Le scelte intelligenti: comunità autonome, sostenibili e diversificate
Lo stretto di Hormuz ha messo il mondo alle strette. Un’altra guerra in Medioriente che ci strozza la fornitura di urea, di greggio e di gas. La vittoria di mister Trump tarda a venire, nel frattempo: panico sui mercati; rifornimenti; aumento dei carburanti; polemiche politiche; diminuzione delle accise; quanto durerà? L’Occidente, drogato di fonti fossili tuttora indispensabili per il perenne sviluppo esponenziale, non si ferma a ragionare.
È frustrante ritornare sempre sull’argomento da parte del redattore, eppure siamo nuovamente alla canna del gas, nonostante sia dalla crisi del Kippur (1973) che facciamo la questua petrolifera all’OPEC pur di continuare a far girare le centrali e sparare CO2 nell’atmosfera, sicché siamo alle strette anche con il riscaldamento globale.
È difficile trovare qualcosa di logico in questa corsa al massacro consumistico/energetico, eppure è il nostro stile di vita/problema più pressante. Mentre l’isteria energetica infetta le occidentali fragilità, la politica ruota nuovamente la testa attorno a sé, come fosse un bullone, in cerca di altri fornitori, altro petrolio e gas. Nuove dipendenze, poche novità.
Le storiche cause del male mai risolte. Eppure, qualcosa si può fare!
La crisi energetica che investe l’Italia e gran parte dell’Europa è solo l’ennesima manifestazione di una fragilità strutturale mai realmente risolta. Lo stop delle forniture di combustibili fossili provenienti dal Golfo Persico non ha fatto altro che estremizzare quella dipendenza energetica che da decenni si trascina senza un ripensamento profondo. Eppure, già a partire dalle crisi petrolifere del Novecento, sarebbe stato lecito attendersi una revisione radicale del modello di produzione e approvvigionamento energetico.
Il sistema italiano, come quello di molti altri Paesi industrializzati, si è storicamente fondato su grandi poli produttivi di elettricità, centralizzati, alimentati prevalentemente da petrolio e gas.

Questa concentrazione ha favorito economie di scala e una gestione relativamente semplice della distribuzione, ma ha anche generato un effetto collaterale rilevante: la creazione di una dipendenza sistemica da poche fonti e da pochi attori, spesso esterni al territorio nazionale. In altre parole, si è costruito un modello efficiente nel breve periodo, ma vulnerabile nel lungo termine e in tempi di guerra, strategico e indifeso obiettivo sensibile.
La realizzazione di grandi parchi eolici & parchi fotovoltaici bisognosi di grandi superfici agricole, rischia concretamente di riproporre il medesimo errore: produzione in massa destinata a multinazionali che dai grandi poli centralizzati distribuiscono l’energia a grande distanza, per raggiungere anche la più lontana presa di corrente. Lungo il tragitto: spreco e dipendenza.
L’attuale crisi dimostra quanto questa impostazione sia ormai obsoleta. La produzione energetica basata su grandi impianti alimentati soprattutto da fonti fossili non è più sostenibile, né dal punto di vista ambientale né da quello geopolitico. Continuare su questa strada significa perpetuare un sistema rigido, esposto a shock esterni, ostaggio delle sue stesse dipendenze e incapace di adattarsi alle trasformazioni tecnologiche e climatiche in corso.
Decentralizzazione, fine dei grandi impianti, energia territoriale

Un’alternativa possibile e sempre più impellente attende da tempo “il suo tempo”. Visto lo stato attuale, siamo certamente in ritardo nel concetto di decentralizzazione e produzione energetica a livello territoriale, in funzione della reale necessità, ma… Si–Può–Fare. Invece di concentrare la generazione in pochi grandi impianti, si deve tendere a distribuire sul territorio una rete di piccoli e medi nuclei produttivi, capaci di operare in modo autonomo o semi-autonomo. Questa logica non implica l’abbandono totale delle infrastrutture esistenti, ma una loro progressiva integrazione in un sistema più articolato e resiliente.
