Dai dazi americani all’avanzata tecnologica cinese, passando per i costi energetici e la burocrazia, l’allarme del CEO di Kärcher riporta al centro il futuro della manifattura europea. Per Hartmut Jenner servono meno vincoli, più investimenti e una politica industriale capace di difendere la competitività del continente.
La manifattura europea si trova davanti a una fase decisiva. Le tensioni geopolitiche, l’incertezza commerciale e la crescente competizione internazionale stanno mettendo sotto pressione un modello economico che per decenni ha garantito occupazione, innovazione e benessere. A lanciare l’allarme è Hartmut Jenner, amministratore delegato di Kärcher, azienda tedesca specializzata nelle tecnologie per la pulizia, secondo cui Germania ed Europa rischiano di entrare in una spirale di deindustrializzazione se non saranno affrontate rapidamente le debolezze strutturali del sistema produttivo.
Nel suo intervento pubblicato da Euronews, Jenner descrive una situazione che definisce una «tempesta perfetta». Le difficoltà, nella sua analisi, non derivano da un unico fattore, ma dalla convergenza di pressioni esterne e problemi interni: da una parte, le politiche commerciali delle grandi potenze e la competizione tecnologica globale; dall’altra, costi elevati, eccesso di regolamentazione e insufficiente capacità di riforma.
Stati Uniti e Cina, una competizione sempre più difficile
Uno dei principali elementi di incertezza è rappresentato dalla politica commerciale americana, la possibilità che Washington introduca nuovi dazi o innalzi le barriere commerciali rende più complicata la pianificazione delle imprese orientate all’esportazione. Per un continente che vende una parte significativa della propria produzione sui mercati internazionali, la prevedibilità delle condizioni commerciali è essenziale per programmare investimenti, produzione e occupazione.
A questa incertezza si aggiunge l’evoluzione della Cina. Secondo Jenner, il Paese asiatico non è più soltanto una piattaforma produttiva caratterizzata da costi contenuti, ma un concorrente tecnologico in grado di avanzare rapidamente nei settori industriali strategici e nelle attività a maggiore contenuto innovativo.
Il manager attribuisce una parte importante di questo risultato alla politica industriale di Pechino, ai consistenti sussidi destinati ai comparti considerati strategici e a una politica valutaria che, nella sua interpretazione, favorirebbe la competitività delle esportazioni cinesi. Questi elementi contribuirebbero a generare distorsioni del mercato e sovraccapacità produttiva, rendendo più difficile per le imprese europee competere alle stesse condizioni.
Il problema, quindi, non riguarda soltanto la capacità di innovare, riguarda anche le regole entro cui le aziende competono. Per Jenner, il libero commercio può funzionare soltanto quando tutti gli operatori rispettano condizioni comparabili e quando le eventuali violazioni vengono affrontate con strumenti efficaci.
La deindustrializzazione non è più soltanto un rischio
Il segnale più preoccupante arriva dalla Germania, tradizionale cuore manifatturiero dell’Europa. Jenner richiama la perdita di decine di migliaia di posti di lavoro industriali e la diminuzione dei volumi produttivi, oltre alle trattative per la chiusura di stabilimenti e il trasferimento di attività produttive all’estero in comparti importanti come quello automobilistico.
Secondo il CEO di Kärcher, questi fenomeni indicano che la deindustrializzazione non può più essere considerata una prospettiva lontana. È un processo che, nella sua lettura, si sta già manifestando in alcune parti del sistema produttivo tedesco.
Il caso della sua azienda dimostra, al tempo stesso, che esistono imprese capaci di mantenere una presenza internazionale significativa anche in un contesto difficile. Fondata nel 1935 e tuttora a conduzione familiare, Kärcher ha realizzato nel 2025 un fatturato di quasi 3,5 miliardi di euro, di cui l’86% generato all’estero. Il gruppo opera in 87 Paesi e impiega circa 17.000 persone.
L’azienda investe nella ricerca e nello sviluppo, nelle tecnologie delle batterie, nei robot per la pulizia e nella digitalizzazione. Oltre mille dipendenti sono impegnati nelle attività di ricerca e sviluppo. Il portafoglio comprende più di 3.000 prodotti.
Questi risultati, tuttavia, non eliminano le difficoltà del contesto economico. Come sottolinea Jenner, anche le imprese innovative possono incontrare limiti quando le condizioni operative diventano troppo onerose e la concorrenza internazionale si svolge in un quadro caratterizzato da forti asimmetrie.
Costi elevati e burocrazia frenano gli investimenti
Il nodo centrale della denuncia riguarda la convenienza economica di produrre in Germania e, più in generale, in Europa, l’aumento dei costi strutturali, dell’energia e del lavoro, insieme agli oneri non salariali, rende più difficile giustificare l’apertura di nuovi impianti e l’assunzione di personale aggiuntivo.
