Ha studiato comunicazione e scienze politiche
Il caso del Movimento 17 ottobre riporta al centro il rapporto tra attivismo online, organizzazione delle proteste e responsabilità individuali. E una domanda semplice: quando la propaganda smette di essere propaganda e comincia a somigliare a un manuale
operativo?
Youssef Siher, trent’anni, italiano di seconda generazione e di origini marocchine, ha studiato comunicazione e scienze politiche. Ha maturato esperienze nella ricerca geopolitica e nel giornalismo, anche con l’ISPI e il Fatto Quotidiano. Il suo nome è emerso nell’ambito di un’inchiesta sul cosiddetto Movimento 17 ottobre, una rete sviluppatasi su Instagram e Telegram dopo gli scontri avvenuti a Milano.
Secondo quanto riferito dagli investigatori e riportato dagli organi di stampa, Siher sarebbe stato tra i principali promotori o amministratori dei canali utilizzati per organizzare e rilanciare le mobilitazioni. Il 24 ottobre è stato sottoposto a fermo nell’ambito di un’indagine che ipotizza reati quali l’istigazione a delinquere, la violenza organizzata durante le manifestazioni e aggravanti legate alla finalità terroristica. Si tratta di contestazioni ancora al vaglio dell’autorità giudiziaria: il ruolo di Siher e le sue eventuali responsabilità dovranno essere accertati sulla base degli elementi raccolti e nel rispetto della legge.
Il sostegno alla causa palestinese, la critica alle istituzioni o l’attivismo politico non costituiscono, di per sé, prove di responsabilità penale. Ma nemmeno trasformano ogni messaggio in una carezza democratica. Si può criticare un governo senza inneggiare alla violenza e denunciare l’occupazione senza celebrare l’uccisione di civili israeliani come un’impresa gloriosa o un modello politico.
Il giudizio deve riguardare fatti, condotte e responsabilità individuali. Tuttavia, quando le opinioni diventano propaganda della violenza, non smettono di essere rilevanti perché vengono espresse con il linguaggio dell’analisi geopolitica. La retorica della “liberazione” applicata a un attacco contro civili può non bastare, da sola, a fondare una responsabilità penale; resta però un segnale politico e morale, perché rimuove le vittime e trasforma gli assassini in eroi.
Secondo l’ipotesi investigativa, i canali riconducibili al Movimento 17 ottobre potrebbero essere stati utilizzati anche per coordinare condotte violente. La ricostruzione dovrà essere verificata attraverso l’esame dei contenuti diffusi, delle comunicazioni, delle intenzioni accertate e dei comportamenti concreti. Non basta dimostrare l’esistenza di una rete online o la partecipazione a una mobilitazione: occorre stabilire chi abbia eventualmente promosso, incoraggiato o coordinato condotte illecite e quale rapporto vi sia stato tra le comunicazioni digitali e i fatti avvenuti durante le manifestazioni.
Il caso si inserisce in un fenomeno più ampio: l’uso delle piattaforme digitali per preparare, comunicare e coordinare le proteste. Una mobilitazione può essere organizzata prima del corteo attraverso chat, canali e profili capaci di diffondere informazioni, convocare partecipanti e orientare rapidamente un numero elevato di persone. Instagram favorisce la circolazione pubblica dei messaggi e la costruzione di una narrazione condivisa; Telegram consente invece diversi livelli di accesso e coordinamento.
La presenza di una struttura online non implica automaticamente un illecito. Le piattaforme possono servire a informare, raccogliere adesioni, documentare abusi o promuovere campagne politiche, ma anche a incoraggiare comportamenti illegali. La distinzione va compiuta sulla base dei contenuti, delle intenzioni e degli effetti concreti delle comunicazioni: non basta che una protesta sia convocata online; occorre verificare se siano stati diffusi messaggi diretti a commettere violenze, se vi sia stato un coordinamento consapevole e se esista un collegamento dimostrabile con i reati contestati.
La vicenda solleva anche una questione istituzionale: come individuare eventuali piani violenti senza sottoporre a controllo indiscriminato chi partecipa a una protesta? Le forze di polizia e gli organismi competenti devono raccogliere informazioni verificabili e predisporre misure adeguate per prevenire disordini. Gli apparati di intelligence possono contribuire nei limiti delle rispettive competenze, ma il monitoraggio del dissenso politico non può essere considerato, di per sé, un’attività di prevenzione criminale. La valutazione delle prove e delle responsabilità spetta alla magistratura.
Il punto di equilibrio consiste nel tutelare il diritto di manifestare e, allo stesso tempo, perseguire chi incoraggia o coordina consapevolmente aggressioni. Gli estremismi violenti vanno condannati qualunque sia la bandiera sotto cui si presentano: non esiste una violenza nobile perché compiuta dal proprio schieramento, né un terrorismo accettabile perché inserito in una narrazione di liberazione.
Una democrazia si difende garantendo il dissenso e perseguendo, sulla base di prove e nel rispetto delle garanzie processuali, chi commette o organizza reati. Si difende anche rifiutando l’ipocrisia di chi condanna la violenza solo quando proviene dall’altra parte.
La piazza può essere conflittuale. L’accertamento delle responsabilità deve restare rigoroso e imparziale. Ma una strage non diventa liberazione perché viene accompagnata da una bandiera o da un hashtag, e un estremista violento non diventa un resistente solo perché sa usare bene i social.
Alberto Scafella