Il principio di fondo è semplice: adattare la produzione energetica alle caratteristiche specifiche di ogni territorio. In ambito agricolo, industriale o urbano, è possibile sviluppare combinazioni di fonti diverse, privilegiando quelle rinnovabili. Il fotovoltaico, ad esempio, potrebbe essere diffuso attraverso un censimento sistematico delle superfici disponibili, quali: tetti, capannoni, aree dismesse e parcheggi a cielo aperto, trasformando spazi inutilizzati in risorse produttive. A questo si potrebbero affiancare impianti domiciliari micro eolici oppure eolici di media scala, sistemi micro–idroelettrici nei contesti idonei e, soprattutto, soluzioni integrate che combinino più tecnologie.
Energie rinnovabili, economia circolare, futuro sostenibile
Particolarmente interessante è il ruolo degli impianti di digestione anaerobica.

Questi sistemi, già utilizzati per la produzione di biogas a partire da scarti organici potrebbero essere ulteriormente sviluppati e integrati con processi di raffinazione chimica. In questo modo, non solo si otterrebbero energia e fertilizzanti, ma anche carburanti utilizzabili su scala più ampia. In primis per alimentare piccole centrali elettriche, ma non solo.
Nel caso di grandi aziende specializzate nella lavorazione/produzione forestale, vegetale e lignea, l’acquisizione di tali impianti, applicata alla quantità degli scarti potrebbe coinvolgere una media industria chimica e convogliare in un progetto di produzione di vari tipi di biocarburanti che rappresentano un’alternativa rinnovabile rispetto ai carburanti classici. Tra essi: il biodiesel, il bioetanolo, il biogas e altri interessanti combustibili ricavati dalla fermentazione naturale degli scarti.

Si tratterebbe di un esempio virtuoso di economia circolare gestita da consorzi locali, in cui i rifiuti diventano risorse e contribuiscono all’autosufficienza energetica della zona interessata.
Un modello distribuito di questo tipo permetterebbe a piccoli comprensori, comunità rurali, distretti industriali o insediamenti urbani, di coprire una parte significativa del proprio fabbisogno energetico.
L’obiettivo non è la certezza di una autarchia completa, ma una riduzione sostanziale della dipendenza da forniture esterne. In questo scenario, anche le centrali tradizionali alimentate da fonti fossili potrebbero continuare a svolgere un ruolo, ma in forma ridimensionata del loro monopolio: impianti più piccoli, meno centrali nel sistema e utilizzati principalmente come supporto nei momenti di picco o di emergenza.
Questa visione implica anche una presa di posizione netta rispetto ad alcune soluzioni proposte come alternative. L’idea di un ritorno massiccio all’energia nucleare è ventilata come una risposta tecnologicamente avanzata alla vorace richiesta di energia, ma in realtà ripresenta le stesse logiche di centralizzazione e dipendenza che si vorrebbero superare.
In questa prospettiva, il nucleare di… cosiddetta “nuova” generazione non è altro che un’estremizzazione del modello esistente, piuttosto che una sua reale evoluzione, oltre che rimanere fonte di scorie radioattive e in caso di crisi internazionale, un pericoloso obiettivo strategico.
Il cambiamento culturale nel concetto di produzione e di “quotidianità” energetica

Il vero cambiamento, infatti, non deve essere solo tecnologico, ma culturale e organizzativo. Significa ripensare il rapporto tra produzione e consumo, avvicinando il più possibile i due poli e responsabilizzando i territori. Significa passare da un sistema verticale e centralizzato a uno orizzontale e spalmato sul territorio, dove l’energia non è soltanto una merce, ma una componente integrata della vita economica e sociale.
