Nuova stima dell’Ufficio studi della Cgia, che definisce il valore “praticamente una finanziaria”
Nell’ambito dell’ormai stantio e preoccupante tormentone dell’inasprimento dei dazi verso le esportazioni delle merci prodotte dai Paesi Ue verso gli Stati Uniti, in attesa della conclusione del negoziato in corso, sabato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha comunicato all’Unione Europea che dal primo agosto intende sottoporre le merci europee a dazi del 30 per cento. Anche se in precedenza ne aveva minacciati altri al 50, anche il 30 causerebbe comunque grossi problemi all’economia europea.
Prima di romperci la testa, cerchiamo di sperare di trovarci ancora sul terreno dell’aleatorietà. Trump ha cambiato idea diverse volte e i dazi altissimi con cui minaccia l’Europa e il resto del mondo da aprile sono stati rimandati più volte: sono più una tattica negoziale per fare accordi con i singoli paesi. In ogni caso l’Unione non ha ancora deciso una linea comune con cui rispondere e i negoziati, che andranno avanti fino ad agosto, hanno fatto progressi limitati, se non distorcenti.
Le borse sono chiuse, ma il panico si è diffuso nei palazzi della politica con Ursula van der Leyen che si è sempre colpevolmente rifiutata di sollevare dall’incarico il socialista Maroš Šefčovič, campione dell’incompetenza e fautore della strategia errata nel condurre il negoziato con gli Usa.
Basti osservare che nel 2024 la sola Italia ha esportato negli Stati Uniti beni per 65 miliardi, con una crescita del 7%. È quindi facile immaginare quale danno ne verrebbe a nostri settori chiave come l’agroalimentare, la moda, l’automotive: la perdita sarebbe immediata per le aziende italiane (si calcola circa 35 miliardi), come del resto per quelle tedesche e francesi che dipendono fortemente dal mercato americano. Ma è bene precisare che l’effetto boomerang per il Paese guidato da Trump sarebbe altrettanto forte.
Il mercato europeo è infatti fondamentale per l’industria americana, il cui export verso l’Europa supera 350 miliardi di dollari. Per contro, l’Europa esporta circa 530 miliardi negli Usa, che perciò dipendono in parte da queste importazioni; quindi, se i dazi colpiranno duramente le aziende europee, l’effetto negativo ricadrà anche sulle aziende americane che importano quei beni.
Nella sua supponenza, Ursula van der Leyen non si rende conto che i dazi doganali al 30% preconizzati dall’amministrazione Trump, almeno per il nostro Paese, potrebbero innescare una serie di effetti diretti sulle esportazioni italiane, ma anche indiretti, come l’ulteriore apprezzamento dell’euro, un aumento dell’incertezza dei mercati finanziari e un incremento del costo di molte materie prime, in grado di provocare un danno economico al nostro sistema produttivo fino a 35 miliardi di euro all’anno. È quanto emerge da una nuova stima dell’Ufficio studi della Cgia, che definisce il valore “praticamente una finanziaria” e mette in guardia: “A pagare il conto più salato potrebbero essere le regioni del Sud”
Pertanto, se dopo l’acciaio, l’alluminio e i loro derivati, gli autoveicoli e la componentistica auto, gli Usa e, a catena, altri Paesi del mondo, decidessero di innalzare le barriere doganali anche ad altri beni, gli effetti negativi per il nostro sistema produttivo potrebbero abbattersi maggiormente nei territori dove la dimensione economica dell’export è fortemente condizionata da pochi settori merceologici.
L’analisi realizzata dall’Ufficio studi della Cgia si fonda sulla misurazione dell’indice di diversificazione di prodotto dell’export per regione; parametro che pesa il valore economico delle esportazioni dei primi 10 gruppi merceologici sul totale regionale delle vendite all’estero.
Laddove l’indice di diversificazione è meno elevato, tanto più l’export regionale è differenziato, risultando così meno sensibile a eventuali sconvolgimenti nel commercio internazionale. Diversamente, tanto più è elevata l’incidenza del valore dei primi 10 prodotti esportati sulle vendite all’estero complessive, quel territorio risulta essere più esposto alle potenziali congiunture negative del commercio internazionale.
La regione che a livello nazionale presenta l’indice di diversificazione peggiore è la Sardegna (95,6%), dove domina l’export dei prodotti derivanti della raffinazione del petrolio. Seguono il Molise (86,9%), caratterizzato da un peso particolarmente elevato della vendita dei prodotti chimici/materie plastiche e gomma, autoveicoli e prodotti da forno, e la Sicilia (85%), che presenta una forte vocazione nella raffinazione dei prodotti petroliferi,
Le aree geografiche che, invece, potrebbero subire degli effetti negativi più contenuti sono la Lombardia (con un indice del 43%), il Veneto (46,8%), la Puglia (49,8%), il Trentino-Alto Adige (51,1%), l’Emilia Romagna (53,9%) e il Piemonte (54,8%).
