La grande industria reclama il 50% dell’energia elettrica. Diversificare Si Può Fare!
Nell’articolo del 2/5/2026: Lo stretto di Hormuz: petrolio & dipendenza. È tempo di rivoluzione,
si è tentato di trovare una concreta risposta alla secolare dipendenza dell’Europa e soprattutto dell’Italia in materia di energia primaria di origine fossile, con un sistema di iniziative tecniche & legislative concentrate sulla
diversificazione della produzione energetica circoscritta a piccoli centri, aziende agricole, insediamenti industriali periferici e aree “compatibili tra loro”.

L’analisi tendeva a una sinergia energetica in grado di rendere autosufficienti e/o energicamente produttive una serie di zone adatte per emanciparsi dalla produzione energetica proveniente dai poli produttivi delle grandi centrali termoelettriche e non solo.
Infatti, il grande fabbisogno energetico in buona parte è dovuto alla necessità delle grandi centrali elettriche, di garantire ogni picco massimo di richiesta.
Per questo motivo la produzione è sempre superiore alla necessità reale, impostata per soddisfare la richiesta massima che risulta alquanto maggiore di giorno anziché di notte, ma le grandi centrali non sono “pilotabili” nell’arco di poche ore, sia per questioni tecniche/strutturali, sia per tempi “di risposta lenti”, dunque, funzionano sempre a pieno regime. Per questo motivo: sprecano, costano, inquinano più del dovuto.
Per meglio valutare le differenze giorno/notte, i consumi più elevati relativi alle ore di punta sono dalle 8:00 alle 19:30 della fascia diurna, mentre la domanda scende notevolmente dalle 23:00 alle 7:00 del mattino (per questo motivo l’energia costa meno nelle ore serali).
Infatti, la maggiore richiesta di energia proviene dal settore industriale, in particolare dalle grandi aziende ad alta intensità energetica definite anche “energivore” e i settori più voraci sono rispettivamente:
- metallurgia e siderurgia in primis l’uso di forni elettrici destinati alla fusione dei metalli;
- industria chimica e petrolchimica per processi di riscaldamento, raffreddamento e reazioni chimiche;
- produzione di cemento, vetro e ceramica per i forni necessari alla lavorazione di questi elementi;
- industria di carta e cellulosa che richiede molta energia per il funzionamento dei macchinari;
- settore alimentare e delle bevande per conservazione, refrigerazione, confezionamento;
- manifattura e meccanica per il funzionamento di linee di assemblaggio e macchinari.
In Italia, le aziende di questo tipo sono circa 3000-3700 e rappresentano il 45/50% dei consumi finali di energia elettrica.

È possibile immaginare il metodo di diversificazione dell’apporto energetico, disintossicandosi dalle grandi centrali e dalla loro dipendenza da energie fossili ?
Una grande azienda energivora non può realisticamente diventare “totalmente autonoma” in ogni momento, ma può avvicinarsi molto a questo obiettivo adottando un modello simile a quello ipotizzato anche per nuclei più modesti: produzione distribuita, integrazione di fonti e gestione intelligente dei consumi. Più che autosufficienza assoluta, si parla infatti di massima autosufficienza possibile e riduzione della dipendenza esterna.
Il primo passo è quasi sempre il più sottovalutato: ridurre il fabbisogno. Efficienza energetica significa intervenire su processi produttivi, macchinari, recupero del calore, isolamento degli edifici e gestione digitale dei consumi. In molti casi si può abbattere il fabbisogno del 20–40% senza cambiare il core business. Questo rende tutto il resto molto più sostenibile economicamente.
A quel punto entra in gioco la produzione in loco. Una grande azienda ha spesso un vantaggio enorme: superfici disponibili. Tetti di capannoni, parcheggi, aree inutilizzate possono ospitare impianti fotovoltaici su larga scala. In alcuni casi si arriva a coprire una quota significativa del consumo diurno. Se lo spazio lo consente, si possono affiancare impianti eolici o più micro eolici, anche se in Italia questa soluzione è molto dipendente dal sito.
Un altro pilastro fondamentale è la cogenerazione (e trigenerazione). Qui l’azienda produce contemporaneamente elettricità e calore (e talvolta anche freddo) partendo da un combustibile, spesso gas o biogas. Questo sistema è molto più efficiente delle centrali tradizionali perché sfrutta energia che altrimenti andrebbe persa. In una fase di transizione, può rappresentare un ponte tra fossile e rinnovabile.
I biocarburanti, una risposta alla richiesta, un business da sviluppare