Naturalmente, una trasformazione di questa portata non può avvenire spontaneamente. È necessaria una scelta politica/industriale lungimirante e coraggiosa, accompagnata da un quadro normativo coerente e snello.
Servono incentivi mirati, semplificazioni burocratiche, scelte intelligenti e una pianificazione strategica che favorisca la diffusione delle tecnologie rinnovabili e delle reti locali di produzione nelle aree disponibili. Senza questi strumenti, anche le migliori idee rischiano di rimanere parole sparse e quindi, disperse come foglie secche al vento.
Tutto ciò può sembrare un obiettivo ambizioso, nonché utopico; non è così. Le crisi, per loro natura, non sono solo momenti di difficoltà, sono anche occasioni per mettere in pensione obsoleti modelli consolidati e immaginare alternative. In questo senso, l’attuale situazione energetica non è soltanto un problema da risolvere, ma un’opportunità per costruire un sistema più equo, sostenibile e adatto a luoghi e tempi.
Ora è venuto il momento di chiederci se siamo finalmente disposti a metterci in discussione, a confutare una retrograda mentalità monopolistica, distinguere l’indispensabile dal business e dalle servitù politiche, e infine, a intraprendere una scelta che Si–Può–Fare! Per intelligente evoluzione di un pensiero alternativo che mira innanzitutto a una reale transizione energetica, a una significativa diminuzione delle emissioni “effetto serra”, a una maggiore efficienza territoriale e a tanto d’altro di “energetico” che per troppo tempo è stato rimandato.
Perché non iniziare adesso?
Prossimamente un’ipotesi “simile”, per grandi aziende energivore. Nuova fase necessaria e prossima frontiera per un’industria più indipendente e più “sostenibile”.
Dati: AI Overview; Politecnico di Torino

Siamo lenti e spendiamo male le risorse economiche che abbiamo a disposizione 🙁…
L’umanità praticamente è tossicodipendente dal petrolio e non risulta attuabile af oggi la sua disintossicazione ma solo un suo aggravamento sempre più accellerato.
Parole sante caro Carletto.
Sottoscrivo il tutto pienamente.
Non mi capacito come dagli anni 70 del secolo scorso non siamo stati capaci di dare una svolta al sistema.
Probabilmente l’aspetto economico a breve termine ha contribuito molto a frenare iniziative lungimiranti.
Forse adesso dovremo correre!
Grazie che ci ricordi che ogni crisi è una opportunità. Purtroppo ai nostri Amministratori manca la forza di volontà, il desiderio che aveva Alex Zanardi.
Ti invito a leggere l’omelia che don Marco Pozza, cappellano del carcere Due Palazzi di Padova, ha letto al funerale di Alex : «Il mio Alex è tutto qui, lascio a voi le medaglie e il rombo dei motori»
«È l’Autogrill che più adoro: Montefeltro Ovest, A14, Bologna-Taranto. Ha un’architettura di cortesia, rosso Ferrari, è un condensatore di relax, di relazioni. Lo percepisci al volo, a 130 km/h: è l’invito a fermarsi un attimo. Di quell’attimo, accaduto dieci anni fa, ricordo i minimi dettagli: un Bufalino, tre rustichelle, due Coca Zero, tre bottiglie d’acqua. C’è Alex, io, due ragazzi (del carcere): siamo di ritorno da un incontro pubblico. Quando mi siedo, gli stanno raccontando la loro storiaccia: entrambi hanno le mani sporcate di sangue, purtroppo.
