Quando Cossiga fece intervenire l’Arma alla riunione del Csm
Il momento è difficile, purtroppo carico di incognite per il nostro Paese e non solo, dovute alla situazione geopolitica ancora in fermento e deleteria per i nostri conti. Ed ecco che un altro inciampo s’inserisce sul cammino di Giorgia Meloni.
La fisionomia del nuovo Consiglio Superiore della Magistratura (Csm) si prospetta con un deciso spostamento antigovernativo a sinistra.
Il risultato delle recenti elezioni dei venti componenti togati consegna, infatti, alle correnti progressiste una posizione di forza che non può essere sottovalutata: undici consiglieri su venti appartengono all’area di sinistra, con Magistratura Democratica e Area che escono sensibilmente rafforzate.
A pagare il prezzo più pesante è invece Magistratura Indipendente, la corrente tradizionalmente più vicina alle posizioni moderate e conservatrici, che subisce un vero e proprio crollo, riducendo drasticamente la propria rappresentanza.
Un risultato che travolge profondamente gli equilibri interni all’organo di autogoverno della magistratura e che pone il governo di Giorgia Meloni davanti a una partita politica delicatissima. Restano infatti da eleggere i dieci componenti laici, scelti dal Parlamento, e proprio su questo terreno la maggioranza di governo dovrà fare quadrato evitando di spedire al Csm, politici trombati o personaggi inadeguati. Ci vuole la massima allerta, individuando competenze e presenze costanti e qualificate.
L’obiettivo politico per la maggioranza di governo sarà quello di riuscire a eleggere almeno sette dei dieci membri laici attraverso candidature autorevoli e vicine alla maggioranza, così da riequilibrare almeno parzialmente una composizione dei togati che oggi appare decisamente sbilanciata. Non si tratta soltanto di una questione numerica, ma della possibilità di evitare che il nuovo Csm diventi un terreno di scontro permanente tra magistratura e governo.
Il nodo più importante riguarda naturalmente la vicepresidenza. Formalmente il presidente del Csm è il capo dello Stato, ma nella gestione ordinaria dei lavori il ruolo centrale è esercitato dal vicepresidente, eletto tra i componenti laici con il voto dell’intero Consiglio.
È dunque indispensabile individuare una figura autorevole, istituzionale e soprattutto moderata, capace di non suscitare una pregiudiziale opposizione da parte dei togati progressisti. Pensare di imporre una personalità apertamente schierata, contando esclusivamente sui numeri della maggioranza parlamentare, potrebbe rivelarsi un errore strategico. Meloni dovrà puntare su un candidato di equilibrio, senza però rinunciare a costruire una maggioranza sufficientemente solida tra i componenti di nomina politica.
Le correnti di sinistra arrivano a questo appuntamento ringalluzzite dalla vittoria del referendum di marzo sulla separazione delle carriere. Referendum che avrebbe capovolto radicalmente composizione e funzioni di questo anacronistico strumento di autogoverno dei giudici.
Area e Magistratura Democratica hanno saputo trovare l’unità di facciata, creando un campo largo che alla prova del voto, ha retto. La convergenza elettorale ha consentito di evitare dispersioni di voti e di massimizzare il risultato, mentre l’area moderata e conservatrice si è presentata molto più frastagliata, attraversata da tensioni e contraddizioni che hanno finito per favorire gli avversari.
La domanda che sorge verte su quale sarà il ruolo del nuovo Csm nei rapporti tra magistratura e politica?
Il Consiglio superiore dovrebbe essere un organo di garanzia, chiamato a tutelare l’autonomia e l’indipendenza dei magistrati, non una sorta di parlamento parallelo nel quale si riproducono le contrapposizioni ideologiche del sistema politico.
Undici togati riconducibili alle correnti progressiste rappresentano una forza considerevole, soprattutto in un momento nel quale il rapporto tra una parte della magistratura e il governo di centrodestra è caratterizzato da tensioni profonde. Se questa maggioranza dovesse interpretare il proprio risultato elettorale come un mandato politico per contrastare l’esecutivo, il Csm potrebbe trasformarsi in un luogo di scontro istituzionale anziché di garanzia e trasformarsi, nei fatti in una “terza Camera”.
Situazione che ci fa ritornare agli anni dei governi Berlusconi, quando il rapporto tra una parte della magistratura e il centrodestra raggiunse livelli di conflittualità estremamente elevati.
La vera sfida sarà dunque quella di impedire che le appartenenze correntizie prevalgano sulla funzione istituzionale del Consiglio. Il governo, dal canto suo, dovrà evitare di commettere l’errore di trasformare l’elezione dei laici in una prova muscolare. A Meloni servono sette componenti vicini al centrodestra, ma serve soprattutto una figura di vicepresidente capace di garantire autorevolezza e dialogo.
Siamo agli esordi e per Giorgia Meloni si tratta di una partita tutt’altro che secondaria: dopo la sconfitta referendaria, il governo non può permettersi che il principale organo di autogoverno della magistratura diventi il nuovo fronte di una guerra politica permanente. L’indipendenza della magistratura va tutelata, ma proprio per questo il Csm deve restare un organo di garanzia, non trasformarsi nell’ennesimo protagonista dello scontro tra poteri dello Stato.
C’è un precedente illustre che sta a dimostrate quale tracotanza può assumere il ruolo del Csm.
Era il 14 novembre del 1991 quando l’allora indimenticabile presidente della Repubblica Francesco Cossiga, inviò i carabinieri a Palazzo dei Marescialli.
In quel contesto Cossiga ritirò la convocazione di una riunione del plenum nella quale erano state inserite cinque pratiche sui rapporti tra capi degli uffici e loro sostituti sull’assegnazione degli incarichi.
Cossiga riteneva, e a ragione, che la questione non fosse di competenza del plenum e avvertì che” se la riunione avesse avuto luogo avrebbe preso «misure esecutive per prevenire la consumazione di gravi illegalità”.
I consiglieri del Csm si opposero con un documento e si riunirono. In piazza Indipendenza, alla sede del Csm, affluirono anche i blindati dei carabinieri e due colonnelli dell’Arma vennero inviati a seguire la seduta. Ma il caso fu risolto subito, perché il vicepresidente, Giovanni Galloni, non permise la discussione.
Galloni era un democristiano di sinistra pavido, lontanissimo dal pensiero e dall’autorevolezza di Cossiga, nelle mani dei magistrati riottosi, ma alla fine sentì l’autorità del capo dello Stato, in veste di presidente del CSM.
Cossiga, tra l’altro, lo aveva anche privato di alcune funzioni proprie della carica da lui rivestita. Oggi i tempi e gli attori in scena sono purtroppo assai differenti.
