liberisti contro l’assistenzialismo passato per i canali della Coltivatori diretti, alcuni temi ambientali, la richiesta di chiusura dell’ACNA di Cengio.
Costanti le polemiche, soprattutto anti DC, per la mancata trasparenza delle amministrazioni comunali.
La delusione e il rammarico ci porta anche nel ricordo storico a considerare le falcidiate illusioni di quanti, con la fine della prima repubblica avevano dato vita a movimenti Autonomisti e ponevano fiducia sulla loro attuazione, per non tralasciare” Il tradimento dei chierici”.
La ferita in coloro che credevano in Autonomia e federalismo è rimasta aperta sino all’avvento della seconda repubblica e al manifestarsi del verbo Bossiano. Parecchi furono i consiglieri comunali, regionali e i parlamentari eletti, sotto la guida di Gipo Farassino.
Bossi, eletto senatore nel 1987 in una Lista Autonomista, in quegli anni, aveva aderito alla Lega Lombarda e poi costituì la Lega nord inglobando i movimenti piemontesi, la Liga Veneta che a differenza del Piemonte, mantenne a lungo la propria autonomia e identità.
Nel corso degli anni ci sono state polemiche sulla scelta dei piemontesi che invece di chiarirsi all’interno dei due movimenti preesistenti e prestare compatta la presenza dell’autonomia in Piemonte, che non dimentichiamo, aveva precedenti storici illustri, preferirono lasciarsi fagocitare dai lombardi. In questo caso, anche la politica seguì la sorte delle grandi scoperte e di grandi gruppi industriali nati a Torino e fagocitati da Milano.
Saranno gli storici a sviscerare motivazioni, evidenze, debolezze umane o quant’altro all’origine di tale scelta. Vorremo solo mettere in evidenza come la grande intuizioni di Umberto Bossi nel voler porre anche in modo ardito, l’indipendenza del Nord alla ribalta nazionale, aveva trovato precedenti illustri anche tra le nostre montagne.
In questo contesto, tenuto conto delle ultime vicende interne alla Lega e alla conseguente débâcle elettorale, praticamente ininterrotta, recepito l’ultimo messaggio di Bossi che ha ricompattato i vecchi Autonomisti, emarginati, ormai da anni dalla scelta nazionale, corre l’auspicio di un riposizionamento dell’attuale dirigenza, verso il “sole delle Alpi”.
Riportare in auge gli antichi principi ispiratori e riproporre la questione settentrionale in massima evidenza, abbandonando l’opaca scelta meridionalista, potrebbe costituire la carta vincente per puntare sull’orgoglio di un popolo ferito oggi, come ieri dalla scarsa lungimiranza del potere romano, aprendo scenari perlomeno gloriosi e promettenti.