Tanti anni di galera alle spalle: me li sono portati con me, volevo sentissero dalla viva voce di Alex la storia di Alex. Lui li ascolta come pochi, forse, li avevano ascoltati: non si distrae, immobile, memorizza tutto nel suo sguardo felino. Finito, si alza, una mano nella stampella, l’altra nella loro: «Ragazzi – disse con quella cadenza che lo rendeva avvincente -: avete fatto un gran bel casino, porcavacca. Però: tanto di cappello per come state scavandovi dentro. Continuate a chiedervi il perchè di quel gestaccio». Lui li abbracciò, loro lo baciarono. Poi, seduti, fece loro una domanda: «Posso chiedervi solo una cosa?» Braccia allargate, era un assenso. «Se poteste tornare indietro?» Giurarono di non volerlo rifare. «Vedete, ragazzi – disse -. Certe volte bastano cinque secondi in più per fare la differenza. E’ un esercizio che non sempre ci riesce (me lo confermate), ma quei cinque secondi sono fondamentali. Sono dappertutto questi cinque secondi: negli affetti, nelle relazioni, nel lavoro. E’ l’idea di provare a vedere se si può fare qualcosa d’altro rispetto a quello che stai per fare. Se, per caso, quei cinque secondi ti faranno portare a casa l’orso, diventeranno una specie di droga della quale non potrete più fare a meno. Cercateli ovunque questi secondi! Solo questo mi sento di dirvi dopo il vostro racconto».
Le rustichelle erano fredde, i cuori bollivano. Quando li abbiam lasciati davanti al carcere, Alex mi fece ripetizione perchè non scordassi quella Lectio Magistralis in Autogrill: «A maggior ragione oggi, mi convinco che il problema non è se il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto. Il problema è se hai sete o no. Guardami, don: se posso fare qualcosa per questi due ragazzi e non me lo dici, non è amicizia. Troppo facile applaudire i vincitori, ricordatelo!».
Il mio Alex è tutto qui. Lascio a voi le medaglie, il rombo dei motori, l’odore della benzina. Le luci dei podi, il luccichìo dei cimeli, il fruscio degli applausi. Mi tengo strettissimo l’uomo, con la sua avvincente umanità. Nessuno, più di san Paolo, l’atleta di Dio, poteva fare sintesi migliore di questa vita percorsa a mille all’ora, anche in carrozzina: «Ogni atleta è temperante in tutto. Ma io corro non come chi è senza mèta; faccio pugilato, ma non come chi batte l’aria, anzi tratto duramente il mio corpo e lo trascino in schiavitù perchè non succeda che dopo avere predicato agli altri, venga io stesso squalificato» (1 Cor 9,19-27). Ha corso tantissimo Alex, ma non l’ha mai fatto come un pugile che batte l’aria: ha corso come chi ha in testa una mèta: «La potenza è nulla senza il controllo» recitava una pubblicità della Pirelli, anni Novanta, del secolo scorso. La potenza di un sorriso abbagliante, di un’anima cristallina, di un uomo cresciuto senza smarrire il bambino ch’è stato. Senza perder il sapore delle lacrime: perchè se la vita ti strappa tua sorella sulla strada, devi avere radici profondissime per scegliere e (ri)scegliere la strada e l’asfalto come scenografia della tua esistenza. Per poi convincere il mondo che l’accaduto, qualunque esso sia, resta la più grande opportunità che la vita offre per rimettere a posto le cose. Radici-salvavita nelle quali è impresso il sorriso di mamma Anna, di Daniela e Nicolò che gli hanno impedito di vivere come di chi pettina le bambole: in ogni sua corsa, (rin)corsa o viaggio c’era sempre la sua Itaca ad aspettarlo. E’ dai tempi di Omero che Ulisse combatte, sprofonda, alza il pollice. Penelope, nell’intertempo, resta: tesse, attende, medita.
