Il Sindaco di NY Zohran Mamdani ha recentemente espresso con chiarezza il suo pensiero: “Allineati con l’Islam. Segui il Profeta Maometto. Apri le dighe all’immigrazione musulmana di massa. Implementa la Sharia.”
Non si tratta di qualche predicatore radicale in una moschea sotterranea, si tratta del Sindaco di New York che dichiara apertamente che l’America deve sottomettersi all’Islam per prima, impadronirsi del potere… poi imporlo a tutti.
Quando il sindaco di New York richiama il profeta Maometto e l’Egira per sostenere la propria visione dell’immigrazione, non siamo più soltanto davanti a una questione religiosa, siamo davanti a una questione politica che merita risposte chiare, perché governare una delle città più importanti del mondo significa rappresentare tutti i cittadini, non trasmettere un messaggio di appartenenza religiosa.
Sia chiaro, ognuno è libero di professare la propria religione, ma un sindaco non governa in nome di una fede: governa per tutti i cittadini, e nessuna convinzione religiosa può prevalere sulla Costituzione, sulle leggi dello Stato e sui principi di una società democratica.
L’immigrazione non può essere affrontata soltanto attraverso richiami religiosi e appelli all’accoglienza, servono regole, controlli, integrazione, rispetto reciproco e soprattutto una chiara adesione ai valori fondamentali della convivenza civile.
La domanda che Mamdani, come qualsiasi altro amministratore pubblico, deve affrontare è semplice: dove finisce la libertà religiosa e dove comincia la responsabilità delle istituzioni?
Non si tratta di demonizzare l’Islam, né di alimentare paure collettive, si tratta di non confondere il pluralismo con la rinuncia alla propria identità democratica.
New York è una città libera, multietnica e multiculturale, ma la sua libertà non è negoziabile, la legge deve essere uguale per tutti, senza eccezioni dettate dalla religione, dalla cultura o dall’appartenenza politica.
L’accoglienza non è sottomissione, la tolleranza non è debolezza, il pluralismo non significa rinunciare ai propri principi.
E chi governa una grande democrazia ha il dovere di dirlo senza ambiguità.