A pesare, secondo Jenner, è anche la quantità di tempo e risorse che le imprese devono destinare agli adempimenti amministrativi e agli obblighi di documentazione, personale e denaro che potrebbero essere utilizzati per le attività produttive, lo sviluppo dei prodotti e l’innovazione finiscono così per essere assorbiti da procedure che il manager considera eccessivamente complesse.
La critica si rivolge sia alle istituzioni tedesche sia a quelle europee. Il problema, nella sua prospettiva, non è semplicemente il numero delle norme, ma un approccio amministrativo che rischia di ostacolare l’iniziativa economica invece di facilitarla.
Jenner chiede pertanto un cambiamento nel funzionamento della pubblica amministrazione: autorità più pragmatiche, procedure più rapide e un maggiore ricorso all’intelligenza artificiale per semplificare i processi. Non sarebbero sufficienti interventi marginali o correzioni formali, servirebbe una revisione più profonda degli obblighi, soprattutto di quelli che producono costi senza contribuire in misura proporzionata agli obiettivi perseguiti.
Una crescita economica che non basta
L’allarme riguarda anche la qualità della crescita tedesca. Le previsioni citate da Jenner indicano un possibile aumento del PIL dell’1,3%, ma il manager invita a non interpretare questo dato come la prova di una ripresa consolidata.
A suo giudizio, una parte della crescita sarebbe sostenuta dalla spesa pubblica, dai programmi legati alla difesa e dai sussidi, si tratterebbe quindi di una crescita in parte dipendente dall’intervento pubblico, che non può sostituire una ripresa autonoma e duratura degli investimenti privati.
La distinzione è rilevante per il futuro industriale del Paese. La spesa pubblica può sostenere la domanda e finanziare progetti strategici, ma la capacità di creare nuovi posti di lavoro e ampliare la produzione dipende anche dalle decisioni delle imprese, dalla fiducia nelle prospettive economiche e dalla convenienza degli investimenti.
Jenner individua le cause della debolezza non soltanto nelle condizioni internazionali, ma anche nella difficoltà della politica di realizzare riforme strutturali. Alla stanchezza riformatrice si sommerebbe una proliferazione normativa che, anziché accompagnare il cambiamento, rischierebbe di frenarlo.
Lavoro, produttività e nuove regole
Tra le proposte del numero uno di Kärcher c’è anche una revisione dell’organizzazione del lavoro. Jenner sostiene che l’evoluzione demografica richieda un aumento del volume complessivo di lavoro nell’economia e invita ad affrontare il tema senza rinviare il confronto.
Le misure indicate comprendono incentivi al lavoro straordinario, maggiore flessibilità degli orari, regole più pratiche sulla prosecuzione della retribuzione durante le assenze per motivi medici e una semplificazione delle procedure per assumere lavoratori qualificati.
Si tratta di proposte che riguardano un ambito particolarmente sensibile, nel quale si intrecciano esigenze delle imprese, diritti dei lavoratori e sostenibilità dei sistemi sociali. Per Jenner, tuttavia, evitare il confronto non protegge necessariamente l’occupazione: se le aziende rinunciano a investire o trasferiscono la produzione altrove, anche i posti di lavoro esistenti possono diventare più vulnerabili.
La sua impostazione attribuisce quindi un ruolo centrale alla creazione di valore attraverso l’attività produttiva. La prosperità e il mantenimento degli standard sociali, sostiene, dipendono dalla capacità dell’economia di generare ricchezza, occupazione e investimenti nel tempo.
Una politica industriale europea più determinata
L’ultima richiesta riguarda direttamente l’Unione europea. Jenner sollecita una politica commerciale più incisiva nei confronti di Stati Uniti e Cina, capace di tutelare la concorrenza leale e di intervenire con coerenza quando le regole vengono violate.
Accanto a questo obiettivo, indica alcune priorità per rilanciare la competitività: meno regolamentazione, maggiore responsabilità individuale, incentivi agli investimenti, condizioni economiche prevedibili e una pubblica amministrazione orientata a risolvere i problemi.
Il messaggio conclusivo è che la difesa dell’industria non può limitarsi a misure temporanee o a sostegni pubblici destinati a compensare gli svantaggi strutturali, occorre intervenire sulle condizioni che determinano le scelte delle imprese, dalla localizzazione degli impianti al costo del lavoro, dalla disponibilità di competenze alla rapidità delle procedure.
La sfida investe l’intero continente. Per la Germania, significa preservare il proprio ruolo manifatturiero; per l’Europa, significa evitare che la perdita di capacità produttiva si traduca in una minore autonomia economica e tecnologica.
L’appello di Jenner si chiude con un richiamo a una cultura dell’azione, degli investimenti e della responsabilità. La competitività europea, nella sua visione, dipenderà dalla capacità di trasformare le richieste di riforma in interventi concreti, creando condizioni nelle quali innovare, produrre e assumere tornino a essere scelte economicamente sostenibili.