Nessun podio o medaglia per lei, manco quando lo meriterebbe perchè la sofferenza è brutta, selvaggia, spietata ma lei sceglie di restare. Di regolare la sua velocità al passo del più lento. Adesso, leggendo a ritroso, gradisco di più il libretto che un giorno Alex mi regalò: Il gabbiano Jonathan Livingston. Ebbe l’accortezza, animo fine, di farmi trovare sottolineata una frase. Parlava, ovvio, di velocità: «Raggiungerai il Paradiso quando avrai raggiunto la velocità perfetta. Il che non significa mille miglia all’ora, né un milione di miglia, neanche vuol dire volare alla velocità della luce. Perchè qualsiasi numero è un limite, ma la perfezione non ha limiti. Figlio mio, velocità perfetta vuol dire solo esserci, essere là». Esserci, perchè, seppur in maniera diversa, in ogni cosa c’è sempre del bene, del male: vivere è trovare quel po’ di bene e farlo diventare il tuo punto d’appoggio per sollevare la terra.
Non gli ori di Londra, nemmeno la prestazione “monstre” delle Hawaii vale il guadagno d’avere conosciuto un uomo che, perdonatemi, sapeva maneggiare il congiuntivo tanto quanto la centralina dei suoi bolidi. Quando parlava, avvertivi l’orgoglio d’esser figlio di una lingua, l’italiano, che, unica, ha il congiuntivo nella sua grammatica. L’indicativo lo sanno usare tutti, è il modo della certezza, della sicurezza: “Questa è la narrazione giusta!” Il congiuntivo è più una porta aperta: “E se questa non fosse (congiuntivo) l’unica interpretazione possibile?” Tutti che sanno tutto, sono rimasti in pochi a sapere chiedere. Alex, per chi ha saputo far tesoro della sua amicizia, serbava la curiosità di chi sapeva chiedere. Se la sua storia fosse stata una casa, mai avrebbe giurato di sapere cosa c’era in fondo al corridoio, oltre la siepe: questo è vivere all’indicativo. Lui, uomo del congiuntivo, viveva come se tutto fosse un appuntamento al buio, un’improvvisata, la mente spalancata. Non gli importava di sapere come finiva il corridoio di casa, voleva frequentare l’infinito. Mai detto: “Ciao mamma, sono arrivato uno!” Ha sempre ribadito che, per lui, il congiuntivo è uno stile di vita: «Fosse tutto bello, sai che noia tremenda» era la sua filosofia spicciola. Piace poco il congiuntivo: siam un popolo di notizie sicure, nessun dubbio, le domande ci causano prurito. Il forse spaventa. Poi, però, beccavi in tv o per strada Zanardi e non riuscivi a staccare l’attenzione dal suo modo di riflettere, di gustarsi la vita, di abitare il limite. Chi ama l’indicativo, oggi rimpiange l’atleta ch’è stato. Chi osa il congiuntivo, oggi ringrazia l’uomo. Anch’io – chiedo scusa della parzialità – ringrazio una persona. Dico grazie al dottor Costa, il guru della clinica mobile. Gli dico grazie perchè, da uomo di scienza, in questi giorni ha osato parlare di anima parlando di Alex: «Con la sua amicizia ha ridisegnato i contorni della mia anima, sia di medico che di uomo» ha detto l’altra sera. La ringrazio per aver sintetizzato col genio che le riconosco, che l’atleta, senza l’uomo, è nulla. E’ potenza senza controllo.
Nessuno dica: “Vabbè: ma lui era Zanardi” Il Vangelo userebbe la frusta. Alex, come tutti, ha avuto dei talenti. Non importa quanti: «A uno diede cinque talenti, a un altro due, ad un altro uno». Il perchè di un trattamento diverso? «A ciascuno secondo le sue capacità» (cfr Mt 25,14-30). La differenza non la farà il numero, ma una legge dello sport che Mennea così: «Ho ricevuto dei talenti in dono. Io, però, non mi sono addormentato sopra, ma li ho fatti fruttare». Questa è la pagina del Vangelo secondo Alex, una questione di talenti, di dormite o di sveglia. Perchè anche con in dono soltanto un talento, se saprai leggere come nessun altro la traiettoria del Cavatappi, zona Laguna Seca, mostrerai al mondo che «non esiste nessuna curva dove non si possa superare» (A. Senna). Me lo immagino il mio Dio: «(Vieni) Alex buono e fedele, prendi parte alla mia gioia». Perchè ero in carcere e tu, in Autogrill, sei stato ad ascoltarmi. Ero infermo e non solo sei venuto a trovarmi: mi hai addirittura regalato una handbike perche mi rialzassi. Dispiace per sorellaccia morte: pensava di averlo vinto, finalmente. Non ha fatto bene i conti neanche stavolta, accipicchia. Si è presa il corpo, ma l’anima (grazie dottore!) le è proprio sfuggita. In corsia di sorpasso, è andata ad infilarsi dritta nelle storie dei ragazzi/e di Obiettivo3. La beffa? Che l’Alex, anche da morto, continui a parlare di obiettivi.