Se l’azienda ha accesso a scarti organici (propri o del territorio), può integrare organizzati impianti di digestione anaerobica. Questi producono biogas che, come già ipotizzato nelle medie aziende agricole, può essere usato direttamente per generare elettricità, ma può anche essere raffinato in biometano, ottimo per autotrazione, oggi considerato uno dei carburanti più sostenibili, altrettanto per il bioetanolo.
In questo modo l’impresa non solo produce energia per auto alimentare la propria richiesta, ma può diversificarsi, con una derivata specializzata nel settore ed entrare in una logica di economia circolare, invertendo anche i costi di smaltimento.
Un elemento chiave, spesso decisivo, è l’accumulo energetico. Le rinnovabili non sono continue: il sole non c’è di notte e il vento è variabile. Sistemi di batterie (o altre forme di accumulo) permettono di utilizzare l’energia prodotta nei momenti di surplus. Senza accumulo, l’autonomia resta limitata; con l’accumulo, può crescere sensibilmente.
Accanto alla produzione fisica, serve una gestione intelligente, cosiddetta: microgrid aziendale. Si tratta di una rete energetica interna che coordina produzione, consumo e accumulo in tempo reale. Attraverso software avanzati, l’azienda può decidere quando consumare, quando accumulare e quando eventualmente cedere energia alla rete.
Un altro strumento molto utilizzato è il ricorso a contratti diretti con produttori rinnovabili (PPA, Power Purchase Agreements). Anche se l’energia non è prodotta fisicamente dentro lo stabilimento, è comunque “dedicata” all’azienda, riducendo la dipendenza dai mercati volatili.
Concretamente però, è difficile immaginare una rapida evoluzione di questa emancipazione “elettrica” delle grandi centrali. Al momento resterebbe sempre una quota di rifornimento esterno.
Da qui in avanti, perciò, se l’obiettivo finale è quello di svincolarsi dalla ormai anacronistica dipendenza da petrolio e gas, la grande industria energivora privata & statale deve mirare ad una maggiore autarchia e indipendenza dalle forniture delle multinazionali, puntando anch’essa su impianti di supporto, più piccoli e meno centrali.
Riassumendo & invitando all’azione concreta sia la richiesta che la politica energetica
L’azienda può mantenere sistemi di backup (magari a gas o biometano) per garantire continuità operativa nei momenti critici, senza farne il pilastro del sistema, a patto di organizzarsi per una sinergia schematica basata su: riduzione dei consumi (efficienza); produzione locale diversificata (fotovoltaico, eventualmente eolico, biogas); cogenerazione ad alta efficienza; sistemi di accumulo; gestione intelligente (microgrid); integrazione con forniture esterne mirate e organizzarsi per una produzione energetica indipendente.

l’obiettivo finale non è una complessità intricata da gestire e completamente separata, ma un sistema molto più resiliente, flessibile e indipendente. Una rete di nodi industriali autonomi e interconnessi affinché: mai più crisi da Golfo Persico, mai più guerre petrolifere americane, mai più l’Italia in cerca di nuovi fornitori d’oro nero e altri fumi di CO2.
L’economia, la logica aziendale, la storia recente d’Italia, l’attuale geopolitica conflittuale e la lotta al riscaldamento globale lo pretendono. Non si può più aspettare.
Si Può Fare!
Fonti di dati: AI Overview; letteratura nel settore energetico; percorso universitario; testi e saggi condivisi.
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Dovrebbero assumere Carlo Mariano come consulente per l’energia, risolverebbe il problema energetico a favore dei consumatori privati!
sono d’accordo Luciana, e per una volta me ne vanto “purtroppo”. Oggi sarei in grado di tenere un comizio alla Camera senza soffermarmi sugli errori commessi da cinquant’anni, ma prospettando soluzioni che non possono più aspettare. Non mi ascolterebbe nessuno, così come nessuno mi ascoltò nel neonato partito dei verdi cinquant’anni fa. Erano tutti ignorati in materia e in cerca di poltrone. Credo che questi siano gli ultimi due articoli che ho scritto. Sono molto deluso, il petrolio è solo un’ossessione. Altro Si Può Fare! Da troppo tempo ormai… Un caro saluto
Molto interessante e ben esposto questo articolo. Aggiungerei una nuova riflessione sul nucleare che avrebbe bisogno di essere rivisto come fonte energetica. Un saluto a tutti e alla prossima volta.
buongiorno Walter, il nucleare è fuori questione. Stessi difetti: grande concentrazione, dipendenza da fonti che non abbiamo, scarti di difficile smaltimento. Questo anche negli impianti di cosiddetta “nuova generazione”. Sono migliorati, ma non abbastanza e poi, richiedono tempi molto lunghi. Infine, sono obiettivi strategici in caso di conflitti. Forse sono ancora meglio una manciata di pannelli fotovoltaici
Uno scritto argomentato, linerare e chiaro di come si potrebbe ovviare persino alle guerre.
Che dire? Come di consuetudine una mente eccelsa che dovrebbe avere più voce.
Grazie
grazie di cuore, è un riconoscimento che mi commuove