Se Trump pensa che questi dazi possano riequilibrare il deficit commerciale con l’Europa, si sbaglia, perché l’effetto negativo sarebbe reciproco, con conseguenze su occupazione, consumi e crescita economica in entrambi i continenti.
La presidente della Commissione Europea ha risposto in pochi minuti all’annuncio di Trump di sabato. In un comunicato ha detto che i dazi del 30 per cento creerebbero problemi nelle filiere produttive europee e americane, danneggiando produttori e consumatori da entrambe le parti e che l’Unione Europea rimane aperta ai negoziati, e anche che è pronta a prendere contromisure. Se Ursula arrivasse a tanto, rischierebbe di introdurrebbe misure suicide volte a creare scompigli irrecuperabili all’Economia dei Paesi membri, invece di rivedere le modalità del negoziato in corso.
Va segnalato che nel contesto di questa guerra commerciale, alcuni Paesi come la Francia hanno preso posizioni dure, sfidando le multinazionali americane con la famosa «tassa sui giganti digitali». Tale atteggiamento, sebbene legittimo dal punto di vista della difesa dei propri interessi, rischia solo di alimentare la spirale del conflitto e una lunga guerra commerciale finirebbe per non giovare a nessuno.
Sia chiaro, l’Europa non può dare risposte flebili, deve rispondere con fermezza, ma anche con intelligenza, visti i rischi che si stanno correndo. Al ronzino socialista della repubblica Ceca, debbono subentrare, nella conduzione del negoziato, cavalli di razza (se c’è la volontà di rintracciarli)
Non è più tempo di sfide sterili, ma di dialogo per arrivare a una mediazione. La diplomazia commerciale è l’unica strada percorribile per evitare danni economici incalcolabili.
Per Giorgia Meloni “la partita non deve ancora considerarsi chiusa. Ci sono i margini, è la sua convinzione, per “un accordo equo”. Il comunicato di Palazzo Chigi così prosegue:” Confidiamo nella buona volontà di tutti gli attori in campo per arrivare a un accordo equo, che possa rafforzare l’Occidente nel suo complesso, atteso che – particolarmente nello scenario attuale – non avrebbe alcun senso innescare uno scontro commerciale tra le due sponde dell’Atlantico”.
D’altro canto, è bene precisare che gli Stati Uniti, pur essendo la superpotenza che tutti sappiamo, non sono più in grado di sfidare l’Europa senza doverne pagare il prezzo.
Per questa ragione è sensazione diffusa che nei prossimi quindici giorni le diplomazie parallele lavoreranno per arrivare a una soluzione che, nelle more di una deriva certo non desiderata, renda meno punitivo lo scambio commerciale tra i due blocchi.
L’interesse comune è chiaro: evitare che i dazi si traducano in una guerra che danneggi irreparabilmente le due economie. È nel loro interesse trovare un punto d’incontro.

Condivido pienamente il bellissimo articolo di Francesco Rossa.
L’Europa ha saputo dimostrare ancora una volta la propria incapacità di gestire le situazioni delicate e importantissime con la dovuta competenza.
A parte la scelta della Van der Leyen riguardo a Segkovic, che già ha procurato non pochi danni, c’è da considerare che il problema dazi è stato esposto con determinazione da Trump fin dall’inizio di quest’anno. Peccato non si sia pensato di adottare una strategia precisa, che coinvolgesse anche il discorso riferito alla Nato per quanto riguarda il contributo dei singoli paesi. Una cosa è certa: Trump mira a ridurre il mostruoso debito pubblico americano e usa tutti i mezzi che ritiene utili per lo scopo. Non ci potevamo preparare un po’ prima?
Grazie caro avocato, Oltre alle tue sensate argomentazioni, tenuto conto delle priorità di Trump, l’Europa invece di infilarsi in un muro contro muro, avrebbe dovuto “spacchettare” la trattativa e esporre l’illogicità di tassare beni(come l’agroalimentare) che non trovano risposndenza negli Usa. Così nell’affrontare gli aspetti più ostici, avrebbero potuto mettere in campo le argomentazioni che tu hai esposto, oltre alla l tassazionie del commercio delle multinazionali americane che socrribandno in europa. Marionette e non professionisti . Che pena? Se si chiudesse per sommi capi, Giorgia Meloni potrebbbe recuperare poi, su alcuen mateire,Giorni cruciali