Della serie: “Però: Zanardi da Castel Maggiore”.
Buona giornata, buona meditazione. Una preghiera per Alex: la sua voglia di mordere la vita divenga testamento per vivere da protagonisti la nostra, di vita. Un grazie di cuore a tutti coloro che hanno voluto esserci. Un grazie di cuore al coro Accendi la Luce Maryam per aver contribuito, con la loro voce, a narrare la speranza cristiana nel momento del dolore. Grazie a tutti e a tutte’’. https://www.corrieredellosport.it/news/altri-sport/2026/05/06-148456667/ad_alex_interessava_trovare_occasioni_d_infinito_l_omelia_integrale_di_don_pozza_per_zanardi #zanardi #funerali #padova #DonMarcoPozza #omelia
Grazie Carlo che ci ricordi che ogni crisi è una opportunità. Purtroppo ai nostri Amministratori manca la forza di volontà, il desiderio che aveva Alex Zanardi.
Ti invito a leggere l’omelia che don Marco Pozza, cappellano del carcere Due Palazzi di Padova, ha letto al funerale di Alex : «Il mio Alex è tutto qui, lascio a voi le medaglie e il rombo dei motori
.it/news/altri-sport/2026/05/06-148456667/ad_alex_interessava_trovare_occasioni_d_infinito_l_omelia_integrale_di_don_pozza_per_zanardi #zanardi #funerali #padova #DonMarcoPozza #omelia
Grazie Carlo che ci ricordi che ogni crisi è una opportunità. Purtroppo ai nostri Amministratori manca la forza di volontà, il desiderio che aveva Alex Zanardi.
Ti invito a leggere l’omelia che don Marco Pozza, cappellano del carcere Due Palazzi di Padova, ha letto al funerale di Alex : «Il mio Alex è tutto qui, lascio a voi le medaglie e il rombo dei motori
caro Aldo, ho letto i tuoi messaggi e l’epitaffio ad Alex Zanardi, conosco bene la sua storia, essendo appassionato di motor Sport e per inciso, Valentino Rossi ha superato Marc Marquez al cavatappi esattamente come Zanardi, ma con la moto. Alex era sicuramente un grand’uomo che ha fatto di grande difficoltà, grande virtù. A mio sommesso parere, a parte la simpatia intrinseca della Persona, per me Zanardi era un uomo molto fortunato. Rispetto alla mia invalidità è stato un atleta. È vero che aveva perso le gambe, ma la sua indipendenza era quasi del 100%. La mia è invalidità al 100%. Anche solo per bere un bicchier d’acqua devo chiedere “per piacere”. Molti altri più sfortunati lottano senza troppo clamore. Nessuna invidia, molto dispiacere, per lui, per tanta gente che ho conosciuto e che non immagini. Un tetraplegico come me, con un minimo di forza nelle braccia, in Francia viveva da solo e si spostava spingendo la carrozzina per ore, per fare quattro km e arrivare in paese… Si chiamava Christian, di lui sono in pochi a sapere…quello che mi interessa invece è un commento su questo articolo che è molto indicato per una media azienda agricola come la tua e per il comprensorio delle Langhe in genere… Un caro abbraccio